lunedì 17 novembre 2014

Pianosa, il gozzo sorrentino bene di interesse culturale

Nello scaffale della libreria Internazionale il Mare, Pianosa il gozzo sorrentino curato da Paolo Rastrelli, si fa subito notare oltre che per l’insolito formato ad album, largo ventuno centimetri e alto sedici, per l’elegante copertina cartonata color rosso vinaccia e per la raffinata carta rigata. Il libro racconta la storia del recupero e del restauro dello storico gozzo nato nel 1947 nei cantieri Aprea e utilizzato per rifornire di derrate e generi di prima necessità i detenuti dell’omonima isola dell’Arcipelago Toscano.

Marc H. Bayard, Barca di Sorrento, 1832
È un’edizione del 2005 andata in stampa quando il Pianosa è stato inserito tra i beni di interesse culturale. La decisione fu presa per due diversi motivi: perché era un raro esempio di barca da lavoro, intatta nell’ossatura generale, e per l’accurato restauro, condotto con l’integrazione di tutte le parti mancanti con pezzi recuperati da barche della stessa epoca dismesse grazie a un paziente lavoro di ricerca.
In realtà il gozzo, un 12 metri, fu ordinato al Cantiere Aprea da un’armatore dell’isola d’Elba; lo scafo venne impostato secondo la tradizione partendo dalla chiglia con il dritto di prora e quello di poppa, venne installato un motore Gray di carro armato americano, residuato bellico acquistato a Napoli e nel 1947 scende in mare con il nome di Laura Madre.
Nei primi due anni di vita fu impiegato nell’arcipelago toscano, si racconta che fermato per contrabbando fu messo sotto sequestro nell’isola di Pianosa, allora sede di una colonia penale. Il carcere aveva la necessità di assicurare i collegamenti con l’isola d’Elba, così nel 1949 il Ministero di Grazia e Giustizia acquistò il Laura Madre cambiandole il nome in Pianosa. Per quarant’anni il servizio di questa barca, robusta e marina, fu di estrema importanza per la vita del penitenziario, tanto che fu anche autorizzata, a vantaggio dei residenti, alla pesca montando un verricello a prua e acquistandone le reti.
Alla fine degli anni ’80 con la trasformazione in Super Carcere e l’introduzione del 41 bis l’isola fu dotata di mezzi veloci così il Pianosa divenne obsoleto, anche perché fu seriamente danneggiato durante una tempesta.
Il Ministero l’8 novembre del 1993 con la nota n°. 22588 lo dichiarò “bene fuori uso” e fu abbandonato, simbolo di un periodo epico. Fino a quando per puro caso fu riscoperto da un toscano, Benito Taddei, che ne fu subito attratto, nonostante le pessime condizioni, immaginando come sarebbe potuto diventare una volta restaurato. Disbrigate le pratiche burocratiche per riuscire ad acquistarlo iniziò l’ardua impresa di metterlo in acqua impedendo che colasse a picco. Con l’aiuto di due maestri d’ascia riuscì a calarlo in acqua e poi, a caricarlo su una chiatta e portarlo a Ponte a Elsa dove arrivò nel dicembre del 1994. Taddei inizia da solo il restauro del  vecchio Pianosa, ritenendo di portarlo a termine con le sue forze e nel tempo libero dal lavoro.
Ma la realtà si rivela impossibile nonostante la richiesta di aiuto a mastro Cataldo Aprea, diretto discendente del costruttore della barca, che riuscì nell’impresa di trovare un altro appassionato a Sorrento. Entra così in scena Federico Cuomo, cresciuto nel culto delle tradizioni marinare, che acquista il Pianosa e lo trasporta a Sorrento. Dopo 54 anni il vecchio gozzo sorrentino ritrovato in Toscana ritorna nel cantiere dove è stato costruito per essere completamente rastaurato con criteri filologici e conservativi di un’imbarcazione tipica, legata alla tradizione locale.
L’operazione di restyling inizia nell’autunno del 2002 e termina nell’estate del 2003 dopo otto mesi di lavoro di Cataldo Aprea con i figli Nino e Raffaele, titolari dell’Antico Cantiere del Legno.
Lo Studio Faggioni di La Spezia, specializzato in restauri di yacht d’epoca, ha impostato e seguito tutti i lavori per riportare la barca al suo stato originale. L’architetto Stefano Faggioni, titolare dello studio, è stato travolto dall’operazione non solo professionalmente ma anche emotivamente tanto che le visite in cantiere si trasformavano in seminari di costruzione navale.

