sabato 5 luglio 2014

Fortuna Maris: quale futuro per il relitto della nave romana di Comacchio del I secolo a. C.?

Fortuna maris: che fine ha fatto? Si dovrebbe parlare di sfortuna per il relitto della nave romana di fine primo secolo a. C., scoperta nel 1980 nei pressi di Comacchio e del quale se ne sta perdendo la memoria. A trentaquattro anni dalla sua scoperta, rcuperato il suo prezioso carico, l’eccezionale relitto attende però ancora di conoscere il suo destino. È però di questi giorni la notizia che un progetto per il recupero, conservazione e restauro è stato presentato all’Amministrazione comunale di Comacchio da Giovanni Gallo del laboratorio Legni e Segni della Memoria di Salerno. Il costo previsto è 1,2  milioni di euro su tre anni circa: due per il trattamento, uno per il condizionamento finale e la musealizzazione. Ora c’è l’impegno per trovare la strada al finanziamento del progetto. Un ennesimo appello è stato lanciato al Ministro per i Beni Culturali e alla Soprintendenza di competenza, quella di Ferrara. Il comune ha rispolverato il progetto del “nuovo” museo, in cantiere dal lontano 1984 (bandita la gara sono stati già affidati i lavori), che prevede un nuovo allestimento dell’eccezionale carico del relitto attualmente esposto in altri locali.
L’assessore Alice Carli in piena sintonia con il sindaco e la giunta, sta implementando il discorso dei beni culturali in genere e del polo museale in particolare, notevole è, altresì, l’impegno costante della soprintendenza archeologica, di grande aiuto ai fini della esatta deontologia e della definizione dei progetti. Per i fondi si stanno cercando i parametri per eventuali finanziamenti europei, non si disdegna la possibilità di un intervento del ministero o di altri finanziamenti, non ultimo quello da parte dei privati. Il sogno potrebbe essere un altro “Colosseo” per un’impresa unica e colossale. Il progetto di restauro e musealizzazione è una sfida, si basa sulla certezza – così affermano quelli di Legni e Segni della memoria – “che sappiamo trattare il legno in tutte le condizioni”.
Lo scafo, dalle ragguardevoli dimensioni, lungo più di venti metri e largo cinque è, cosa rarissima, cucito. L’imbarcazione aveva un unico albero a vela quadrata, è costituita da tavole di olmo e quercia cucite tra loro con corde di fibra vegetale nella parte inferiore e assemblate ad incastro nella parte superiore. Per questa ragione si decise di non smontare il fasciame esterno, per motivi legate alla movimentazione furono smontate solo le ordinate e il fasciame esterno, quindi, la chiglia e il fasciame esterno è stato  conservato intero racchiuso in un unico guscio di vetroresina dove si è iniziato un trattamento con il PEG (glicol polietilenico), altresì, si è costruito un involucro esterno ai fini della coibentazione.
Madieri e staminali nella zona di poppa del relitto.
Il dispendio energetico in relazione al mantenimento di una temperatura di circa 70°C, per mantenere liquida la soluzione, è notevole. Però dopo qualche anno il trattamento con il PEG è stato abbandonato perché è risultato inapplicabile e evidenzia problemi nel tempo, come dimostrato con il Vasa, il celebrato galeone svedese, e da quel momento lo scafo di Comachio è mantenuto  soltanto in acqua. Le ordinate e il fasciame in parte sono state impregnate con il PEG, in parte sono immerse in vasche piene d’acqua. Lo stato della conservazione del legno della nave è stato controllato attraverso carotaggi periodici e sembra che l’acqua ne abbia bloccato discretamente il degrado. Quando e se si potrà mettere mano al relitto tutti i reperti già smontati saranno recuperati e trattati in laboratorio, sarà eliminato il Peg e i legni saranno ricondizionati e “rinaturalizzati”, per i legni racchiusi nel guscio si prevede la “riapertura" dell’involucro in vetroresina che sarà usata come supporto e vasca di trattamento, visto che non può essere smontato, di conseguenza non trasportabile.
Il metodo “Gallo” è stato messo a punto e sperimentato con successo su molti relitti manufatti, ne abbiamo già parlato con il relitto di Marausa e le navi di Olbia. L’elemento cardine del trattamento è l’essiccamento ottenuto con la disidratazione in camere ipobariche (sottovuoto), dove a 80 millibar di pressione l’acqua bolle a 40 gradi. Si elimina così tutta l’acqua senza collasso del legno. I reperti con un’alta percentuale di acqua sono impregnati con una soluzione di carboidrati complessi (sostanzialmente delle molecole che si usano nell’industria alimentare, affini a quelle stesse perse dal legno). L’ultima fase del trattamento è quello delle celle climatizzate per mantenere i legni a temperatura e umidità costanti, pronti per la musealizzazione. L’importanza di questo relitto è data soprattutto dal suo carico, il più completo mai trovato finora in Italia e ben conservato grazie all’ambiente anaerobico che lo ha protetto.
Sandali
Si tratta di una scoperta di elevato spessore scientifico e documentario, che ha consentito di datare la nave all’epoca augustea, verso la fine del I secolo a.C. Tutti gli oggetti, esposti in un primo momento con la mostra Fortuna Maris allestita nel 1990, sono stati successivamente spostati nel Museo della nave romana, all’interno di un vecchio complesso industriale usato a suo tempo a magazzini e alla marinatura delle anguille e del pesce di valle. In un adiacente padiglione è invece ricoverato lo scafo “ingusciato”.
