domenica 26 ottobre 2014

Il relitto di Marausa è restaurato. Ora serve una casa per esporlo


Salerno, Giovanni Gallo, a sn, e Sebastiano Tusa
Completato il laborioso lavoro di recupero e restauro del relitto di Marausa, i legni sono pronti per essere esposti e musealizzati. Lo scorso 29 settembre a Salerno il laboratorio Legni e Segnidella Memoria, artefice del restauro, li ha ufficialmente “consegnati” a Sebastiano Tusa direttore della Soprintendenza del Mare siciliana.
Era il 1999 quando il relitto è stato individuato, sono passati quindici per avere i 700 pezzi restaurati pronti per essere riassemblati.
E ora? Tusa non ha dubbi, visto che Marausa è nella provincia di Trapani, la naturale destinazione finale è la Colombaia, l’antica fortezza medievale situata su un’isoletta all’estremità orientale del porto di Trapani. 
La Colombaia
Impiegata come carcere fino al 1965, quando fu inaugurato il nuovo carcere di Trapani, è poi caduta in stato d’abbandono. La Regione recentemente ne ha annunciato il restauro. 
È pronto il progetto da sette milioni e 300mila euro, a valere sulla programmazione fondi europei 2014-2020, la cui denominazione ufficiale è «Intervento di restauro del Castello della Colombaia– Realizzazione del Museo relitto di Marausa»
Salerno, Sebastiano Tusa e Giovanni Gallo
Ma da qui al 2020 dove lo mettiamo? La risposta ce la dà lo stesso Tusa: nella Regina delle Tonnare, l’Ex stabilimento Florio di Favignana, che dopo il restauro è diventato il centro di un’offerta culturale che ha per temi i tanti aspetti della storia e dell’archeologia mediterranea.
Ex Stabilimento Florio, spazio espositivo
Nello stabilimento si inscatolava il tonno
catturato nella tonnare di Favignana e di Formica. Lo spazio per esporre il nostro relitto certamente non manca: circa trentaduemila metri quadrati di cui oltre tre quarti di superfici coperte con una serie di corti e spazi e ambienti diversi per dimensioni e destinazioni d’uso.
Giusto il tempo di superare gli intralci burocratici e sicuramente entro l’anno i nostri preziosi pezzi di legno partiranno da Salerno per Favignana. Parola della Soprintendenza del Mare. Ci dobbiamo credere?

