martedì 28 luglio 2015

Garum, bottarga, lattume, mosciame, ficazza, del tonno non si butta nulla


Favignana, panoramica dal monte Santa Caterina
 A Favignana nel corso della recente manifestazione “La Settimana delleEgadi al tempo dell’Expo
molti gli argomenti trattati. Tra questi “Il Tonno nella cultura siciliana” con una relazione di Marcella Croce, giornalista e scrittrice, presidente del Centro Studi di Palermo Avventure nel mondo, che con il suo “Guida ai sapori perduti, storie e segreti del cibo siciliano con quaranta antiche ricette” ha sottolineato come per i siciliani ha importanza tutto quello che si ricava dal tonno, a partire dalla bottarga ricavata con le uova.
Un “collage” di lavorazioni del tonno
L’uovo di tonno viene messo sotto sale, pressato e lasciato a seccare nella vescica natatoria secondo un procedimento che risale al XIII secolo. Le uova diventano così un prodotto molto noto e apprezzato: la bottarga che, tagliata in fette sottili e condita con olio di oliva, è un antipasto, mentre grattugiata diventa un’ottima base di condimento per la pasta. La bottarga di Favignana oggi è un Presidio Slow Food; un tempo era prodotta negli enormi stabilimenti Florio, e oggi c’è una sola azienda artigiana che la produce seguendo la ricetta degli antichi maestri salatori. Nella preparazione si usa tuttora olio ottenuto in macine che girano a non più di nove minuti al minuto, cioè quanti ne impiegavano gli animali a far girare la ruota del frantoio. 

mercoledì 22 luglio 2015

Il Principe delle Immagini nei ricordi di Giulia

La notizia della morte di Francesco Alliata, l’ho avuta qualche giorno fa da una mail inviatami dalla Segreteria dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee, sodalizio che racchiude tutti i personaggi che si sono dedicati all’attività subacquea e che negli anni hanno ricevuto il Tridente d’Oro e di cui anch’io faccio parte, così come Jacques Cousteau, Folco Quilici, Enzo Maiorca, Jacques Mayol e tanti altri importantissimi subacquei. Aveva già novantasei anni, ma fino a qualche anno fa era ancora pieno di vita e di energia. Solo la morte della sua ultima moglie aveva indebolito la sua voglia di vivere. Come tutti i vecchi subacquei, conoscevo la storia del Principe di Villafranca Francesco Alliata e quanto si era prodigato fin dal 1946 per la fotografia e la cinematografia subacquea, tanto da aver ricevuto il Tridente D’Oro ad honorem. Nella foto a sinistra, scattata da Fosco Maraini, grazie a un erogatore primitivo, fermo e stabile sul fondo con una cintura di piombo di venti chili, senza pinne ma in scarpe da tennis, Alliata riprendeva con la fidata Arriflex collocata nella custodia in lamierino d'ottone che assicurava una tenuta sta­gna perfetta. Il pesante cavalletto con testa panoramica contribuiva alla stabilità dell’insieme.

martedì 14 luglio 2015

Polpette di tonno rosso e altre storie secondo Marcella Croce

 
Il tonno rosso (Thunnus thynnus, in inglese Northern Bluefin Tuna) era così abbondante nel Mediterraneo da essere oggi da taluno paragonato al bufalo delle grandi praterie americane per la sua funzione di fornire il principale contributo proteico agli abitanti. Secondo l’ittiologo tedesco Marcus Elieser Bloch (1723-99), la pesca del tonno nel Mediterraneo ebbe un notevole incremento a causa del terremoto di Lisbona del 1755 che insabbiò la costa iberica atlantica, bloccando la possibilità di pescare agevolmente intorno a Cadice che, con le sue tonnare millenarie, era uno dei maggiori centri di pesca europei.

martedì 7 luglio 2015

Un grande evento editoriale: Civiltà del Mare, la Grande Storia della Marineria Italiana

