venerdì 22 aprile 2016

La storia di Oscar Scarpa, campione e maestro d’ascia, e di un cantiere navale storico

Il giornalista e scrittore parigino Gérald Guétat è un grande appassionato di motori e profondo conoscitore di barche e di motonautica d’epoca, conosciuto anche per le due monografie dedicate al marchio Riva. Con questa sua ultima opera, il libro Automobili del Mare (Racing Cars of the Seas), Cantiere Navale San Marco 1953-1975, racconta la storia del cantiere che ha scritto alcune delle pagine più importanti nella storia della motonautica del dopoguerra grazie a centinaia di documenti e immagini d’archivio per lo più inedite, ed è completata da importanti apparati che comprendono l’intera produzione e la cronologia dei record.

giovedì 21 aprile 2016

Berlino 1936, XI Olimpiade. Il racconto romanzato di una pagina sportiva dimenticata

Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, le squadre universitarie di canottaggio godevano di enorme popolarità, e spesso tenevano testa a quelle di baseball e football in termini di copertura giornalistica. Milioni di tifosi seguivano i progressi delle loro squadre durante gli allenamenti e la stagione di gara, un semplice mal di gola di un timoniere poteva finire in prima pagina. Le scuole privare insegnavano il canottaggio perché era uno sport raffinato e inserivano i loro vogatori-gentleman nelle più prestigiose università. I tifosi più devoti collezionavano perfino le figurine dei loro equipaggi del cuore.
E di uno di questi equipaggi che lo scrittore e saggista americano Daniel James Brown racconta le gesta con il libro Erano ragazzi in barca, la vera storia della squadra di canottaggio che umiliò Hitler, quando il pomeriggio del 14 agosto del 1936 a Berlino, sullo specchio d’acqua del Langer See, sotto gli occhi di Adolf Hitler e di una folla immensa si svolge la finale dell’otto maschile di canottaggio più attesa dell’XI Olimpiade. Quell’equipaggio con il suo timoniere coronò un sogno incredibile, la conquista della medaglia d’oro, in uno dei più emozionanti e sorprendenti trionfi negli annali della specialità.
La finale, la barca americana in ultima corsia
Solo pochi mesi prima nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulle possibilità di vittoria della squadra dell’Università di Washington, formata da ragazzi di umili origini, figli di un’America messa in ginocchio da una spaventosa crisi economica. Eppure, spinti dall’insopprimibile desiderio di cambiare un destino apparentemente segnato, gli studenti della Washington sostengono senza battere ciglio allenamenti sfiancanti in condizioni climatiche proibitive e, grazie all’aiuto di tecnici esperti e inflessibili, ma ricchi di umanità, imparano a superare individualismi e gelosie, e a fidarsi ciecamente l’uno dell’altro, trasformandosi in una delle migliori squadre di canottaggio di tutti i tempi.
Il canottaggio agonistico è un’impresa di straordinaria bellezza, durante la voga, i principali muscoli di braccia, gambe e schiena – in particolare quadricipiti, tricipiti, bicipiti, deltoidi, grandi dorsali, addominali, ischiocrurali e glutei – svolgono gran parte del lavoro più duro, spingendo in avanti la barca contro la resistenza di acqua e vento. Al tempo stesso svariati muscoli più piccoli del collo, dei polsi, delle mani e perfino dei piedi sincronizzano in continuazione gli sforzi del corpo, garantendogli un bilanciamento costante per assicurare il delicato equilibrio necessario a mantenere stabile un’imbarcazione lunga quasi 19 metri e larga 60centimetri, pressapoco quanto il girovita di un uomo. Il risultato di tutto questo sforzo muscolare è che il corpo brucia calorie e consuma ossigeno un ritmo che non ha uguali in nessun’altra attività umana. I fisiologi hanno calcolato che una gara di canottaggio di 2000 metri – lo standard olimpico richiede lo stesso costo fisiologico di giocare due partite di basket consecutive. E lo richiede in circa sei minuti.
La tessera olimpica
Anche il sistema scheletrico al quale i muscoli sono legati è sottoposto a tremendi sforzi e sollecitazioni. In assenza di un allenamento e di una forma fisica adeguati, i vogatori agonistici sono soggetti a una vasta gamma di infortuni che producono spesso dolori insostenibili. Questa è la prima e più importante nozione che tutti i vogatori principianti devono imparare sul canottaggio agonistico ai suoi massimi livelli: che il dolore ne è una parte integrante. Per questo il canottaggio è forse il più duro degli sport. Quando comincia la gara, non ci sono time out o sostituzioni. Spinge fino al limite dell’umana sopportazione. È l’allenatore che svela i segreti di quel tipo particolare di sopportazione che scaturisce dalla mente, dal cuore e dal corpo. Tutto questo fu subito chiaro ai ragazzi che aspiravano a entrare nella squadra delle matricole dell’Università di Washington nell’autunno del 1933. Alla luce di una grande mole di documenti dell'epoca – quotidiani, giornali radio, notiziari cinematografici, diari privati – e di interviste e colloqui con i protagonisti e i loro parenti e amici, Daniel James Brown racconta, in poco meno di 500 pagine, con la leggerezza del romanziere una pagina di storia sportiva troppo a lungo ignorata, tracciando dapprima il fedele ritratto di un’America che tenta faticosamente di uscire dalla Grande Depressione, e poi, attraversato l’oceano, descrivendo la straordinaria avventura vissuta da nove ragazzi dello Stato di Washington a brodo della loro barca, la Husky Clipper, con le lamine di cedro liscio spesse 4 millimetri, fresate di cedro giallo, intelaiatura di frassino, falchette in leccio e un rivestimento da prua a poppa ottenuto con seta impregnata di vernice.
Soprattutto una tipica bombatura che la rendeva compressa, scattante e vitale sull’acqua. Nella Berlino nazista nell’estate del 1936 la prua della barca americana all’infernale ritmo di 44 battute al minuto e con il cuore a 200 battiti tagliò il traguardo dei 2000 metri in 6 minuti 25 secondi e 4 decimi, esattamente sei decimi prima della barca italiana e un secondo esatto di quella tedesca.