Quello che segue è il breve racconto, con la collaborazione di Giovanni Gallo, di come sono stati recuperati e restaurati i settecento “pezzi di legni”.
Salerno, Giovanni Gallo
Sono quel che resta della grande nave oneraria romana lunga più di venti metri e larga nove naufragata il terzo secolo d. C. e individuata casualmente nel 1999 nelle acque basse del mare di Marausa, poco distante da Trapani. Un ritrovamento eccezionale sia per le dimensioni sia perché era a “portata di mano”, alla profondità di non più di due metri e a pochi passi dalla spiaggia, e per ultimo era in ottimo stato di conservazione perché ricoperto da una spessa coltre di matta di posidonia che per secoli, crescendovi sopra, aveva sigillato il sito e ne aveva permesso la conservazione, proteggendo nello stesso tempo dall’erosione la linea di costa e quei bassi fondali. Queste le circostanze che hanno restituito il relitto, sul fondale era aperto come un libro, ben conservato soprattutto nella parte centrale, mentre non lo erano molte ordinate e il fasciame esterno aggrediti dalla teredine (Teredo navalis). 
Nella prima fase fu recuperato quel che rimaneva del carico composto principalmente da anfore, alcune delle quali avevano il rivestimento interno di pece ed erano, pertanto, adibite al trasporto di vino o di salsa di pesce (a giudicare anche dal rinvenimento di numerose ossa di palamito nel deposito). Altre prive di rivestimento potevano essere state utilizzate per trasportare olio ed altre mercanzie. Infatti una parte consistente del carico era composto da olive, pinoli, nocciole, mandorle, noci, pesche, pigne, fichi secchi e frutta secca evidentemente contenuti nelle anfore. Erano presenti anche resti della cambusa di bordo in forma di ossa e denti animali (mammiferi domestici e pesce).
Preparazione del fotoplano
Il lavoro di recupero vero e proprio, iniziato il 22 agosto del 2011, fu affidato alla direzione di Giovanni Gallo che mise in campo una squadra perfetta, una sinergia mai messa in campo: archeologi e restauratori insieme per un recupero, in mare, per “smontare” i resti dello scafo. Sulla riva la struttura di sollevamento, catalogazione e recupero, da qui partivano i binari che arrivavano al relitto, il carrello con i legni li percorreva movimentato da funi e da ogni marchingegno per permettere il recupero e la conservazione.
Il nove settembre Il relitto è stato liberato dal carico e dalla sabbia che lo ricopriva; due giorni sono serviti per il rilievo e il fotopiano
L’undici settembre il primo pezzo di legno è riemerso, poi, legno dopo legno, i 700 pezzi sono stati catalogati.
Il due ottobre il recupero della chiglia, un pezzo unico lungo dieci metri e mezzo, è stato il più delicato. Questo è il racconto dei protagonisti: “come ogni mattina, siamo scesi in acqua, solo la chiglia si doveva recuperare, ci è voluta l’intera giornata, alle 19 finalmente il serpente di legno ha lasciato il suo letto di sabbia, Sanna, Scardino e Tiboni lo portano a galla, immediatamente noi dalla riva ci immergiamo per aiutarli, la chiglia viene poggiata sul carrello e con la massima cautela, considerando la lunghezza e la fragilità del reperto, lo abbiamo portato a pel d’acqua in prossimità della riva, il sole era tramontato e la gente di Marausa che, numerosa, assisteva all’evento dalla spiaggia, posizionarono le auto per illuminarci con i fari, creammo una trave lenticolare che potesse contenere il prezioso reperto senza farlo spezzare, finimmo!
Recupero della chiglia
Erano le 21,30, alzammo tutti le braccia al cielo in segno di vittoria, ci abbracciammo tutti, un applauso parti dalla riva,… lacrime e non più il mare bagnarono i legni, naufragammo nella gioia sorseggiando spumante e assaporando la pasta di mandorle che ci avevano preparato per festeggiare.”
Giovanni Gallo, direttore di Legni e Segni della Memoria spiega nel dettaglio i particolari dei legni recuperati: “Il relitto di Marausa è composto da circa 700 pezzi il più piccolo misura 10cm per 40cm di lunghezza, lo spessore è di 2,5cm, il più grande, la chiglia, ha una sezione di 25cm per 30cm ed è lunga 10,5 metri, il ritrovamento misura 13,13m per 8, la particolarità è il numero rilevante di ordinate: quaranta con una sezione media di 15cm per 15cm, erano talmente tante che quasi si toccavano, infatti, tra un ordinata e l’altra c’è poco più di 10cm, lo spazio per infilare una mano.
Il binario per recupero chiglia
Le essenze fondamentali che caratterizzano il relitto sono il frassino, il pino, il larice e il cedro. Per comprendere il degrado dei legni possiamo far riferimento al MCW%, questo valore indica il rapporto tra il peso del legno e il peso dell’acqua che contiene, più acqua c’è più elevato è il valore maggiore è il degrado, nel nostro caso si va dal 326% dell’ordinata in Larice (medio degrado) al 826% dell’ordinata in Frassino (elevato degrado). La chiglia è in pino ed ha un MCW% pari a 375.
I legni, si sa, sono la memoria dell’albero che era, altresì, il loro accrescimento è in stretta relazione con il luogo e il tempo di “esistenza”, tutti sappiamo che, alle nostre latitudini, gli alberi sono caratterizzati da anelli di accrescimento; se li contiamo sappiamo gli anni di vita, se ne misuriamo l’ampiezza consideriamo le condizioni metereologiche, anelli molto ampi si hanno negli anni con molta pioggia, anelli stretti dipendono da anni di relativa siccità, la sequenza dell’ampiezza di più anelli permette, con l’ausilio di dati di archivio, di collocare il singolo pezzo di legno in luoghi e epoche proprie: affascinante! 
Le ordinate
Nel nostro caso oltre alla dendrocronologia è stato effettuato il prelievo per l’esame al radiocarbonio, Il metodo del Carbonio14 permette di datare materiali di origine organica (ossa, legno, fibre tessili, semi, carboni di legno, ...). Si tratta di una datazione assoluta, vale a dire in anni calendariali, ed è utilizzabile per materiali di età compresa tra i 50.000 e i 100 anni. La sua principale utilizzazione è in archeologia per datare i reperti costituiti da materia organica, quindi contenenti atomi di carbonio. La chicca, nel nostro caso è che abbiamo prelevato tre campioni a distanza di tempo nota, infatti, conteggiando gli anelli di accrescimento abbiamo prelevato tre campioni a distanza di 20 anni l’uno dall’altro, l’incrocio dei dati tra il Carbonio14  e dendrocronologici ci permetterà di avere una maggiore precisione ed una più probabile determinazione delle poca di appartenenza dei legni. Gli esami sono condotti da Olivia Pignatelli e Nicoletta Martinelli del laboratorio Dendrodata di Verona, a breve conosceremo i risultati.
Salerno, Legni e Segni: Vasca per l’impregnazione
I legni impregnati ed essiccati sono pronti per essere montati, come protettivo si è usata la cera d’api in essenza di trementina, il profumo è soave e pervade tutto il laboratorio, l’aspetto è davvero naturale, e piacevole guardarli e soprattutto toccarli.”
L’innovativo e rivoluzionario sistema per il recupero dei legni bagnati legato al sistema di essiccamento che avviene con camere ipobariche funzionanti in sottovuoto messo a punto nel laboratorio salernitano è descritto nel dettaglio nel nostro precedente servizio che abbiamo pubblicato nell’ottobre 2012.