Ha una tiratura di tremila esemplari numerati e certificati, più che un libro, è un’opera veramente imponente, sia per i contenuti che per la veste editoriale. Stiamo parlando di un particolare evento nell’editoria di alto pregio che normalmente è fuori dal circuito delle librerie, ma che invece, con un particolare accordo con l’Editore, ha fatto il suo ingresso nella nostra libreria. Stiamo parlando di “Civiltà del Mare, la Grande Storia della Marineria Italiana” stampato dalla Progetto Editoriale Editions di Roma in coedizione con la Lega Navale Italiana e con la collaborazione della Società Geografica Italiana e dell’Ufficio Storico e Comunicazione (UPICOM) della Marina Militare. Ha un formato chiuso extralarge, di centimetri 30x40x10, con 480 pagine, e un apparato iconografico di oltre 600 immagini e documenti. La stampa è a quattro colori su una carta speciale. La rilegatura è artigianale confezionata con pelle blu di vitello fiore a concia naturale e le impressioni sono in oro a caldo e a secco.

sabato 4 luglio 2015

Esclusivo: nelle Eolie misommergibili per indagare relitti a oltre 100 metri di profondità


Dal 25 al 30 giugno 2015 si è svolta una campagna di ricerche subacquee nei fondali delle Isole Eolie. Un team di scienziati ed esperti sotto la direzione del Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa - grazie alla collaborazione tra Soprintendenza del Mare, Aurora Trust Foundation e U-Boat Worx - ha esplorato tre relitti profondi già individuati da Aurora Trust nel 2009 e nel 2010. Trovandosi a quote profonde, proibitive per la subacquea tradizionale, sono state effettuate immersioni con un sommergibile dell’olandese U-Boat Worx che ha consentito l’investigazione dei relitti con particolare dettaglio. Per la prima volta – dichiara Tusa – vengono indagati questi relitti che si trovano ad oltre cento metri di profondità, attraverso l’ausilio di mezzi tecnologicamente avanzati e particolarmente indicati per le indagini dirette con un archeologo a bordo”. Dei relitti rimane visibile lo spettacolare carico di centinaia di anfore, rimaste sul fondo per oltre duemila anni. Durante le indagini sono state scattate più di 500 fotografie ad alta risoluzione per ogni relitto che hanno permesso la realizzazione di un fotomosaico 2D e una fotogrammetria in 3D. 
È stata inoltre realizzata una dettagliata documentazione video del carico e di tutte le operazioni di immersione.Grazie alla presenza della AtlantEco con un ROV di ultima generazione, è stato possibile effettuare la verifica visiva di alcuni siti di interesse già noti ma non ancora indagati. La sinergia tra i componenti di questa missione internazionale ha confermato la necessità di tali operazioni che uniscono per obiettivi comuni diverse professionalità al fine di raggiungere risultati scientifici di grande valore. Le attività si sono svolte a bordo della nave olandese “ALK” che al suo interno ha ospitato i laboratori tecnico scientifici e la stazione base del sommergibile Explorer 3. Le operazioni sono state rese possibili grazie alla collaborazione del Comandante Paolo Margadonna dell’Ufficio Circondariale Marittimo della Guardia Costiera di Lipari.I tre relitti sono situati in prossimità dell’isola di Panarea e si trovano ad una profondità che va dai 90 ai 140 metri. Si tratta di relitti pertinenti l’epoca ellenistico romana. Erano imbarcazioni dedite al commercio tra la Sicilia e la penisola italiana attraverso le isole Eolie, importante tappa lungo le principali rotte marittime del mediterraneo centrale. 
Il team di lavoro:
Sebastiano Tusa - Soprintendenza del Mare
Roberto La Rocca – Soprintendenza del Mare
Salvo Emma – Soprintendenza del Mare
Jan Koblick – Aurora Trust Foundation
Greg Mullen – Aurora Trust Foundation
Gerhard Seiffert – Aurora Trust Foundation
Cosimo Malesci – Aurora Trust Foundation
Daniel Nordstrom– AtlantEco
Erik Hasselman – U-Boat Worx