La particolare situazione in cui la nave e il suo contenuto si sono conservati per duemila anni hanno reso necessari accurati e sofisticati interventi di restauro, nonché una serie di analisi chimiche, soprattutto per quanto concerne gli oggetti in fibre vegetali.
Sacca tipo marsupio
Il ricco catalogo della mostra raccoglie i contributi di diversi specialisti e propone materiali in alcuni casi di assoluta novità per quanto riguarda l’archeologia del legno, le analisi tecnologiche dei tessuti, delle corde e degli intrecci di fibra vegetale e delle resine, peci e bitumi. Un vero campionario di legni, quello utilizzato per gli elementi dello scafo e per gli oggetti, ciascuno per le sue caratteristiche: corniolo, frassino, leccio, noce, quercia, olmo, tiglio, pioppo, ontano, faggio, acero, bosso, faggio L’ampio catalogo fornisce per gli studiosi, ma non solo, un ampio resoconto di questi aspetti. Si è trattato di un recupero lungo e complesso, articolato in varie fasi, condotto da Fede Berti, direttrice del Museo nazionale di Ferrara nonché curatrice della mostra e del volume. Particolarmente approfondite le analisi del tipo di legname utilizzato per la costruzione delle varie parti dello scafo, le tecniche di taglio, la lavorazione e la rifinitura delle tavole c degli altri elementi strutturali.
Ariballos
Le tavole del guscio, tutte in olmo, i tipi di legno usati nel pagliolato sono di quercia e di noce. Le ordinate (madieri e staminali) sono ottenute da tronchetti di quercia per i tenoni  è stato impiegato il corniolo, così ogni singolo reperto di legno è stato classificato e studiato. Oltre alla grande ancora, del carico facevano parte trentadue tronchi di legno di bosso, considerato nell’antichità fra i legni di maggior pregio, era il legno usato per i lavori di ebanisteria, tornitura, per oggetti di ogni genere, centodue lingotti di piombo del peso complessivo di tre tonnellate, anfore, ceramiche comuni e raffinate. Ma anche gli oggetti usati a bordo, sia per il governo della nave che per vita dell’equipaggio, di enorme valore per la conoscenza delle consuetudini di vita marinara di quei tempi, in un ottimo stato di conservazione, dalle forme tramandate fino a noi senza sostanziali differenze. La grande ancora di ferro, gli utensili utilizzati per la movimentazione della nave, come i bozzelli e i passacavi in legno i mazzuoli usati per il calatafaggio, corde che legavano le componenti delle strutture dell’imbarcazione, una pialla, un’accetta, nonché una sassola di legno del tutto integra. Inoltre una serie di utensili da cucina, il calderone da fuoco, la graticola, il colino, i piatti e le casseruole in bronzo, i cesti, le sporte, le stuoie ad intrecci di fibra vegetale.
Coppa
Non mancano i vari capi di abbigliamento in cuoio, antichi di duemila anni eppure in alcuni casi di sbalorditiva attualità, come le custodie per indumenti, le borse a tracolla, le sacche tipo “marsupium” con chiusura a laccio passante, calzature, identificati cinque tipi diversi, tra cui un sandalo ad infradito, con la suola sagomata a profilo di un piede piccolo e snello, appartenuto ad un fanciullo o ad una donna. Era infatti frequente per imbarcazioni commerciali ospitare a bordo anche passeggeri.  L’elenco continua con una stadera, calamai e uno stilo per scrivere, oggetti per la cura della persona tipo il balsamario contenente unguenti e lo strigile per asportarli o per detergere dalla polvere e dal sudore, un cestino di ami per la pesca, dadi e pedine da gioco, un set di scatoline e “specilli” per medicazioni, un piccolo armamento di spada e pugnale, due cassette di legno per piccoli oggetti anche queste perfettamente conservate.
Pisside
Nei bolli impressi sui lingotti piombo compare il nome di Marco Vipsanio Agrippa, genero di Ottaviano Augusto e in Spagna tra il 19 e il 12 a. C.  Particolare, questo, che insieme ad una moneta ritrovata a bordo e ai bolli impressi sulle ceramiche fa datare con buona approssimazione il viaggio della nave di Comacchio. Recuperati anche, è il primo rinvenimento del genere, sei tempietti votivi in piombo destinati probabilmente al commercio. Sono riproduzioni in miniatura di templi romani in stile ionico completi di colonne, cella con finestrelle e porte apribili, frontoni con antefisse e acroteri a palmette; li correda all’esterno l’immagine di un genietto alato e all’interno quelle di Venere e Mercurio. Di grande interesse le lucerne, alcune con ornati in rilievo, tipo due pugili affrontati in lotta oppure un giovane in atto di allacciarsi un calzare e una fanciulla danzante.
Tempietto di piombo
Splendido è poi il vasellame ceramico da mensa in terra rossa sigillata riservato alla vendita, specialmente le coppe e i bicchieri. Più grossolana al confronto è la serie di ceramiche comuni di grosse dimensioni, adibite ad uso di cucina ma anche anfore da trasporto per olio, vino, frutta secca, olive e il “garum”, la salsa di pesce molto usata all’epoca. Le iscrizioni sulle anfore dimostrano che la nave trasportava un vino pregiato, proveniente dall’Egeo, dalle isole di Kos e Chios.
Stadera

