mercoledì 30 dicembre 2015

La latina è più di una vela. Così afferma Giovanni Panella

Le navi sono oggetti complicati e che si evolvono, ma molto lentamente. È stupefacente vedere ancora oggi, nelle strade di Messina o nei sobborghi di una piccola città greca, o nelle isole di Chio, Lesbo, Samo, o i n Turchia, oppure a Gerba, le barche in costruzione, incredibilmente simili a quelle greche o roane come ce le restituiscono l’iconografia antica e l’archeologia subacquea. Tutto è simile: la fiancata, l’ossatura, la prua, la chiglia (la colonna vertebrale di tutto l’assieme), l’incastro per l’albero o per gli alberi: Se vi sono delle differenze, stanno nella successione della lavorazione o nella forma del timone, le somiglianze però prevalgono.
Fernand Braudel

Come la portoghese Gajeta  falkusa stringe il vento
Il giornalista e scrittore genovese Giovanni Panella, specializzato in storia e cultura marittima, nella sua ultima opera appena ora in libreria, La vela latina, non poteva trovare una citazione migliore per introdurre il suo libro, se non quella tratta da Il Mediterraneo di Braduel.
Ciò gli serve per spiegare perché la latina è più di una vela e lo fa parlando del dibattito sulle origini. In fondo è solo un tipo di vela, di taglio triangolare, non si distingue dalle altre che più o meno la stessa forma. Però al primo sguardo ha qualcosa di diverso rispetto alle “altre” vele, ci pare un po’ storta o piegata all’indietro.
Mosaico del XII secolo, Basilica di San Marco, Venezia
A snistra: Combattomento della nave San Francesco da Paola contro una squadra di corsari barbareschi, 1763 (Genova, Galata Museo del Mare. Si noti l’uomo arrampicato sull’antenna che brandisce una spada).
Questo perché la vela non è legata (o, come si dice, inferita) direttamente all’albero, ma a un lungo pennone collocato di traverso, detto antenna che con il variare della rotta e della direzione del vento modifica l’inclinazione rispetto all’albero, mutando così la forma d’insieme. E se la latina è una delle tante vele che hanno accompagnato l’avventura umana sui mari, ci sono buoni motivi per dedicarle attenzione. Il primo è legato alle vicende storiche che hanno portato alla sua diffusione nel corso di più tredici secoli quando la vita nel Mediterraneo si è svolta su navi e imbarcazioni a vela latina, rappresentando un elemento di continuità che segue la nostra storia. Il successo così prolungato è dovuto alle sue proprietà così descritte nel 1889 nel Vocabolario Marino Militare di A. Guglielmotti: “Linda, con poche manovre, non ha bisogno di boline, non di bracci, non di mantiglie ed è la migliore per stringere il vento. Essa va all’orza sino a quattro quarte, quindi domina l’orizzonte per ventiquattro rombi; dove la vela quadra a stento non raggiunge che venti.”
“Boline, bracci e mantiglie” erano le varie manovre con le quali si cercava di migliorare le prestazioni delle vele quadre per stringere maggiormente il vento.
Parlando di rombi, si fa riferimento al quadrante della bussola, che è diviso in 32 rombi, ognuno dei quali rappresenta 11 gradi e 15 primi. Andare all’orza cioè risalire il vento per 24 rombi vuol dire che la latina può arrivare a stringere il vento fino a 270°, mentre la quadra giunge solo fino a 225°. Una differenza non da poco: vuol dire fare meno bordi su una rotta che risalga il vento su un’andatura di bolina, e se si è in guerra consente di sfuggire facilmente a un veliero nemico. Se la principale ragione del successo è dovuta alla sua capacità di stringere il vento la seconda è che sotto un colpo di vento l’antenna si flette, scaricando dalla tela la pressione eccessiva. Ecco perché l’imbarcazione a vela latina si presta a essere utilizzata sotto costa dove bisogna correggere di frequente la rotta e dove il regime dei venti sono mutevoli, situazione tipica della navigazione mediterranea.
La fortuna della vela latina si è interrotta nel Novecento e ha rischiato di essere cancellata dalla memoria. Oggi a molti appare come una curiosità del passato, un tipo di vela un po’ strano… Ma per superare questa impressione c’è solo un modo, assicura il nostro Autore, provare la latina nel suo elemento, prendendo il largo in una giornata di forte vento, a raffiche di tramontana. Sentendo come la vela stringe il vento e poi come la lunga antenna si flette scaricando facilmente le raffiche più violente e improvvise, senza bisogno di ridurre la vela, si capisce perché per tanto tempo sia stata considerata adatta al mare “in mezzo alle terre”, al Mediterraneo.
A sinistra, Stele funeraria di Alessandro Mileto, Museo Archeologico Nazionale di Atene
Il secondo vero motivo di interesse nello studio della vela latina sta nel ruolo che essa ha avuto nel Mediterraneo negli ultimi decenni come protagonista  del processo di valorizzazione della cultura marinara. In un contesto dove la cultura marittima si presentava come marginale, l’aggregazione di molti appassionati è venuta proprio grazie alla latina. E l’invenzione delle regate con la latina ha portato a salvare e a restaurare gli ultimi esemplari di imbarcazioni tradizionali, come i gozzi sorrentini, la barques catalane e i battelli di Carloforte.
La vela latina è patrimonio eminentemente mediterraneo, ma la sua diffusione in mari e terre lontane da noi ha visto come protagonisti principali i popoli arabi, per questo un capitolo de libro è dedicato alle vicende di alcune imbarcazioni arabe.
Una regata a Dubai
In questo suo libro Panella non ha avuto l’ambizione di trattare in modo esauriente le innumerevoli tipologie di vele latine che si sono sviluppate nel corso dei secoli. È una vicenda complessa, resa ingarbugliata dal fatto che a navi diverse, nel corso della storia, sono stati attribuiti gli stessi nomi. Così il libro si snoda in due differenti sezioni attraverso la storia e la geografia della vela latina con il primo capitolo che parla dalle origini al Novecento e a seguire i tipi di veleni, le ultime lettino, viaggi e migrazioni e le testimonianze della latina araba. Nella seconda parla dei restauri e delle ricostruzioni, dei progetti moderni, per finire con le regate e i raduni.
Infine non tralascia le tecniche di manovra, bussole e uomini sull’antenna e il prezioso glossario dei termini marinari non dimenticando un utilissimo elenco delle Associazioni Vela Latina, ne ha censite quindici. Esauriente l’apparato iconografico e ben quattro pagine di bibliografia.