Mirabilia Maris: ambasciatori molto speciali

Rostro romano
Ercole e Anteo, II a. C.
Conclusa  la Nuova Settimana delle Egadi, si parlerà ancora delle Egadi, ma questa volta in Europa.
I rostri della battaglia navale delle Egadi del 241 a. C. saranno gli ambasciatori delle nostre isole e della Sicilia intera in un tour europeo che inizia l’8 ottobre ad Amsterdam dove si inaugura la mostra “Mirabilia Maris, Sicily and the Sea” presso presso l’Allard Pierson Museum.
I rostri, gli elmi, le anfore e gli altri oggetti recuperati nelle cinque campagne di ricerca con la nave oceanografica Hercules costituiranno una delle attrattive principali della mostra ideata da Sebastiano Tusa in collaborazione con i tecnici e gli archeologi della Soprintendenza del Mare e con i colleghi dell’Allard Pierson Museum di Amsterdam.
Il tour prevede ben 5 tappe fino al 2018: Olanda, Danimarca, Londra, Belgio, Germania. Nella primavera 2016 sarà all’Ashmolean Museum di Oxford fino al 25settembre. Dall’ottobre 2016 al marzo 2017 tornerà a casa a Palermo nell’Arsenale della Marina Regia, sede della Soprintendenza del Mare. Subito dopo si imbarcherà per volare a Copenaghen  dove rimarrà fino all’agosto 2017 al museo Ny Carlsberg Glyptotek. Da settembre 2017 a marzo 2018 è attesa al Royal Museum or Art and History di Brussels. L’ultima tappa del tour, se non ci saranno altre richieste, è in Germania, a Bonn, dove da aprile 2018 ad agosto sarà esposta al Landes Museum.
Anellino con gemma incastonata
La mostra, fatta di oltre 100 oggetti provenienti dai mari siciliani, nasce quale occasione di promozione e di valorizzazione del patrimonio storico archeologico subacqueo recuperato in Sicilia. Questo grande patrimonio finora è stato fruibile per il pubblico soltanto presso i diversi musei di pertinenza del territorio siciliano. La sua finalità è raccogliere quanto è sparso per offrire per la prima volta al pubblico una visione d’insieme più esaustiva dell’intensità degli scambi culturali, dei traffici commerciali nel Mediterraneo, aventi come protagonista la Sicilia, che per la sua posizione fin dalla preistoria è stata il baricentro della navigazione mediterranea, sia al fine di pacifici scambi, sia per operazioni militari di conquista ed espansione da parte di popolazioni diverse. 
Bronzo Reshef X a.C.
La mostra ripercorrerà 2500 anni di storia della Sicilia fino al Sedicesimo secolo, evidenziando anche il difficile lavoro degli archeologi subacquei e le nuovissimi mezzi di indagine e prelievo in alto fondale offerti dalla tecnologia a supporto della ricerca per mare.
Ciascun momento della storia della Sicilia sarà documentato attraverso reperti marini che spaziano dalla statuaria ai complementi di navigazione, dalle suppellettili da mensa in metallo prezioso alle più comuni anfore da trasporto delle diverse tipologie ed epoche (puniche, greche, romane, tardoantiche, arabe, normanne), ai poderosi strumenti da guerra quali i rostri navali in bronzo della battaglia delle Egadi, che concluse nel 241 a. c. la prima guerra Punica, sancendo l’inizio del dominio romano nel mediterraneo.
Oinochea a figure nere V sec a. C.
La mostra, divisa in sette sezioni, mette insieme reperti e pannelli relativi alla storia della Sicilia attraverso i suoi reperti subacquei che illustrano sia le ultime scoperte della Soprintendenza del Mare, sia quelle più antiche dei primordi dell’archeologia subacquea siciliana (Frost, Kaptain, etc. ) con filmati storici, video-installazioni, ricostruzioni virtuali dei siti e relitti, l’edizione completa di un catalogo illustrato della mostra e dei reperti in lingua italiana ed inglese.
Sezione I - I Pionieri: Tracce di Micenei e Fenici: Le testimonianze per le fasi micenee o fenicie più antiche sono rare, sia a terra che in mare. Tuttavia alcuni ritrovamenti fortuiti indicano la straordinaria ricchezza della loro cultura e l'intensità dei loro rapporti con l'occidente: il Reshef di Sciacca, il torso fenicio dallo Stagnone di Marsala, lingotti metallici, il frammento di anfora Myc IIIB da Capo Graziano.