Libreria Internazionale Il Mare: Y-40, nelle terme Euganee la piscina da record unica al mondo

Libreria Internazionale Il Mare: Y-40, nelle terme Euganee la piscina da record unica al mondo

venerdì 24 ottobre 2014

Y-40, nelle terme Euganee la piscina da record unica al mondo


Volete provare una gioia profonda? Allora immergetevi nella piscina dei record a meno quaranta metri. Stiamo parlando di Y-40 The Deep Joy, la piscina – unica al mondo – inserita nel parco dell’Hotel Terme Millepini, inaugurata lo scorso mese di giugno in quel di Montegrotto, nel cuore delle Terme Euganee, in provincia di Padova.
La Y sta per indicare l‘asse delle ordinate del piano cartesiano situato a quaranta metri di profondità. La gioia profonda si riferisce all’immergersi, senza bisogno della muta, in completo rilassamento e nuotare in quatromilionitrecentomila litri della famosa acqua termale dei Colli Euganei – è questa l’unicità – alla temperatura costante di 32-34 gradi. Acqua che non ha bisogno di essere riscaldata, sgorga a 87 gradi, e viene costantemente filtrata, quattro volte al giorno, da un efficientissimo sistema di depurazione.
Pensare di realizzare una piscina del genere senza avere naturalmente a disposizione una fonte inesauribile di acqua calda sarebbe impossibile, avrebbe dei costi spropositati.
Emanuele Boaretto, patron dell’albergo Millepini, grande appassionato di mare, nel 1985 cominciò a sognare di costruire una struttura dove praticare attività subacquee.
L’idea è tanto semplice quanto geniale: dove tutti gli alberghi hanno piscine termali, l’unico modo per ‘emergere’ era quello di realizzarne una che si imponesse su tutte le altre per la sua grandezza e soprattutto per la sua profondità.
Un sogno che si è trasformato in un progetto esecutivo nel 2010. È stata una risposta alla crisi per dare una chance e nuova vita alla sua azienda. Perché a -40? perché è il limite della curva della subacquea ricreativa. Di fatto non è solo il cilindro largo sei metri, ma la struttura che c’è sopra 18x21 metri per 18 di profondità, in tutto 4300 metri cubi. 
Per trovare le aziende che potessero garantire il lavoro ci son voluti due anni, è un progetto tutto italiano, dai siliconi alle piastrelle, fatto per una precisa scelta di sostegno all’economia oltre il riconoscimento della capacità tutta italiana. Così sono state scelte aziende italiane, le eccellenze nei vari settori. Soltanto i compressori sono tedeschi perché sono quelli che hanno fornito maggiori garanzie. Nel cantiere hanno lavorato circa 600 persone per un anno, tanto è durato, 365 giorni esatti dal primo maggio 2013 al due maggio 2014. La festa del lavoro 2014 è stata celebrata in cantiere lavorando, considerando la nobiltà del lavoro. “Questa struttura – sottolinea Giovanni Boaretto, direttore della struttura – nasce da un sogno e vive di un sogno e si è sviluppata con la buona energia di tutti quelli che ci hanno lavorato e che ci lavorano. 
Il coraggio non è stato quello di arrivare a 40 metri di profondità, ma di averlo fatto adesso, nel pieno della crisi che colpisce il paese. Ci sono contenuti che non sono soltanto quelli strutturali, c’è una poetica della costruzione e questo dà il valore al nome, al record ottenuto da 600 persone non da un solo architetto. La capacità di progettare partendo da un sogno è racchiuso in Joy. Abbiamo scelto la parola inglese perché è più semplice comunicare il messaggio, l’inglese non ha confini. Anche la nostra pagina Facebook è in inglese per non avere confini. La nostra per la sua unicità, è una piscina nel mondo, per come è stata concepita e costruita e anche perché contiene un’acqua di per sé unica in quanto è terapeutica.”
Con una discesa ricreativa a 40 metri e una permanenza max di 6 minuti l’assunzione di azoto è bassa non c’è pericolo di embolia, si risale alla velocità di 18 metri al minuto, senza la necessità di fermarsi per fare decompressione.
Inoltre c’è il sistema delle grotte, 21 metri, situate a 10 metri di profondità per apprendere come si entra nelle grotte naturali in un ambiente sicuro. Sono state disegnate dallo spelonauta Gigi Casati con gli aggrappi per fare immersioni in grotta, con il filo di Arianna, per fare sagolatura. Sono in penombra ma si possono illuminare completamente. Sembrano naturali, realizzate prendendo i calchi da rocce vere. E poi nelle grotte sono stati predisposti più di 60 metri di sagolatura con diverse difficoltà di percorso. 
Maurizio Bizziccari