Il Mediterraneo è lo storico titolo del libro di Braduel. È oramai esaurito, ma se ancora non l’avete nella vostra biblioteca personale, scrivete o telefonate in libreria 063612155 a Marco, il segugio. Sicuramente ve ne troverà una copia.
Anche l’edizione 2007 del Vocabolario Marino Militare di A. Guglielmotti è esaurita, però il segugio risolve.



















domenica 6 dicembre 2015

Capuozzo non ha dubbi, i nostri Marò sono innocenti oltre ogni ragionevole dubbio

La storia è stranota. Il 15 febbraio 2012 nell'Oceano Indiano due pescatori vengono colpiti a morte da una raffica di colpi sparata da una nave mercantile. Nello stesso giorno la Lexie, petroliera italiana che ha a bordo un Nucleo di Protezione Militare, ha respinto un tentativo di abbordaggio con colpi d'arma da fuoco di dissuasione, sparati in acqua. Nel giro di poche ore la nave italiana viene fatta ormeggiare nel porto di Kochi, e due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, arrestati. Comincia un limbo giudiziario fatto di inchieste approssimative, estenuanti dibattiti sulla giurisdizione e sull’immunità funzionale, rinvii e nulla di fatto. Il libro  – Il segreto dei Marò – ripercorre gli equivoci di questa vicenda, per sostenere che i nostri fucilieri di Marina sono innocenti. Questa è la tesi forte e circostanziata che emerge dall’inchiesta giornalistica di Toni Capuozzo che in questo modo spiega il perché sino a questo momento l’India non sia riuscita a rinviare a giudizio i due italiani. Prima dello stop decretato dal Tribunale Internazionale di Amburgo il problema è che non ci sono prove sufficienti e quelle raccolte sono ambigue e traballanti, figlie di un affaire politico-economico più che di un’inchiesta condotta in modo serie e imparziale. Così mentre tutta l’informazione, la politica e anche l’Accademia si è avviluppata a chiedersi se ci fosse oppure no l’“immunità funzionale”, se l’Italia avesse o meno giurisdizione, nessuno è mai davvero sceso a fondo per valutare circostanze e fatto di quanto accadde davvero nel mare delle Laccadive il 15 febbraio 2012. Una verità che probabilmente non sapremo mai, affondata e abbandonata su una spiaggia del Kerala come lo scheletro crivellato del peschereccio St. Antony sul quale non è mai stata fatta una seria perizia.
La ricostruzione di Capuozzo, specialmente quando arriva a conclusioni personali, si può condividere o meno, in alcuni passaggi addirittura confutare, ma il “segreto” di cui parla appare limpido e lampante, proprio come quello di “Pulcinella” le indagini sono state condotte male. Non si tratta quindi di essere innocentisti o colpevolisti , ma di analizzare i fatti, le circostanze per primo l’orario in cui è avvenuto il fatto. Su questo India e Italia concordano, l’evento si è determinato  tra le 16 e le 16.30 ma più che una certezza da parte indiana pare un compromesso, perché l’orario contrasta con quanto affermato dal comandante del St. Antony Freddy Bosco il quale una volta arrivato a terra dichiara di fronte a testimoni e telecamere che il fatto si è svolto alle 21.30, cioè ben cinque ore dopo. Più tardi il comandante ritratterà e a, riprova, consegnerà alla polizia (ma solo otto giorni dopo l’incidente) il GPS, lo strumento che segna e indica la posizione) nel quale le rotte delle due unità coincidono. Ma anche sulla posizione qualcosa non torna, perché, inizialmente, sempre a caldo Bosco aveva dichiarato che la sua imbarcazione si trovava a 14 miglia dalla costa e non a 20,5 miglia, posizione accertata dalla Lexie.Ci sono ben 6 miglia di differenza tra i due punti e per un peschereccio  che va a 6 nodi vogliono dire un’ora di navigazione. Le testimonianze del capitano indiano e e quelle dei marò contrastano anche sulle modalità e la durata della sparatoria. Il primo riferisce che è durata due minuti, una vera valanga di fuoco, circostanza che non si concilia con le tre raffiche dichiarate dai marò a bordo della Lexie, del resto, confortate dalla conta delle munizioni mancanti tra quelle in dotazione del team. Nell’analisi delle dichiarazioni contrapposte sembra che nessuno delle due