Sezione II: I Greci: commerci e colonizzazione: Il Relitto di Gela dimostra la qualità e la varietà del commercio d'importazione greca che collegava l'importante città di Gela con la madrepatria attorno al 500 a.C. Il carico presenta numerosi suppellettili di pregio, la maggior parte delle quali sarebbe stata destinata a corredo tombale dei più agiati. Le anfore indicano un costante consumo di vino e olio , provenienti da diversi centri produttori della Grecia. Oggetti più modesti permettono di immaginare la vita dell'equipaggio a bordo delle navi commerciali.
Statua fenicio-punica VI a. C.
Il Relitto di Capistello, datato al 300 a.C circa, rappresenta un esempio più tardo di commercio greco e ci permette di introdurre il tema della storia della subacquea e anche del depredamento a cui sono stati sottoposti i beni subacquei. La modellistica navale permetterà di osservare le varietà delle tipologie e le specializzazioni delle navi antiche. Non tutte le navi che hanno solcato il Mediterraneo furono di grandi dimensioni: modellini fittili (da Lipari) illustrano il tipo della nave da guerra o della canoa, insieme ad altri aspetti del mondo della navigazione antica.
Sezione III - Lo scontro nel Mediterraneo: la guerra tra Cartagine e Roma: Cartagine (nell’odierna Tunisia) ha dominato il Mediterraneo occidentale dal IX al III secolo a. C. Nella fase più antica furono le città greche di Sicilia e della Magna Grecia a rappresentare i suoi antagonisti. Durante il III e il II secolo a. C. le Guerre Puniche tra Cartagine e il potere emergente di Roma infuriarono con violenti scontri sul suolo italico e nel Mediterraneo. Alla fine i Romani uscirono vittoriosi dall’epico scontro e Cartagine fu totalmente distrutta nel 146 a. C. Una serie di rostri navali in bronzo, rimasti a giacere sui fondali del mare a N-O di Levanzo sono le testimonianze dirette della Battaglia delle Egadi, 10 Marzo 241 a. C., che portò la vittoria ai Romani e segnò la fine della Prima Guerra Punica. 
Ancora litica
Sezione IV - Il commercio e il traffico d’arte dei romani: Dopo la sconfitta di Cartagine in seguito alla Prima Guerra Punica, la Sicilia divenne provincia romana, trasformandosi in granaio di Roma e fonte principale di approvigionamento , anche illecito, di statue e preziosi manufatti artistici , destinati all'elite affamata d'arte della fiorente città.Reperti particolari quali la zampa bronzea d'elefante a grandezza naturale dal Canale di Sicilia, il gruppo Ercole/Anteo testimoniano il flusso di prodotti artistici diretti in Sicilia, porto di richiamo per tali merci.
Sezione V - Periodo tardo antico e Bizantino: Presso la costa di Scauri, a Pantelleria, prossima all’Africa, un relitto Tardo Romano della seconda metà del V secolo a. C. testimonia la resistenza dei traffici commerciali pur attraverso le instabili condizioni dell’epoca in cui Cartagine è stata conquistata dai Vandali, che si apprestano a invadere le coste italiane. Pentole da cucina con tracce di zolfo furono probabilmente impiegate per creare la pece greca, un arma micidiale; le stesse pentole, la c.d. Pantellerian ware, rappresento il prodotto più pregiato delle esportazioni pantesche antiche attraverso l'intero Mediterraneo.
Patera
Sezione VI - Dominazione e commercio Arabo/Normanno: I Relitti di Abbione (XIII secolo) e di Mondello (X-XII), altri ritrovamenti fortuiti da vari relitti risalenti all’epoca delle dominazioni Araba e Normanna in Sicilia (IX -XIII secolo) evidenziano le influenze del Nord Europa e dell'Oriente sulla cultura siciliana. Sulla spiaggia di Mondello, vasi con iscrizioni arabe condividono il fondale con la ceramica normanna. L’anfora più recente in mostra appartiene a quest’ultimo periodo, mentre diversi reperti con simboli cristiani illustrano l’influenza dell'impero bizantino.
Sezione VII - I traffici marittimi in età moderna: Il relitto rinvenuto al largo delle coste di Sciacca testimonia un’avventura commerciale naufragata agli inizi del sedicesimo secolo. L’artiglieria pesante rinvenuta a bordo narra la precarietà, in cui le navi mercantili ben cariche, si aggiravano, preda di pirati e corsari. Il profitto che il capitano cercava di ottenere, ben conoscendo la carestia che aveva colpito i siciliani a quel tempo, ha causato la fine della nave, in quanto una folla tumultuosa ha saccheggiato la nave carica di grano.
