lunedì 13 ottobre 2014

Massimo Leonardi, un tatuatore in libreria con i Pesci del Mediterraneo

Massimo Leonardi ha quarant’anni e di mestiere fa il tatuatore nel suo studio il Jaibreak Tattoos in quel di Cagliari, dove è nato. Ora si è presentato in libreria con il suo Pesci del Mediterraneo, una cartella con tre tavole serigrafiche a tre colori, la corvina, la tracina e il sarago.
Ha iniziato a tatuare che di anni ne aveva 21. Per molti anni ha vissuto a Roma dove spesso torna per seguire i suoi affezionati clienti “romani” che magari hanno bisogno di un ritocchino o desiderano un nuovo tatuaggio per essere sempre alla moda. Nello studio ha collaboratori specializzati nei diversi stili, mentre il suo è particolarmente legato a temi marini. La sua è una clientela oltre che intergenere è interclassista, dal proletario all’uomo d’affari e non ci sono confini d’età.
La sua specializzazione gli ha portato una clientela che naturalmente è più vicina al mare e ai temi ad esso legati anche perché Cagliari è una città molto legata al mare e alla pesca, infatti tanti pescatori sono suoi clienti.
E proprio a un pescatore ha tatuato completamente le due braccia con temi marini. Sono quelli che a cui tiene di più, una sorta di marchio di fabbrica. Normalmente è il cliente che chiede un soggetto e spetta a lui interpretarlo in termini visivi e grafici. Lo studio spesso è più lungo della stessa realizzazione, Il tatuaggio quando si è padroni della tecnica, è facilmente realizzabile. Economicamente si valuta a tempo e a sedute e il costo dipende dalla grandezza dalla complessità, tanto per capire, con cento euro si è offerto di tatuarmi sul braccio una sardina…
Comunque la bellezza del tatuaggio è che invecchia insieme a te è per sempre sul tuo corpo. Il suo rapporto privilegiato con Roma l’ha portato naturalmente nella nostra libreria. È cliente affezionato da una decina d’anni, ci capitò la prima volta per acquistare il famosissimo e storico libro De Piscibus l’atlante naturalistico con i disegni di Ulisse Ulisse Aldrovandi.
Libro che è diventato la sua principale fonte di ispirazione, oltre alla scuola degli illustratori naturalisti olandesi e svedesi, in Italia ancora poco valutati e apprezzati per come si meriterebbero. I pesci del Mediterraneo, che è il tema della sua mostra, ha iniziato  timidamente a disegnarli una decina di anni fa con semplici schizzi fino a definirli con la stessa tecnica che usa per i tatuaggi. Come tatuatore disegna e acquerella rispettando la morfologia del pesce, ma nello stesso tempo c’è sempre qualcosa che lo rende diverso, è questa la sua capacità di designer.
L’idea della mostra è nata circa un anno fa dall’incontro con Marco con il quale ha stretto una forte amicizia, In meno di sei mesi ha prodotto un centinaio di tavole, una selezione è ora in mostra in libreria. Le stampe sono serigrafate a tre colori su carta cotone, per realizzarle ha usato acqua, china, matita, qualche pennarello e il caffè per fare il fondo. Nello stesso tempo è diventato editore di sé stesso producendo Pesci del Mediterraneo stampe contenute in una elegante confezione, una con l’illustrazione del sarago, golden serie, stampa limitata a 47 pezzi a 48,00 euro cadauna. L’altra con tre stampe, un sarago fasciato, la tracina drago e la corvina, numerate e autografate stampa limitata a 67 pezzi a 98,00 euro cadauno. Tutte le stampe sono nel formato cm.47x31 serigrafate a tre colori su cartoncino di alta qualità da 340 gr. numerate e autografate. Il suo canale di commercializzazione, essendo un prodotto estremamente di nicchia, con tirature limitate, è esclusivamente la libreria Il Mare, anche se non esclude il prossimo anno di proporre il suo lavoro in Europa con un tour nelle principali città.
Come si suol dire work in progress!
Buon vento, Massimo!!

venerdì 10 ottobre 2014

L’emozione di ammirare a 130 metri di profondità una nave naufragata 2000 anni fa


Sommergibile Titan sul relitto Panarea III
È a partire da questa testimonianza, la riportiamo per intero, che comprendiamo come la Soprintendenza del Mare siciliana continui a regalarci sorprese grazie proprio al dinamismo di Sebastiano Tusa che riesce a coinvolgere per le sue ricerche in mare prestigiose fondazioni no profit americane “armate” delle più moderne tecnologie.
Di relitti antichi e moderni nella mia lunga carriera di archeologo ne ho visti e toccati a decine, ma essere riuscito a raggiungere un relitto di una nave naufragata 2000 anni fa che si trova nel buio e nel silenzio di 130 metri di profondità mi dato un’emozione indescrivibile che non avevo mai provato. Avere la possibilità, grazie al batiscafo messo a disposizione dalla GUE, di adagiarmi dolcemente sulla distesa di anfore ed osservarle una ad una per oltre tre ore, di “toccarle” con il braccio antropomorfo facile da usare come un gioco elettronico da Luna Park, è stata una delle esperienze più interessanti della mia vita che mi ha fatto toccare con mano quanto
Sommergibile Titan recupera un piatto
la tecnologia possa ormai aiutare la scienza. Il risultato più eclatante di questa possibilità che mi è stata offerta è stata la scoperta di un reperto eccezionale: un altare in terracotta su colonnina con decorazione in rilievo ad onde marine. Avevo letto sia su saggi scientifici che sulle fonti storiche che a bordo si sacrificava agli dei dopo aver superato un passaggio difficile, prima di salpare o prima di arrivare al fine di trovare genti non ostili e ristoro alla navigazione. Mai avevo, però, scoperto un vero e proprio altare intuendone la diversità in mezzo a centinaia di anfore rotolate dal carico dopo il ribaltamento della sfortunata nave.”
Thymiaterion: altare in terracotta