giovedì 3 luglio 2014

Il ROV ha pescato Egadi 10. Ancora un successo della ricerca altofondale

Egadi 10, questo è il nome che la Soprintendenza del Mare siciliana ha dato all’ultimo rostro disincagliato e imbracato su un fondale di 70 metri dal ROV (Remotely Operated Vehicle) in dotazione della nave R/V Hercules, imbarcazione oceanografica a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica e visive di ultima generazione.

A sin: sala controllo, il ROV imbraca Egadi 10


La nave ha realizzato negli ultimi anni, in collaborazione di RPM Nautical Foundation, una minuziosa ricognizione delle acque dell’arcipelago delle Egadi e del trapanese. Ininterrottamente, dal 2005 ad oggi, le acque antistanti le tre isole dell’Arcipelago delle Egadi sono state analizzate sistematicamente.
Egadi 10 issato a bordo
Con la campagna, iniziata a giugno e che si concluderà alla metà di luglio, è stato individuato e localizzato un altro rostro, che presto si porterà in superficie.
Così il totale dei rostri del tipo a tridente rinvenuti tra il 2004 ed il 2014  nel medesimo sito sale a 11: di cui uno sequestrato dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, un secondo incappato nella rete di una strascicante dell'armatore trapanese Mario Maltese, tutti gli altri frutto della campagna di ricerche in altofondale Archeoegadi condotta grazie alla collaborazione con la fondazione americana RPM. Egadi 10, anche lui a tridente come tutti gli altri, si trova in buone condizioni e presenta numerosi chiodi e al suo interno delle parti in legno.
È riemerso  dall’area di mare a circa 7 km ad Ovest dell’isola di Levanzo (arcipelago delle Egadi) dove avvenne la Battaglia delle Egadi (10 marzo del 241 a.C.) tra la flotta cartaginese guidata da Annone e quella romana guidata da Lutazio Catulo. Quasi del tutto integro, è formato da un pezzo in bronzo, unitariamente fuso con la tecnica della cera persa, che si andava ad inserire sull'intersezione delle porzioni terminali in legno della chiglia, delle cinte laterali e della struttura arcata del dritto di prua.

A sn: particolare della decorazione

È identificabile come romano grazie al confronto con i rostri Egadi 7 ed 8 recuperati nel 2012: nonostante le concrezioni marine assai diffuse, è ben visibile la decorazione a rilievo raffigurante un elmo del tipo montefortino sormontato da tre piume. Al di sotto della decorazione probabilmente si nasconde l'iscrizione latina con la certificazione da parte del questore, ma solo il restauro – che a breve inizierà nei laboratori del CAM di Triscina di Selinunte messi a disposizione dalla Fondazione Kepha – potrà rivelare la sua identità.
Nave Hercules
Alle operazioni hanno partecipato George Robb e Jeffrey Royal della RPM Nautical Foundation con tutto lo staff della nave Hercules e Adriana Fresina, Francesca Oliveri e Salvo Emma della Soprintendenza del Mare. La campagna di ricerche Archeoegadi è effettuata in collaborazione con la Capitaneria di Porto di Trapani, la Guardia di Finanza, l’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, la Shipping Agency di Luigi Morana, la marineria, i diving center, l’Associazione Culturale Tempo Reale e gli amici locali che a vario titolo prestano la loro professionalità.