parti abbia davvero riconosciuto e identificato l’altra (eppure erano le 16.30 in pieno giorno) Freddy Bosco non riconosce il nome della nave ma solo il colore rosso e nero (il nome lo ricorderà in seguito) e dal canto loro gli stessi fucilieri di marina e il vicecomandante della Lexie non riconoscono nel St. Antony l’unità sulla quale hanno fatto fuoco. E ciò vorrebbe dire che i nostri non solo mentono spudoratamente, ma che non sanno distinguere in peschereccio da una unità pirata lanciata a 30 nodi (e non 8-10 nodi come il St. Antony) dove per di più non avvistano anche gli uomini armati da una distanza di non più di 40-50 metri. La perizia balistica può essere l’elemento decisivo di qualunque processo, ma anche qui ci sono forti dubbi: la prima è svolta dal professore indiano Sasikala che trova un proiettile nel cranio di Jelastine e l’altro nel petto di Ajesh fornendo tre misure: 3,1 cm di lunghezza, due cm di circonferenza sulla punta, 2,4 sopra la base.
Nicolò Carnimeo
Una semplice operazione di calcolo sulla base di questa circonferenza fornisce un calibro che è dato dal diametro di 7,64 millimetri, dunque la misura fornita è molto vicina al calibro 7,62 che è un calibro Nato, ma anche di molte armi dell’ex Patto di Varsavia. Un calibro molto distante dal 5,56 delle armi in dotazione ai Fucilieri del San Marco. Questa autopsia venne poi smentita da un accertamento affidato all’Ufficio del direttore del laboratorio di scienza del Kerala. Per mettere un punto alla vicenda si sarebbe potuto analizzare il St. Antony che rappresenta un reperto giudiziario a tutti gli effetti, ma poco tempo dopo l’incidente viene dissequestrato. Il capitano Bosco dopo avere recuperato quel che gli poteva tornare utile  lascia il peschereccio affondare attraccato a un molo sino a che in giugno una squadra lo trascina a riva con funi e carrucole. Il natante è tutt’ora custodito sulla spiaggia nei pressi del posto di polizia esposto alle intemperie e probabilmente inutile. Una buona indagine deve poi seguire tutte le possibili piste, e nessuno si è realmente interessato di una nave che transitava in quel momento nelle acque indiane e che, come al Lexie, ha subito un attacco pirata lo stesso giorno, solo qualche ora più tardi.
Parliamo della Olympic Flair che batte bandiera greca e che nella sera del 15 febbraio ha riportato alle autorità indiane di avere subito un attacco pirata. Non viene neppure contattata, anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana. “Neanche un’ora dopo avere invitato la Lexie – scrive Capuozzo – a puntare su Kochi, la Guardia Costiera Indiana riceve – sono le 22.30 – un messaggio dal Piracy Reporting Centre di Kuala Lumpur: la petroliera frega Olympic Flair ha denunciato di avere subito un attacco pirata mentre era all’ancora a a su ovest di Kochi. Circa 20 pirati su due imbarcazioni hanno cercato di abbordare la nave prima delle 22.30 e c’è il dettaglio delle die imbarcazioni dei pirati che lascia pensare a un tragico equivoco, una barca pirata contro la nave greca e il St. Antony preso nel mezzo”.
L’AIS della petroliera greca è spento non si può localizzare né rilevare la rotta, solo grazie al lavoro di Ennio Remondino, allora corrispondente Rai, è arrivata l’ammissione che a bordo della Olimpic Flair c’era personale armato contractor dell’agenzia Diaplous. Quante circostanze ancora da accertare! Sule quali probabilmente non indagherà nessuno perché il tribunale di Amburgo si limiterà a questioni di diritto internazionale, si arriverà forse a un accordo lasciando su questa vicenda un’ombra cupa e colpevolista che l’ha connotata sin dal principio. Quando questa triste vicenda sarà terminata e qualcuno leggerà a posteriori Il segreto dei marò, potrà avere uno spaccato preciso dell’epoca che stiamo vivendo nella quale la crisi non è solo economica, ma è tale perché si sono messi in gioco o svenduti quei valori sui quali si basa la nostra identità come Paese, i pilastri sui quali si regge il tempio.
Nicolò Carnimeo (questo articolo Carnimeo l’ha pubblicato sul quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno)