Per prima Tusa ha coinvolto la fondazione privata RPM Nautical Foundation, nata con lo scopo di sviluppare la ricerca archeologica subacquea che ha messo a disposizione la nave oceanografica Hercules utilizzata da più anni nelle campagne di ricerche per la localizzazione della Battaglia delle Egadi contrassegnate da recuperi straordinari (fino ad oggi 11 rostri). La base fissa delle sue due navi da ricerca Juno e Hercules è a Malta.
Quest’anno, nel mese di settembre, per una campagna di ricognizioni archeologiche in alto fondale  nelle acque di Pantelleria, Lipari e Panarea coordinata dallo stesso Tusa con Roberto La Rocca e con l’ausilio di Salvo Emma, ha coinvolto la GlobalUnderwater Explorers (GUE) e il suo suo presidente Jarrod Jablonski nell’ambito del progetto “Project Baseline”. 
Mario Arena, Jarrod Jablonski, Sebastiano Tusa
Diversi sponsor hanno partecipato alla missione tra i quali una seconda no–profit americana, la Brownie’s GlobalLogistics (BGL) e il suo Presidente Robert Carmichael. Importante la fattiva collaborazione delle Capitanerie di Porto di Pantelleria e Lipari. In particolare l’Ufficio circondariale marittimo di Lipari comandato dal T.V. Paolo Margadonna, con la motovedetta CP 322 comandata dal M.llo Roberto Mangione, ha partecipato direttamente alle operazioni di recupero di alcuni reperti effettuate sul relitto Panarea III. Le ricognizioni sui siti indicati dalla Soprintendenza del Mare sono state effettuate sia con l’impiego dei subacquei altofondalisti, sia con due sommergibili Triton submersibles biposto dotati di braccio meccanico e attrezzature di documentazione videofotografiche. 
Immersione del sommergibile
La nave di 50 metri Pacific Provider dotata delle più recenti tecnologie dedicate alle immersioni tecniche subacquee e di una camera iperbarica, ha fatto da supporto alle operazioni di ricognizione. Le tecnologie e le attrezzature utilizzate per la missione sono state fornite dalla GUE e dalla Brownie’s Global Logistic. A Pantelleria sono state effettuate ricognizioni subacquee sui fondali di Cala Levante, Cala Tramontana e Cala Gadir fino a profondità di oltre 100 metri individuando vari areali con presenza di anfore di varia tipologia (principalmente greco-italiche e puniche).
Ma è a Lipari e Panarea che si è concentrata maggiormente l’attività sui siti subacquei di Capistello e dei relitti Panarea II e Panarea III. A Capistello si è esplorata l’area del ben noto relitto già sondato in passato il cui carico è stato recuperato a più riprese oltre ad essere stato purtroppo anche saccheggiato. Parte del carico è scivolato più in profondità e sono stati individuati numerosi ceppi d’ancora in piombo, alcuni con le contromarre La presenza di un numero consistente di ancore conferma la caratteristica del sito come luogo di sosta ed ancoraggio lungo le rotte antiche che interessavano l’arcipelago eoliano.
Sub altofondista sul relitto
A circa 120 metri di profondità nell’area circostante il relitto vero e proprio, di cui ancora è ben conservata una porzione lignea della chiglia, è stata identificata la base ed il fusto scanalato di un thymiaterion in terracotta di cui manca apparentemente il bacino superiore. Nella medesima zona, ad una profondità di circa 80 metri, si sono trovate due anfore già imbracate insieme con una cima legata ad un pallone di sollevamento che dovette collassare impedendo il trafugamento delle stesse.
Reperti issati a bordo
L’attività più consistente e di successo si è avuta esplorando approfonditamente il relitto di Panarea III, già identificato nel 2010 in seguito ad una campagna di rilevamenti a mezzo side scan sonar con la collaborazione della Fondazione Aurora Trust. Si è effettuata la fotogrammetria in 3D dell’intero carico anforaceo ed una accurata documentazione video fotografica ad alta definizione. Avendo avuto la possibilità di analizzare con sistematicità il carico osservandolo sia per mezzo del batiscafo che tramite le ricognizioni dei subacquei altofondalisti si sono raccolti interessanti dati sul carico. In particolare si è notato che la maggior parte delle anfore sono del tipo greco-italico, ma una consistente parte era anche costituita da anfore puniche posizionate su una estremità del carico che ipotizziamo essere la parte prodiera. 