Roma e Cartagine: 264 – 241 a.C. ventitre anni di scontri mortali, nel mare delle Egadi la svolta decisiva

La battaglia delle Egadi dai libri di storia alle ricerche sui fondali
Tra la metà di luglio e la metà di agosto 2015 la Soprintendenza del Mare siciliana e la fondazione americana RPM Nautical Foundation condurrano la campagna annuale di ricerche archeologiche subacquee nell’area a qualche miglio a Nord-Ovest della punta settentrionale dell’isola di Levanzo (Capo Grosso), laddove ebbe luogo la battaglia delle Egadi del 241 a. C., mettendo in evidenza i sistemi elettroacustici adoperati per permettere l’identificazione dei reperti e dei dati archeologici testimoni di quell’importante evento storico. 
La ricerca guidata da anni dall’archeologo Sebastiano Tusa, in collaborazione con George Robb e Jeff Royal della RPM, ha raggiunto obiettivi scientifici di grande rilievo e il recupero di una notevole serie di reperti di grande valore storico, archeologico e documentario pertinenti la Battaglia delle Egadi che pose fine alla prima guerra punica il 10 marzo del 241 a. C. a favore dei Romani.
Il programma prevede il recupero del rostro Egadi 12 già identificato nella scorsa campagna e la ricognizione di altre aree. Il recupero del rostro Egadi 12 verrà preceduto da uno scavo nella medesima area mediante una piccola sorbona montata sul ROV ed azionata mediante bracci robotici. Con il sonar multibeam si continua l’esplorazione dei fondali per individuare target potenzialmente archeologici che verranno successivamente investigati mediante ROV. Lo scopo di questa campagna è quello di accrescere l’elenco dei reperti giacenti sul fondo dell’area della battaglia in modo da avere la possibilità di enucleare raggruppamenti selettivi di oggetti che possano dare adito ad ipotizzare il luogo di affondamento delle singole navi altrimenti non identificabili. O magari individuare, cosa poco probabile, i resti di una triremi.
Contemporaneamente l’equipe di Sebastiano Tusa e della squadra della Soprintendenza del Mare è al lavoro per far conoscere questa incredibile ricerca di archeologia subacquea i cui risultati superano ogni record e sono sui media in giro per il mondo, con una eccezionale novità per il Museo dell’ex Stabilimento Florio: una ricostruzione multimediale della battaglia delle Egadi che sarà inaugurata entro l’autunno.
Un percorso espositivo che vedrà il visitatore immerso nell’atmosfera della storica battaglia navale, mediante filmati ricostruttivi e descrittivi che ne rievocano le fasi salienti, i precedenti e le conseguenze. Saranno esposti i rostri, gli elmi, le anfore e tutti gli altri oggetti recuperati nel corso delle campagne di ricerca sulla battaglia.
Il visitatore sarà vicino all’ammiraglio romano Lutazio Catulo quando, è l’alba del 10 marzo 241 a.C., un forte libeccio agita le onde del mare che fronteggia la punta più occidentale della Sicilia incuneandosi tra le tre grandi isole Egadi. Un epocale cambiamento politico dell’isola aleggia nell’aria. Tra poco e per sempre (tranne l’intermezzo islamico altomedievale) la Sicilia diverrà terra “occidentale” dove campeggia già austera la fisionomia di Roma.