giovedì 3 dicembre 2015

L’emozione di vedere il sogno di una appassionata subacquea trasformato in realtà

Il 20 novembre 2015 è una data da ricordare: nel museo dell’ex Stabilimento Florio di Favignana è stata inaugurata l’esposizione permanente dei rostri, degli elmi e degli altri reperti recuperati con la più grande ricerca archeologica subacquea mai effettuata al mondo che ha interessato ben 300 kmq  di mare al largo di Levanzo con lo straordinario risultato di individuare esattamente il teatro dell’epica battaglia navale passata alla storia come la Battaglia delle Egadi del 10 marzo del 241 a. C.
Collegata a questa, un’altra data è da ricordare, quando trentuno anni fa, il 28 maggio del 1984, si cominciò a parlare di rostri nel corso del primo convegno di Archeologia Subacquea del Mediterraneo che organizzai a Favignana per la Settimana delle Egadi.
Allora fece scalpore la notizia della testimonianza del subacqueo palermitano Cecé Paladino che dichiarò di avere recuperato centocinquanta ancore di piombo, sicuramente romane, che erano disposte sul fondo in un’unica fila sotto Capo Grosso a Levanzo.
Nella foto da sn: Il sindaco Giuseppe Pagoto, Paola Misuraca Soprintendente Trapani, Sebastiano Tusa e Giulia D’Angelo
La particolarità del ritrovamento stava a indicare che quelle ancore non furono salpate ma evidentemente “filate per occhio”, ovvero le cime stesse furono liberate per schierare con velocità e rapidità di manovra l’intera flotta romana.
Peccato però che tutte le ancore furono vendute e fuse come piombi per le cinture da sub senza che ne sia stato possibile lo studio. Se il ritrovamento non fosse stato “saccheggiato” ma gestito e studiato da archeologi subacquei si sarebbe avuto uno tra i più importanti recuperi nella storia dell’archeologia sub. Dalla natura, dai pesi, dalla giacitura, dalle loro distanze reciproche si sarebbero acquisite informazioni irripetibili sulle tecniche marinaresche del tempo e ulteriori informazioni sulla ricostruzione della stessa battaglia. Senza quella testimonianza il tentativo di ricostruzione della battaglia sarebbe rimasto un obiettivo ambizioso, così mi rivolsi per elaborare un progetto di ricerca alla Mediterranean Survey & Service, una società che operava nei campi dell’Engineering marittimo, dell’oceanografia industriale e nell’applicazione delle tecnologie più moderne e sofisticate anche sottomarine, in quel momento impegnata nelle ricerche del famoso relitto di Ustica.
Il suo direttore e grande amico, l’ingegnere Albano Trombetta formò una squadra di studiosi e esperti in strategia militare per elaborare un progetto di ricerca. Vennero analizzate tutte le possibili mosse di Annone e Lutazio Catulo, si prese in considerazione il cambiamento della direzione del vento che facilitò la vittoria romana, si suppose, vista la posizione delle ancore recuperate da Paladino, che le navi romane si precipitarono anche con il favore del vento, senza esser viste dai nemici, con i loro esperti e allenati rematori, contro le navi cartaginesi, colpendole con i rostri. Moltissime, ci dicono gli storici erano le navi che parteciparono alla Battaglia delle Egadi e che affondarono in mare.