In  questa parte si è constatata la presenza di una macina (catillo), di alcuni vasi cilindrici del tipo sombrero de copa (alcuni impilati uno dentro l’altro), alcuni piatti cosiddetti da pesce, altri piccoli piattelli e ciotole  e un thymiaterion intero rotto in due parti con la base modanata recante un’iscrizione in greco costituita da tre lettere (ETH). Il resto dell’oggetto è costituito da una bassa colonna cilindrica liscia e da un bacino di grandi dimensioni.
La giacitura del carico porta ad ipotizzare una dinamica di affondamento che portò la nave a coricarsi sul suo lato sinistro. Ciò è desumibile dalla posizione delle anfore e dalla presenza degli oggetti di bordo (piatti, macina, thymiaterion, etc.), che dovevano trovarsi in stiva e sulla prua, ribaltati e quasi scaraventati fuori dall’areale di dispersione del carico.
Piatto per il pesce
Prelevate dai subacquei altofondalisti della GUE alcune anfore (un esemplare di ogni tipologia riscontrata nel carico), il thymiaterion, alcuni piatti e piattelli, una brocca, un’olla e due vasi del tipo sombrero de copa. Particolarmente interessante si è rivelato il thymiaterion recuperato poiché integro con decorazione in rilievo sul bordo del bacino costituita da onde marine stilizzate.
La missione congiunta tra la Soprintendenza del Mare la GUE e BGL è stata un successo sia perché si è aggiunta una documentazione preziosa per lo studio e la tutela dei relitti, sia perché si sono recuperati oggetti di pregio che arricchiranno la già nutrita collezione archeologica subacquea del Museo Archeologico Eoliano L.Bernabò Brea di Lipari, sia per la dotazione di materiale documentario di grande efficacia visiva e didattica che sarà utilissima per realizzare prodotti multimediali finalizzati ad una delle attività strategiche della Soprintendenza del Mare: la diffusione della cultura e del rispetto del patrimonio culturale marino e delle immense valenze storico-culturali del mare siciliano nel mondo. 
Carico anfore relitto Panarea III
Aspetto sottolineato dall’assessore dei Beni culturali e l’Identità siciliana Prof.ssa Furnari che durante la visita al cantiere di scavo ha auspicato la realizzazione di materiale visivo didattico da fare veicolare nelle scuole e nelle principali città e borghi marinari della Sicilia, ma anche al di fuori dell’isola, al fine di diffondere la conoscenza del patrimonio culturale marino della Sicilia.
È bene ricordare che la Sicilia, avendo una competenza esclusiva sui beni culturali in virtù del decreto (DPR n. 805 del 1975), ha trasferito le competenze in materia di beni culturali dallo Stato alla Regione, e ha un particolare regime di tutela e valorizzazione dei reperti archeologici subacquei rinvenuti nel proprio mare, che la pone all’avanguardia nella tutela del suo patrimonio. Grazie a questa possibilità, con l’art. 28 della Legge finanziaria regionale del 2004, è stata istituita la Soprintendenza del Mare, una struttura con competenza regionale che opera presso l’Assessorato per i beni culturali ambientali e pubblica istruzione e ha compiti di ricerca, censimento, tutela, vigilanza, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori.
Nave Pacific Provider
Opera in piena autonomia, con un’ottica a tutto campo, è diretta dal soprintendente
Sebastiano Tusa, ed è costituita da operatori subacquei, archeologi, ingegneri, architetti, ricercatori bibliografici, geometri, geologi, fotografi, informatici e disegnatori e si avvale del supporto delle forze dell’ordine.
Può avvalersi della collaborazione dei mezzi navali, aerei e strumentali dell’Arma dei Carabinieri (Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale), della Guardia di Finanza (Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico del Comando Unità Speciali della Guardia di Finanza), della Polizia di Stato, dei Vigili del Fuoco, della Guardia Costiera e della Marina Militare. A questo proposito va ricordato che nel 1998 il Ministero dei Beni Culturali stipulò una convenzione con il Ministero della Difesa che attribuì alla Marina Militare i compiti di ricerca, localizzazione e recupero di beni storico-archeologici in fondali inferiori e superiori ai 40 metri di profondità, con mezzi appositamente attrezzati, e di vigilanza, prevenzione e repressione di eventuali illeciti. Va infine ricordato che una particolare competenza in materia di controllo e repressione delle violazioni di legge nel campo dell’archeologia subacquea in Italia è riconosciuta alle Capitanerie di Porto e alla Guardia Costiera.
Il Titan al lavoro a -130