Per il restauro si è proceduto per prima cosa allo smontaggio delle strutture di coperta che sono state in gran parte recuperate, come le tavole del ponte e quasi tutti i bagli e i braccioli; si sono recuperate tutte le ordinate rimaste in perfetto stato. Tutte le parti sostituite sono state fedelmente ricostruite impiegando le stesse essenze originali, caratteristiche dei boschi vesuviani e sorrentini: elece lucino per la chiglia, quercia per la ruota di prora, pino per il fasciame, trincarino e dormienti, gelso per la schiocca di poppa. 

Tutto all’insegna dell’antica tradizione: calafataggio con cordolo di cotone e stoppa, stucco composto di minio, litopone, grasso e olio di lino cotto: “Come sempre s’è fatto e come il legno vuole che si faccia poiché il legno è sempre vivo” afferma mastro Cataldo, che ha tramandato ai figli tutti suoi piccoli grandi segreti dell’arte di costruire barche. In linea con la tradizione sorrentina, poi, il dritto di poppa si eleva oltre la coperta, sulla cui sommità un artigiano locale vi ha scolpito un falco, simbolo di Punta Campanella. Per l’albero, alto 11,40 metri sono stati usati tavoloni di douglas arrivati dalla Scozia, ben stagionati e di notevole lunghezza. Per la costruzione è stato usato il metodo dei listelli a sezione triangolare incollati longitudinalmente faccia contro faccia per formare una sezione ottagonale portata poi a sezione circolare a mano. Anche per l’antenna, lunga 17 metri, è stato utilizzato il douglas, costruita da tre pezzi affiancati a scalare, ottenendo così una notevole robustezza. 
Per il piano velico usati 74 metri quadrati di tela a riva più i 20 del polaccone. Le vele, realizzate dalla Doyle di Palermo, sono in Dacron beige, impreziosito da bugne di cuoio imbevute nel petrolio, con occhielli di ottone e rinforzi di pelle cuciti a mano. I bozzelli sono stati ricostruiti seguendo fedelmente i modelli dell’epoca usando le medesime essenze utilizzate dei vecchi bozzellai locali. Sono stati restaurati anche alcuni splendidi bozzelli appartenenti alla preesistente attrezzatura, tra cui alcuni con stroppo tessile e pulegge di legno guaiaco. Anche la bussola è d’epoca, è del tipo tradizionale su sospensione cardanica, con la rosa dei venti che reca sul quadrante la scritta US NAVY.
Infine il restauro del Pianosa è stato un evento unico nel suo genere e ricorda che i gozzi, espressione di un’arte antica, sono stati al centro dello sviluppo delle comunità marinare del Mediterraneo, impegnare nella pesca e nel cabotaggio, attraversando anche gli Oceani.


Il corsivo di questa presentazione è parte di un servizio a firma Giovanni Caputo e corredato con le fotografie di Francesco Rastrelli pubblicato a fine 2003 dal trimestrale Arte Navale che per primo ne parlò.

Per chi vuole approfondire il tema che riguarda Il maestro d’ascia consigliamo questo libro