Il contesto storico-archeologico della battaglia delle Egadi

Il teatro della battaglia delle Egadi
Delle grandi battaglie dell’antichità quella che più di ogni altra ha avuto l’onore della cronaca per le interessanti scoperte archeologiche subacquee a essa attribuibili è quella delle Egadi. Il 10 marzo 241 a.C. un forte libeccio soffia sulla cuspide occidentale della Sicilia foriero di un epocale cambiamento politico per l’isola e per l’intero Mediterraneo facendo intravedere austera e vincente la fisionomia di Roma. La battaglia delle Egadi descritta da Polibio e da molti altri storici antichi conclude la lunga prima guerra punica grazie ad una svolta impressa dall’audace ammiraglio Lutazio Catulo che sblocca una situazione di stallo nella quale i due contendenti si erano trovati da tempo. I luoghi d’interesse archeologico pertinenti la battaglia si trovano lungo la costa rocciosa orientale dell’isola di Levanzo che si presenta ripida e omogenea tra la Cala Calcara e Capo Grosso fornendo un prezioso rifugio alla flotta romana invisibile a quella cartaginese che proveniva da Occidente (Marettimo). L’omogeneità costiera si trasferisce anche ai fondali che si presentano degradanti e rocciosi fino a raggiungere la spianata sabbiosa intorno ai cinquanta metri.
Rostro romano con fregio vittoria aòata
Tuttavia, in prossimità del limite meridionale e settentrionale di questa scogliera il fondale si articola ed è lì che ancora resistono le vestigia romane in parte attribuibili alla battaglia delle Egadi e in particolare alla zona di ancoraggio della flotta romana di Lutazio Catulo che sconfisse i Cartaginesi. Vi sono, infatti, numerosi ceppi d’ancora in piombo, localizzati sui fondali rocciosi degradanti verso Nord, compresi tra i 20 ed i 30 metri (in un’area di oltre 500 metri quadri), a circa 100 metri dalla costa nello spazio di mare a ridosso della punta più settentrionale di Levanzo, caratterizzata dall’incombente mole di Capo Grosso a picco sul mare. I veri protagonisti di quel mortale attacco dovettero essere i rostri applicati alle trireme, nave da guerra tra le più diffuse nell’antichità dall’epoca greca arcaica, di probabile derivazione dalla pentecontera e progenitrice delle galere medievali e moderne. Si diffuse tra i Greci, i Fenici, i Cartaginesi e infine anche presso i Romani.
Fregio vittoria alata
Tre file di rematori sovrapposte, con i remi leggermente sfalsati tra loro, le davano una formidabile propulsione in battaglia agevolata anche dallo scafo filante con un rapporto lunghezza /larghezza ottimale che poteva raggiungere anche i 40 x 6 metri. Poteva navigare anche sospinta da una vela rettangolare. L’equipaggio nelle trireme più grandi poteva raggiungere i 200 uomini, di cui la maggior parte rematori e il resto fanti, arcieri e addetti la governo della nave. Era molto manovrabile e veloce raggiungendo anche gli 8 nodi. La sua arma letale era il rostro a tre fendenti taglienti e contundenti che si allungava a prua sul pelo dell’acqua. La trireme, lanciata a velocità sulle navi nemiche, determinava con il colpo del rostro squarci letale nelle navi nemiche o ne annullava la forza distruggendo le file di remi e le relative fiancate.
Elmo di tipo monterfortino
Da quando la Soprintendenza del Mare ha intensificato le ricerche nell’area della battaglia sono venuti fuori ben undici rostri a tridente diversi da quelli descritti dalla Frost, che hanno offerto la prova dell’esattezza del luogo dello scontro indicato nell’area a Nord di Capo Grosso di Levanzo. I rostri s’inserivano, coprendola, sull’intersezione di alcuni elementi lignei convergenti che erano il dritto di prua, la chiglia e le cinte basse. Erano assicurati alla parte lignea dello scafo mediante chiodi. La parte anteriore del rostro era costituita da ben tre fendenti laminari orizzontali rinforzati da un possente fendente verticale. Con questo micidiale multiplo fendente, scagliato con forza sulle fiancate delle navi nemiche, la nave da guerra dotata del rostro determinava l’ingovernabilità e l’affondamento di quella nemica grazie alle falle che generava.

Tutte le fotografie sono di Salvo Emma, Soprintendenza del Mare Regione Sicilia