Un po’ di storia delle scoperte archeologiche nei mari siciliani
Nel 1955 un peschereccio italiano, l’Angelina Madre, impiglia le sue reti in un oggetto sommerso a circa 20 miglia marine dalla costa della Sicilia meridionale: questa piccola statuetta fenicia in bronzo, custodita nel Museo archeologico di Palermo, rappresenta il dio del mare Melqart. Il prezioso reperto diede luogo a un caso giudiziario che rimane ancora  oggi esemplare nel campo controverso della condizione giuridica dei reperti archeologici trovati in mare. Fu allora che il giudice, in virtù dell’art.4 del codice della navigazione, giudicando le reti estensioni del natante, stabilì che una volta venuto in contatto con imbarcazione battente bandiera italiana, il reperto fosse da sottoporre alla legge nazionale (l’allora 1089 del 1939) e, quindi, di proprietà dello Stato.
Briefing, si valuta la posizione del relitto
Nel 1969, lavori di dragaggio effettuati di fronte a Mozia, poco a nord di Marsala, evidenziarono la presenza di diversi relitti antichi fra i 2 e i 6 metri di profondità; nei due anni seguenti ricerche archeologiche portarono alla scoperta del primo relitto di nave punica fino ad allora conosciuto, che fu oggetto di quattro campagne di scavo (1971-1974) guidate da Honor Frost.
Nel marzo 1998, un motopesca di Mazara del Vallo (Trapani), il “Capitan Ciccio”, comandato da Francesco Adragna, recuperò casualmente con la sua rete a strascico, a oltre 400 metri di profondità, tra Pantelleria e Capo Bon, una grande statua bronzea raffigurante un satiro in atteggiamento di frenetica danza, in seguito meglio conosciuto come satiro danzante, vero e proprio capolavoro dell’arte greca della fine del IV secolo a.C.
Il Titan issato a bordo
Ma le problematiche dell’alto fondale finirono sulle prime pagine dei giornali in seguito alle “spericolate” imprese di Robert D. Ballard, il famoso oceanografo  statunitense esploratore di abissi. Tutto cominciò quando Ballard annunciò, presso la National Geographic Society a Washington, di aver localizzato una grande concentrazione  di relitti antichi in acque profonde a nord-ovest della Sicilia, lungo una via di comunicazione tra  Roma ed il Nord–Africa.  Le tracce di ben otto imbarcazioni furono rinvenute a circa 800 metri di profondità nei pressi del Banco Skerki dal sottomarino nucleare della Us Navy. A questi formidabili mezzi tecnologi ci si aggiunse il veicolo a comando remoto (Rov) Jason, lanciato dal sommergibile nucleare per effettuare documentazioni  fotografiche e grafiche e per prelevare 115 oggetti nel corso dell’esplorazione dei relitti. Se il satiro è stato “salvato” dal “predone” Ballard, sono purtroppo innumerevoli le opere d’arte rinvenute in passato nelle acque italiane da sub senza scrupoli e poi imbarcate clandestinamente per lidi d’oltreoceano. Un esempio per tutti: il bellissimo bronzo dell’Atleta di Fano, ora al Getty Museum di Malibu.
Foto ricordo dell’equipe con i reperti
Queste scoperte al di fuori dei mari territoriali accendono i riflettori sul  problema della ricerca e tutela del  patrimonio storico-archeologico subacqueo e sui rischi di depredazioni o distruzioni ad opera dei  vari “predoni” del mare o, più semplicemente, per l’azione “inconsapevole” delle reti a strascico.  Questo settore della ricerca archeologica costituisce una vera e propria nuova frontiera  dell’archeologia per le potenzialità dei rinvenimenti, per la spettacolarità  delle tecnologie coinvolte  e per i problemi giuridici che solleva poiché quasi sempre il teatro operativo si trova in acque non territoriali dove l’intervento non è specificatamente normato, affidandosi, al momento, alle sole  raccomandazioni della convenzione di Montego Bay.
Nel corso dei diversi convegni internazionali sono state tracciate delle linee guida per salvaguardare il patrimonio sommerso, in funzione “anti Ballard”, sottolineando la necessità di creare strumenti legali chiari ed efficaci, di sviluppare la cooperazione fra gli Stati rivieraschi (come espressamente previsto nella parte IX della “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) e realizzare una mappatura dei siti da proteggere (anche dalle reti a strascico dei pescatori). Soltanto nel 2001, quasi vent’anni dopo l’adozione della è stato possibile completare l’iter legislativo da questa avviato in merito alla protezione del patrimonio culturale sommerso, in modo più completo e (si spera) più efficace: la nuova “Convenzione sulla protezione del Patrimonio Culturale Sottomarino”, approvata il 2 novembre 2001 dalla 31esima Conferenza Generale dell’UNESCO, riunita in sessione plenaria a Parigi, ed entrata in vigore di recente, il 2 gennaio del 2009, ha finalmente permesso di compiere un significativo passo avanti.
Le fotografie sono di Salvo Emma
Maurizio Bizziccari