Fotografie e illustrazioni sono tratte dal libro Pianosa, Il gozzo sorrentino

venerdì 14 novembre 2014

I gozzi sorrentini, barche con l’anima, e antichi cantieri

Anche se siete abituati ai mille e mille eventi che la libreria il Mare è stata capace di organizzare nei suoi quarant’anni anni di storia, vi chiederete perché il 29 novembre a Roma sbarcano le Prore Sorrentine. Semplice, perché la Libreria da sempre, è la sua vocazione, è un approdo naturale per chi va per mare. E poi perché Ivana Melillo, ideatrice di questo straordinario evento organizzato insieme alla nostra Annalucia, ha trovato a Sorrento una grande famiglia del mare, ovvero l’Antico Cantiere del Legno Aprea che l’ha accolta ed amata: “tanto  increduli” si chiedevano chi era questa donna che da Roma si era spinta fin li per la Santa Rosa… un gozzo a vela latina restaurato  e visto navigare qualche settimana prima nelle acque del golfo di Napoli.
Il gozzo Pianosa (foto F. Rastrelli)
Il mondo delle “barche con l’anima”, le barche di legno, è un mondo speciale che prende il cuore e  diventa una cosa sola con la barca e con il mare. È una sensazione di profonda unione che tanti naviganti hanno sentito e quando succede a te non puoi far altro che viverla, lasciandoti abbracciare da quel navigare che ti riporta dietro nel tempo, tra lo scricchiolio dello scafo e il profumo del legno bagnato dall’acqua di mare. Pian piano nasce il desiderio di conoscere cosa unisce ancora quegli uomini a queste barche, e chi ancora quelle barche le cura e le riporta in vita.
Giovanni Caputo
Ed è sicuro che questo desiderio di conoscenza verrà esaudito dopo che avrete ascoltato l’attrezzatore di barche d’epoca Giovanni Caputo, il progettista e restauratore Stefano Faggioni, l’apprezzato maestro d’ascia nel mondo della costruzione e del restauro delle barche di legno Nino Aprea e il comandante Giancarlo Antonetti animatore del trofeo De Martino, storica regata per i gozzi sorrentini a vela latina. Il tema dominante della serata dedicata alle prore sorrentine si ispira al Carme del poeta romano morto giovanissimo, appena trentenne, Gaio Valerio Catullo quando parla della barca di cui ne era così innamorato, al punto di trasportarla nel giardino della sua villa sulle sponde del lago dove “…appartata, riposa e invecchia…”.
Ivana Melillo, Fleet Performance Manager
d'Amico Group
La poesia, a distanza di due millenni, sembra quasi dedicata a un gozzo sorrentino, sicuramente a quella barca molto simile, se non identica nella struttura, basta paragonarne i relativi piani “…fu la più veloce d’ogni nave, e mai slancio di legno navigante le passò avanti, fosse necessario volare col remeggio o con la vela… e poi “dove prima d’essere nave fu foresta frondosa.”
È certamente difficile per il mastro d’ascia Giovanni ‘Nino’ Aprea e per l’attrezzatore Giovanni Caputo trovare oggi quelle frondose foreste citate da Catullo, dove trovare quegli alberi di grande fusto con almeno 50 anni di vita fondamentali per la riuscita di una barca.

Oggi per lo più ci si affida ai commercianti di legno per trovare le varie essenze, il pino, il leccio, il gelso, il bosso, il ciliegio, come si usano, e come si collocano all'interno dell’imbarcazione che si vuole costruire. A volte capita di potere scegliere il legno, ma anche il garbo giusto, direttamente in un bosco prima del taglio. La bravura di Nino e Giovanni consiste nel sagomare e adattare il legno a quella che poi sarà la funzione (ordinate, madieri, chiglie,…), operazioni che si fanno con un’ascia particolare, da qui il nome di maestri d’ascia. Nell’antico Cantiere Del Legno Aprea di Sorrento, vera e propria punta di diamante nel settore delle imbarcazioni d’epoca e tradizionali, grazie proprio al quel grande patrimonio fatto di conoscenze, esperienza e bagaglio culturale marinaro che lega il nome Aprea alle barche di legno che si costruiscono i gozzi seguendo un antico metodo. Volendo realizzare un gozzo di 7 metri e stabilito il suo impiego, gli artigiani tracciano prima il “garbo” partendo dall’ordinata maestra, poi 7 ordinate verso prua e 7 verso poppa, formando così la sezione maestra della barca, “il suo scheletro”. Continuando dalla sezione maestra verso prua e verso la poppa partono dei righelli curvati, che servono a segnare i punti di sviluppo delle restanti ordinate. Queste prime fasi sono le più importanti e fondamentali nella costruzione del gozzo, poiché dalla traccia del “garbo” e dalla sagomatura delle ordinate dipendono l’armonia e l’idrodinamica dello scafo.
Per il rivestimento delle ordinate il fasciame è curvato a caldo, le assi vengono esposte al fuoco dalla parte interna, costantemente bagnate e sottoposte a pressione; ottenuta la curvatura desiderata sono fissate, ancora calde, alle ordinate, con dei morsetti; è un’antica tecnica di curvatura che permette alle assi di mantenere inalterata la forma nel tempo. Dopo si passa alla lunga e meticolosa operazione di modellatura: lo scafo viene piallato per eliminare i ‘bozzi’  e le irregolarità del fasciame, che altrimenti comprometterebbero l’idrodinamica. Posizionato e piallato il fasciame, si continua con il calafataggio per rendere stagna la barca, posizionando del cavetto in cotone tra le intersezioni del fasciame. A Giovanni Caputo, oltre che parlare della storia e dell’evoluzione del gozzo sorrentino, spetta anche l’onore e l’onere di illustrare ai ragazzi tecniche e metodi di Arte marinaresca che nei libri di nodi e nei testi scolastici non ci sono… Non è pretenzioso, ma quello che illustrerà è frutto delle esperienze di generazioni di uomini di mare, marinai con la M maiuscola che non lasciavano nulla al caso, perché – è il caso di dire – la vita di un uomo poteva essere attaccata ad un … filo.
Cantire Aprea, foto F. Rastrelli
A mare, a bordo – ricorda Caputo – saper fare un nodo e quale nodo fare, che tecnica utilizzare è importantissimo. Non esiste un nodo “fatti quasi bene”: o è perfetto o è sbagliato, e sbagliato vuol dire pericoloso!
Caputo, perito navale e attrezzatore navale per barche d’epoca, lavora presso l’Antico Cantiere del Legno Aprea, dove si costruiscono i famosi gozzi sorrentini e si restaurano imbarcazioni, come ad esempio il gozzo Pianosa, bene d’interesse storico costruito appunto dalla Famiglia Aprea nel 1947. Oltre a questo è anche scrittore. ha pubblicato Antiche tradizioni marinare, L’Arte Marinaresca, manuali dedicati agli appassionati delle barche d’epoca e Gente di Mare, una miscellanea sulle tradizioni legate al mare e recentemente si è cimentato con un romanzo: Mistero delle acque della Gajola.