La battaglia delle Egadi è uno di quegli eventi che, da Polibio in poi, hanno alimentato il dibattito sulle guerre puniche, sulle loro cause e sulla svolta geopolitica che ne conseguì, ed hanno acceso l’immaginazione della gente soprattutto sulla spettacolarità delle vicende belliche. I Cartaginesi di Amilcare erano assediati sulle balze nord-orientali del monte Erice che sovrasta la città di Trapani (l’antica Drepanum). I Romani ne tenevano saldamente le pendici occidentali e la vetta lasciando in mano nemica soltanto un corridoio che dava accesso al mare nei pressi dell’odierna baia di Bonagia.
La situazione si aggrava con l’arrivo della flotta romana che occupa le acque antistanti Drepanum e le rade di Lilibeo. L’intera costa occidentale dell’isola resta quindi tagliata fuori da ogni collegamento con Cartagine; Lilibeo, fondamentale snodo marittimo e terrestre della Sicilia punica, rimane senza sbocchi a causa del blocco romano. I Cartaginesi tentano di tutto pur di soccorrere Amilcare chiuso sul monte. A tal proposito approntano una forza navale al comando dell’ammiraglio Annone che, partita da Cartagine, raggiunge Marettimo (Hiera) dove attese vento e mare favorevoli per l’ultimo balzo verso la Sicilia per soccorrere i propri connazionali. L’ammiraglio Lutazio Catulo intuisce la rotta delle navi puniche che, da Hierà, evitando naturalmente la costa pattugliata tra Drepana e Lilibeo, avrebbero puntato su Erice, ampliando il raggio di navigazione verso l’accesso nord-orientale dell’attuale Torre di Bonagia: occorreva tagliarne la rotta, volgendo a favore dei Romani quel forte libeccio che, pur propizio alle vele nemiche, non le avrebbe comunque alleggerite del pesante carico di vettovaglie in caso di un attacco a sorpresa.  Lutazio Catulo si nascose dietro l’alta mole di Capo Grosso di Levanzo e, quando vide sopraggiungere il nemico a vele spiegate diede ordine di tagliare le cime d’ormeggio e salpare in fretta in modo da colpire le navi nemiche al traverso. Ci volle poco a scatenare la confusione e lo sgomento tra i marinai cartaginesi. In preda al panico parte della flotta rientrò verso Cartagine, parte fu distrutta o catturata.
Laddove c’era il luogo di ancoraggio della flotta romana numerosi ceppi d’ancora vennero recuperati nei decenni scorsi. Laddove ci fu lo scontro sono stai recuperati i rostri icon le sistematiche ricerche corroborate dalla più sofisticata tecnologia elettroacustica ed elettronica utilizzata da una sapiente ed intelligente equipe di archeologi e tecnici italo-statunitensi. Un altro rostro è venuto fuori in seguito alle indagini congiunte tra Soprintendenza e Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Pur non conoscendone esattamente il contesto tutti gli indizi raccolti ci riportano al medesimo spazio di mare.
Ecco come una pagina di storia è stata svelata attraverso la sistematica collaborazione tra storici, archeologi con l’ausilio ormai indispensabile della tecnologia elettronica ed oceanografica.

“E che la lancia rechi molto male. Baal lanci con furore questo (rostro) contro il suo obiettivo
sì che lo scudo venga fiaccato indebolito al centro”

A sinistra l’iscrizione e la traduzione sull’unico rostro cartaginese recuperato.