martedì 7 ottobre 2014

Atlantico, un vasto oceano di un milione di storie racchiuse in un libro

A Simon Winchester l’attrazione per l’oceano nacque quando per la prima volta nel 1963 lo traversò partendo da Liverpool a bordo di un grande transatlantico di linea, la Empress of Britain, una delle Imperatrici Bianche – così venivano chiamate le tre navi “sorelle” della compagnia di navigazione Canadian Pacific – impiegate nel trasporto dei passeggeri fra il Vecchio e Nuovo Mondo, finché nel 1963 la concorrenza delle compagnie aere non le costrinse a lasciare il servizio. È passato mezzo secolo da quella traversata e l’essere passato sopra questa distesa d’acqua almeno altre cinquecento volte, gli ha permesso di mettere a fuoco il più importante tra i temi di questo libro: l’evoluzione del rapporto, dell’atteggiamento del genere umano nei confronti di questa immensa distesa d’acqua, l’Oceano Atlantico. La sua estensione totale è di 81.705.396 chilometri quadrati di acqua marina, un quarto della superficie totale delle acque del pianeta, con il punto più profondo – 8605 metri – al largo di Porto Rico e un volume totale di 307.923.430 chilometri cubi d’acqua.
Il nome Atlantico prese piede nel 1507 quando fu pubblicata la rappresentazione cartografica del tutto nuova del pianeta. Sulla metà più a sud del continente appena scoperto dove oggi si trova l’Uruguay, appariva questa parola: America; tutta in lettere maiuscole appena inclinate, curiosamente fuori scala e con l’aria di essere apparsa all’ultimo e solo in via sperimentale. Nel 1538, Mercatore, il nuovo arbitro della geografia planetaria collocò le due locuzioni Nord America e Sud America sulle due metà del quarto continente.
E con ciò il nome era ormai al sicuro e non sarebbe mai più cambiato. E con un nuovo continente al suo posto, il mare che lo separava dal Vecchio Mondo di Europa e Africa, il mare che era stato variamente nominato Mare Oceano, Oceano Etiope, Oceano Occidentalis, Grande Mare Occidentale, Mare Glaciale e, nelle Storie di Erodoto del quinto secolo a. C., Atlantico, divenne, finalmente, grazie all’imprimatur primo-cinquecentesco di Mercatore senza alcun dubbio, un oceano distinto e dai contorni definiti con una una propria, esclusiva identità. Simon Winchester si serve di una decina di capitoli per ben quattrocentottantaquattro pagine per raccontare duemilacinquecento anni di esplorazioni, guerre, commerci e disastri, l’ultra millenaria relazione fra l’Atlantico e gli umani – predatori vichinghi e monaci irlandesi, cacciatori di balene e mercanti di schiavi, posatori di cavi e pirati – , mescolando storia e aneddoto, geografia e ricordi personali, e scienza. Tante pillole di storia legate l’una all’altra come quella della conchiglia Haustellum brandaris o murice comune, effigiato sulla banconota marocchina da 200 dirham che celebra l’importanza di questo mollusco nell’economia nordafricana di tremila anni fa.
I mercanti fenici raccoglievano le conchiglie sulla costa atlantica ed estraevano la tinta porpora dalla ghiandola del mollusco per poi venderla nei porti del Mediterraneo. Erano necessarie diverse parecchie migliaia di murici per produrre la porpora necessaria a colorare un solo capo. Per un migliaio di anni la vera porpora valeva, all’oncia, venti volte il prezzo dell’oro. La collaudata esperienza fenicia di navigazione delle coste nordafricane fu la chiave che dischiuse l’Atlantico e fece scomparire la paura di affrontare le acque sconosciute al di là delle Colonne d’Ercole: “Molti vi passeranno attraverso, e la loro conoscenza sarà accresciuta”. È merito dei gasteropodi dalla ghiandola porporina, e dei Fenici se è divenuta concreta l’idea che il sapere derivi solo dalla capacità di cogliere rischi e opportunità.
Un’idea che è nata sulla soglia dell’oceano Atlantico. Passerà un millennio per conoscere l’islandese, o meglio il norreno Leif Eriksson, il figlio giramondo di Erik il Rosso, per avere la conferma che nel 1001 sia stato il primo europeo a essere sbarcato da qualche parte sul continente americano ben prima di Cristoforo Colombo. Ancora pillole ricordano che circa 164 mila anni fa, infatti, i sapiens che abitavano le grotte costiere di Pinnacle Point  – un promontorio vicino alla città di Mossel Bay in Sudafrica – iniziarono a sfruttare le risorse marine disponibili, come dimostrano i resti di molluschi, lumache di mare e mammiferi marini ritrovati nella grotta nota alla comunità archeologica come PP13B, situata a pochi metri al di sopra della linea dell’alta marea.
Atlantico – Grandi battaglie marine, scoperte eroiche, tempeste titaniche e un vasto oceano di un milione di storie – di Simon Winchester, traduzione di Jacopo M. Colucci, anno di pubblicazione 2013, pagine 484, € 32,00