Per questo, eravamo convinti che con le attrezzature e le navi da ricerca tecnologicamente avanzate si sarebbero sicuramente potuti ritrovare molti rostri. Ma il problema era dove e come trovare i fondi necessari per una ricerca complicata e costosa. Purtroppo né il Ministero né la Regione Sicilia risposero all’appello e la proposta naufragò.
Avevo insistito molto in quegli anni, con Nino Allegra, direttore dell’Azienda Provinciale del Turismo di Trapani, per organizzare convegni di archeologia subacquea all’interno della “La Settimana delle Egadi”, di cui curavo l’Ufficio Stampa. All’epoca erano pochissimi gli archeologi che si occupavano di Archeosub, e scarso era l’interesse delle Soprintendenze mentre in Sicilia, a Lipari, era stato istituito un piccolo centro attrezzato per la ricerca sottomarina.
Infine nel 2004 per tutelare, gestire e valorizzare la cultura del mare in Sicilia con un apposito articolo nella legge finanziaria regionale è stata istituita la prima Soprintendenza del Mare d’Italia sotto la direzione di Sebastiano Tusa. Grazie a lui, alla sua professionalità, alla sua caparbietà, all’amore per il mare e per la sua terra, una pagina di storia è stata riscritta con precisione e accuratezza. Oltre cinque anni di ricerche effettuate dalla Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, con il risultato di avere localizzato con la nave oceanografica Hercules, della fondazione americana RPM Nautical Foundation, il luogo dello scontro grazie al rinvenimento di 12 rostri, 7 elmi ed altri reperti pertinenti quella battaglia.
Così il sogno di una subacquea appassionata di archeologia, è potuto diventare realtà. È stata una emozione indescrivibile vedere tutti quei rostri, con le loro iscrizioni, in bella mostra in tre grandi sale dell’ex Stabilmento della Tonnara Florio di Favignana ed assistere alla prima proiezione pubblica del multimediale che dà modo a tutti gli spettatori, di rivivere la Battaglia delle Egadi.
Il 20 e il 21 novembre è stato anche organizzato dalla Promo P.A. Fondazione Luporini, un convegno internazionale con la partecipazione di archeologi e studiosi che hanno analizzato le particolarità dei nostri rostri. Sebastiano Tusa e Jeffrey Royal hanno descritto minuziosamente le ricerche in mare e lo svolgimento della Battaglia; Cecilia Albana Buccellato e George Varoufakis hanno parlato della costruzione dei rostri; Tomaso Gnoli, Giovanni Garbini, Francesca Oliveri e Jonathan Prag hanno analizzato le iscrizioni; Luigi Fozzari, Piera Anello, William M. Murray e Domenico Carro si sono soffermati sull’organizzazione delle guerre nell’antichità; Philippe Tisseyre  si è occupato dell’economia di guerra e dei rifornimenti delle flotte; i rostri nell’iconografia ellenistico-romana il tema trattato da Antonella di Porto; Lavinia Sole si è occupata dell’iconografia dei rostri sulle monete;

Vincenzo Tusa ha effettuato lo studio degli elmi ritrovati; infine Marco Bonino ha parlato delle differenze costruttive delle Triremi e delle Quinqueremi romane. Al Convegno hanno partecipato anche i ragazzi della scuola media inferiore di Favignana, portando nelle sale maestose dello Stabilimento Florio la loro allegria e gioia di vivere.
Giulia D’Angelo