Sapore di mare, sapore di sale


A Favignana mentre si svolgeva la manifestazione “La Settimana delleEgadi al tempo dell’Expo” alcuni grandi tonni sono entrati nel porto. Forse un ricordo di quando in tempi recenti si calavano ancora le reti della storica tonnara, così hanno potuto riprendere indisturbati il loro cammino. Ma l’auspicio però, è che l’anno prossimo, ci sia di nuovo la tonnara ad attenderli per catturarli.
Molti gli argomenti trattati nel corso della manifestazione, tra questi “Il Tonno nella cultura siciliana” con una relazione di Marcella Croce, giornalista e scrittrice, presidente del Centro Studi di Palermo Avventure nel mondo, che con il suo “Guida ai saporiperduti, storie e segreti del cibo siciliano con quaranta antiche ricette” ha sottolineato come per i siciliani il cibo ha grande importanza. In una riunione informale fra amici come in un pranzo ufficiale, l'argomento non manca di eccitare gli animi, di rompere ogni tipo di ghiaccio, di sconfiggere ogni inibizione. 
Mangiare è sempre un atto culturale, dando alla parola cultura quel senso lato che molti le hanno negato. Non una singola isola, ma un agglomerato di isole, quasi un subcontinente, è la Sicilia, dove la geografia e l’aspra natura del terreno hanno per millenni rappresentato una barriera naturale alla circolazione di merci e di idee. 
Nel campo culinario molto è sconosciuto anche agli stessi abitanti dell’isola: in Sicilia c'è tutto un universo sommerso di cibi che sono conosciuti solo in una zona, a volte addirittura solo in un quartiere, o che si possono comprare in una singola pasticceria o panificio. Frascatole, 'nfasciatieddi, funciddi, piscirè, 'nfigghiulate, e molto altro ancora: vere e proprie reliquie da preservare. Ogni siciliano, specie se di una certa età, conserva alcuni di questi misconosciuti brandelli di cultura legati ai propri ricordi d'infanzia o all'esperienza ancora viva del quotidiano. È importante riunire il maggior numero possibile di queste informazioni, per un atto di conoscenza collettiva e per una speranza di futura memoria.
Del suo libro abbiamo tratto la presentazione.
Sapore di mare, sapore di sale 
…ci èranu tiempi
ch’ i pisci murièvano ri vicchiaia…
(Detto siciliano)
Fra Sicilia occidentale e orientale esistono notevoli differenze culturali che, già presenti in epoca preistorica, si sono accentuate nei secoli. Sicani e siculi prima, fenici e greci poi, si spartirono il territorio costituendo una barriera che, seppure neanche lontanamente paragonabile alle frontiere esistenti fra le odierne nazioni, permane viva fino ai nostri giorni. I successivi dominatori, pur essendo a turno padroni dell’intera isola, concentrarono il proprio potere in alcune particolari zone dell’isola che ancora ne evocano in vario modo la presenza: così accade che tracce bizantine si siano conservate quasi esclusivamente nella Sicilia orientale, e che l’influenza degli arabi, sebbene sia rimasto appena qualche muro attribuito senza alcun dubbio a loro, sia tuttora percepibile soprattutto nella Sicilia occidentale. L’isola può sommariamente essere divisa in occidentale e orientale anche nel cibo che, come è inevitabile, trae in gran parte origine dagli animali presenti nel territorio.
L’estremità nord-orientale della Sicilia è scenario di suggestive leggende: quella di Scilla e Cariddi, i mostri omerici affrontati da Ulisse, quella di Morgana, la fata azzurra dei miraggi, quella di Cola Pesce, il nuotatore che rinunciò all’amore della figlia del re per sostenere sott’acqua la colonna incrinata di quell’angolo di Sicilia che rischiava di inabissarsi. 
È il regno del pescespada che, come il tonno, sfrutta le correnti e segue particolari rotte migratorie nel periodo degli amori. Non viaggia in grandi branchi, ma passa solitario o in coppia nelle acque dello Stretto di Messina: sembra infatti che, come talune specie di uccelli, rimanga fedele al compagno/a fino alla morte.