Invece l’architetto Stefano Faggioni, Yacht Design, si occupa di progettazione e restauro navale, con un’esperienza che ha le proprie radici nella grande tradizione dei costruttori navali e dei Maestri d’Ascia del golfo di La Spezia dove ha la sede il suo studio. Famosi  restauri di barche d’epoca come il Ketch del cantiere Camper & Nicolson del 1899  Black Swan e quello del gozzo sorrentino Pianosa del 1947, restaurato completamente tra il 2001 e il 2003.
Il restauro e ampiamente descritto nel libro dal titolo Pianosa di Francesco Rastrelli.
Conclude la serata il Comandante Giancarlo Antonetti presidente di Asso Vela a Tarchia, animatore del trofeo De Martino per gozzi a vela latina che si tiene tutti gli anni a Sorrento.
Questa volta il drink è offerto da Paolo e Noemia d’Amico: Presentano il Terre di Ala, un blend di Sauvignon e di Remillon, e il Villa Tirrena, Merlot e Shiraz. Vengono da una straordinaria azienda, a Vaiano, localizzata nel cuore della Tuscia, tra i "Calanchi", una zona oggi protetta anche dall'Unesco e che si estende nell'alta valle del Tevere, al confine fra Toscana, Lazio ed Umbria. Per comprendere perché uso l’aggettivo straordinaria vi invito a “fare un giretto” sul loro sito.
Gozzo Pianosa, foto F. Rastrelli
Maurizio Bizziccari

Carme 4
Gaio Valerio Catullo
La barca che vedete, ospiti, dice
Che fu la più veloce d'ogni nave,
e mai slancio di legno navigante
le passò avanti, fosse necessario
volare col remeggio o con la vela.
E dice che non possono negarlo
La costiera adriatica malfida
E le Cicladi e Rodi celebrata,
la selvaggia Propontide di Tracia,
il torvo seno del Mar Nero, dove
prima d'essere nave fu foresta
frondosa: là, sul giogo del Citòro
folto di bossi, a voi fu familiare,
dice la nave; e alla sua prima origine
fu lassù, in alto sulla vostra vetta,
poi nelle vostre acque immerse i remi,
quindi attraverso tanti mari folli
portò il padrone, e i venti la chiamavano
da destra e da sinistra e Giove Padre
batteva amico l'una e l'altra scotta,
poi senza dover fare voti mai
agli dei delle rive, lasciò il mare
e giunse infine in questo lago chiaro.
Tutto questo è un passato. Ora, appartata,
riposa e invecchia, e si consacra a voi,
a Castore e Polluce, i due Gemelli.