A sn. Il timoniere Bobby Moch

martedì 19 aprile 2016

Oltre il Fiume Oceano. Un’impresa militare ciclopica, logistica e tecnologica

Oltre il fiume Oceano, uomini e navi romane alla conquista della Britannia  opera dell’ammiraglio di squadra Cristiano Bettini – è straordinariamente documentata e colma un vuoto nella letteratura accademia non solo italiana. Un “tomo” di cinquecento pagine che descrive la reale difficoltà di quell’impresa, collocabile sia nel campo della storia militare che in quella degli studi strategici. È molto ben scritto anche perché Bettini nella sua vita professionale in Marina, ha vissuto alcuni anni in Inghilterra frequentando i grandi storici di quella tradizione culturale.

mercoledì 13 aprile 2016

Un romanzo per raccontare un tragico episodio di cinquecento anni fa

In quegli anni parliamo del XVI secolo, l’Impero Ottomano o Sublime Porta, con Costantinopoli come capitale, controllava le coste del Mediterraneo, e per cinque secoli, fino alla prima guerra mondiale quando fu smembrato, era al centro dei rapporti tra Oriente e Occidente. Era uno dei più potenti stati del mondo in conflitto con il Sacro Romano Impero. Con il libro Famagosta La Croce e la Mezzaluna, l’autore, il veronese nemmeno quarantenne Marco Nicolò Perinelli, giornalista e appassionato velista è alla sua prima opera. Si tratta di un romanzo basato sulle cronache di cinquecento anni fa, descrive lo storico scontro del 1570 a Cipro tra settemila cristiani che hanno resistito all’assedio della città di Famagosta da parte dell’armata forte di oltre centocinquantamila soldati turchi al comando di Lala Pascià. Comandati dal veneziano Marcantonio Bragadin, hanno resistito contro ogni previsione agli assalti dei turchi, sperando negli aiuti che dovevano arrivare da Venezia dove il Doge si stava impegnando con il Papa e la Spagna per armare una flotta capace di contrastare l’assedio. Gli aiuti sperati non arrivarono così il giorno 25 Rabî Al-Awwal dell’anno 979 dell’egira di Maometto, Lala Pascià entro a Famagosta accolto in trionfo dal suo esercito schierato in parata mentre attraversava le rovine di quella che un tempo era stata una città bellissima. Ai suoi piedi Bragadin inginocchiato, nudo e incatenato, deriso e insultato dai soldati ottomani. In segno di spregio il Pascià ordinò a un giannizzero di tagliarli le orecchie con un kumiyah, il tradizionale coltello berbero. L’epilogo di quella giornata, con il calendario gregoriano il 17 agosto del 1571, si concluse tragicamente quando Bragadin fu condannato a una morte atroce. Legato a una colonna, “il boia, esperto questo genere di tortura, con una lama affilata iniziò a incidere la pelle, partendo dalle spalle e tirandola, a scuoiare vivo il veneziano. Il dolore era indicibile, ma Bragadin fece appello alle sue ultime forze per serrare la bocca e impedirsi di gridare. Poi la coscienza ebbe pietà di lui e venne meno. Uno spettacolo orrendo non solo per i cristiani, ma per gli stessi musulmani che vi assistevano. Il Pascià non ancora soddisfatto fece impagliare la sua pelle e la fece portare in processione per la città a cavallo di un bue, prima di spedirla a Costantinopoli, insieme alle teste degli altri comandanti veneziani, Astore Baglione, Alvise Martinengo e Andrea Rondacchi, quali macabri trofei della vittoria. Le parti del corpo di Marcantonio Bragadin, smembrato, vennero legate ai bastioni dei  quattro angoli della città e lì lasciati a marcire. Lala Mustafa aveva avito la sua vendetta.”