Le imbarcazioni tradizionali di un tempo erano grandi barche (feluche) munite di un imponente palo su cui stava appollaiato l’avvistatore (“ntennere). Il pescespada veniva quindi arpionato dagli altri pescatori che accorrevano sul posto con le agili barchette da inseguimento (luntri dal latino linter). I luntri erano costruiti in legno di gelso o quercia ed erano dotati di quattro remi eccezionalmente lunghi (in media metri 5,13) che quando la barca era a riposo bilanciavano i movimenti degli uomini come la pertica quelli dell’equilibrista. A poco a poco i luntri sono stati sostituiti dalle barche motore in uso oggi, che sono munite di un altissimo albero da cui è possibile avvistare il pesce, e di passerelle lunghe oltre venti metri che permettono ai pescatori di avvicinarlo. Sono invece oggi proibite le grandi reti dette spadare, lunghe fino a 20 chilometri, e alte 30 metri producevano il cosiddetto “effetto muro”, catturando senza nessun criterio selettivo fino a trenta specie di pesce differenti.
I luntri avevano una forma molto affusolata, quasi i pescatori nell'idearla si fossero ispirati alla forma del pescespada o al gladio, la lamina cornea a forma di pugnale che si trova all’interno del calamaro. Già nell’antichità Polibio e Oppiano lasciarono dettagliate descrizioni, affermando che il pescespada nello Stretto di Messina veniva pescato con barche costruite a sua immagine e somiglianza: si poteva in tal modo trarre in inganno i pesci che si lasciavano avvicinare senza difficoltà. Da questa antica prassi, oltre che da esigenze funzionali deriverebbero la loro forma anche le muciare, le possenti barche nere senza motore che vengono trascinate intorno alla camera della morte per la mattanza dei tonni.
Assistette per intere giornate alla pesca del pescespada il principe Don Giovanni d’Austria, che si recò a Messina prima della battaglia di Lepanto e che volle essere istruito a tirare la lancia, e fino al ’700 la pesca continuò a essere oggetto di spettacolo per le famiglie nobili messinesi. Patrick Brydone, nel suo Viaggio in Sicilia e a Malta (1773), la considera una pesca alla balena in miniatura e racconta che i pescatori messinesi sussurravano al pescespada delle filastrocche in greco per attirarlo vicino alla loro barca: il pesce stava incantato ad ascoltare quella strana lingua e si lasciava così facilmente catturare, ma si credeva che se avesse ascoltato anche una sola parola in italiano, si sarebbe inabissato per sempre.
A Messina il pescespada ha un ruolo importante nella cucina tradizionale: uno dei piatti più elaborati e aristocratici, di chiara influenza francese, è l’impanata di pescespada in cui il ripieno di pesce è inserito in un involucro dolce di pasta frolla. I pescivendoli locali hanno sviluppato una speciale abilità nel tagliare il pesce in fette sottilissime, necessarie per la fattura dei famosi involtini (o braciole) di pescespada, di cui gli involtini di spatola sono una versione più economica. Oltre a pangrattato (che i siciliani chiamano mollica), pinoli e uva passa, il ripieno degli involtini prevede olive e capperi finemente sminuzzati, e con gli stessi ingredienti esistono ricette nelle quali i filetti di pesce sono sistemati in tortino invece che arrotolati. Come per il tonno, si usavano un tempo tutte le parti del pesce, compresa a bbotta (la parte di carne vicino al colpo inferto dalla fiocina), e l’occhio, conservato sotto sale o lesso. Subito dopo averlo ucciso, i pescatori per tradizione graffiavano con le unghie una croce sul pesce (cardata da cruci), quasi a purificarne la morte, e mangiavano a filedda, la cartilagine fra le venature ossee della spina dorsale.