sabato 28 giugno 2014

Due libri molto particolari arrivati da poco in libreria

The Open Ocean è appena arrivato in libreria. Nel risvolto di copertina è descritto come “lush, oversized book” letteralmente, lussureggiante libro di grandi dimensioni (28x39 cm). Parla della vita che si svolge in mare con indovinelli e funzioni speciali come i pop-up e ante che si sollevano per scoprire a partire dalla silhouette di quel pesce si sta parlando. Con eleganti, illustrazioni grafiche, oltre a fatti interessanti su ogni animale, imparare a conoscere oceano non è mai stato così divertente e interattivo.


Anche Lost Fish è una new entry. Il libro pone l’attenzione sulle specie di pesci che sono sparite o sull’orlo dell’estinzione, messe a rischio dai cambiamenti climatici. e dalla dissennata azione dell’uomo.
I secoli diciottesimo e diciannovesimo, con la scoperta di nuove specie e la fondazione di nuove discipline, hanno conosciuto una gran quantità di indagini scientifiche. Scrittori come Rousseau e Audubon raccontavano le bellezze della natura, mentre i naturalisti come Linnaeus, Buffon, e il suo successore il Conte di Lacépède, si sforzavano di catalogare il mondo che li circondava.  Lost Fish ci permette di meditare sulla bellezza di queste specie prima che sia troppo tardi. Circa duecento illustrazioni d’epoca di queste meraviglie degli abissi accompagnano le riflessioni iniziali di Lacépède sul rapporto dell’uomo con il mare. Elizabeth Kolbert, nota giornalista ambientalista, ci fornisce una introduzione che chiarisce i pericoli a cui sono esposti gli oceani, una sorte inevitabilmente legata alla nostra.

Come scrisse Jacques Couasteau “Ora, come non mai, il vecchio adagio ha un significato letterale: siamo tutti nella stessa barca.”






Il racconto della tragica spedizione di Robert F. Scott


Had we lived I should have had a tale to tell of the hardihood, endurance and courage of my companions which would have stirred the heart of every Briton.  Robert F. Scott 
Fossimo sopravvissuti, avrei avuto una storia da raccontarvi sull’ardimento, la resistenza ed il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni britannico.
Questa è la celebre lettera trovata dentro la sua tenda sei mesi dopo la morte di Scott e dei suoi uomini.
Anche se è un pezzo di storia la spedizione Terra Nova del 1910-1913 rimane una storia epica anche se sconosciuta a molti. South Pole racconta la vita e il coraggio di Robert F. Scott e della sua squadra composta da Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e dal tenente Henry Bowers
Arrivati al Polo Sud il 18 gennaio 1912, la delusione fu enorme, quando si resero conto che Amundsen li aveva preceduti di diverse settimane: sul ghiaccio svettava ancora la bandiera norvegese, lasciata da Amundsen già il 14 dicembre 1911 Nel tentativo di tornare indietro verso la loro barca, morirono congelati a sole 11 miglia da un grande deposito di viveri allestito per la sua spedizione.
Caratterizzato da una collezione di splendide fotografie in bianco e nero a fianco di voci del diario straziante di Scott, questo volume presenta crudamente la spedizione.
Quando la nave baleniera Terra Nova salpò da Cardiff nel Galles, il 15 giugno del 1910, mise in moto una serie di eventi straordinari che sarebbero iniziati in mare. Nei cinque mesi di navigazione verso l’Antartide, la spedizione rischia di terminare per  ben due volte. Prima a causa di una violenta tempesta e in seguito quando rimane imprigionata nel pack antartico. Ma il Capitano Robert Falcon Scott e i suoi sessantacinque uomini di equipaggio – ufficiali, marinai e scienziati -  reagirono con coraggio e  determinazione.
Il team scientifico, guidato dallo zoologo Edward Wilson, si mise subito al lavoro. In navigazione gli scienziati fecero osservazioni magnetiche e meteorologiche, misurarono le profondità dell’oceano e raccolsero ed osservarono una miriade di forme di vita. Dal minuscolo  plancton al  mammifero più grande, come la balenottera azzurra. Tutti a bordo parteciparono nella catalogazione degli animali, e sulla nave risuonavano costantemente grida eccitate come “Balena!” o “Delfino!” Anche le canzoni accompagnavano la grande attività a bordo anche se, come scriverà l’assistente zoologo Apsley Cherry-Garrard, nel suo libro Il peggior viaggio del mondo, “quasi nessuno sapeva cantare” Quando la Terra Nova si diresse a sud, facendo alcuni scali nel Sud Atlantico, una inebriante atmosfera di aspettativa cresceva tra gli uomini. Ma in ottobre Scott riceve un telegramma “Permetto informarla Fram diretta Antartide. Amundsen”.   
Il messaggio proietta dunque Scott in una gara. Alla fine di ottobre la Terra Nova arriva in Nuova Zelanda. Qui il tenente Henry Bowers fa scorta di provviste ed equipaggiamenti stipando la nave magistralmente. Il carico comprende numerose baracche prefabbricate, letti con materassi a molla, ogni sorta di equipaggiamento scientifico e fotografico, tre motoslitte, 162 carcasse di montone, 19 pony, 33 cani, 25 tonnellate di petrolio, e più di 450 tonnellate di carbone. (a differenza delle navi più moderne dello stesso periodo, come la Fram di Amundsen – che erano passate al petrolio, la Terra Nova andava ancora a carbone.) “Dire che eravamo stracarichi” – scrive Cherry-Garrard – “è una moderata affermazione dei fatti” La Terra Nova lascia la Nuova Zelanda il 26 novembre del 1910, all’inizio dell’estate nell’emisfero merdionale. Nei primi giorni di dicembre una violenta tempesta rischia di far terminare la spedizione anzitempo: nelle fasi più drammatiche, mentre la nave imbarca acqua, un guasto della pompa di sentina costringe gli uomini ad intervenire con dei secchi.  
Il veliero riesce a sopravvivere  ma la spedizione deve sopportare la perdita di due pony, un cane, 10 tonnellate di carbone e 65 galloni di carburante. Ma non l’ottimismo. Che sarà di nuovo messo a dura prova da un altro evento. Il 10 dicembre la Terra Nova raggiunge il pack antartico e ne rimane imprigionata per 20 giorni prima di riuscire a liberarsi.
Scott si affeziona sempre di più alla Terra Nova e  così la descrive in una lettera che invia alla famiglia “… ha urtato i ghiacci schiacciando, stridendo e graffiando e ne ha evitati altri… sembra una creatura viva che lotta in una mirabile battaglia”.
Il ritardo ebbe però anche qualche beneficio – come dare la possibilità all’equipaggio esausto di esercitarsi. Il sottotenente norvegese Tryggve Gran, esperto sciatore, diede lezioni sul pack, perfezionando le capacità per i viaggi in slitta che avrebbero affrontato. La bellezza del paesaggio era abbagliante, dai pinnacoli di ghiaccio che si ergevano fino a 25 piedi di altezza, alle albe che tingevano il cielo di malva, verde e blu brillante. La quiete del pack fu uno sfondo tranquillo per il giorno di natale del 1910, con gli officiali che cantavano cori natalizi durante la cena a base di pinguini di Adelia e champagne. La Terra Nova avvista l’isola vulcanica di Ross, nel mare di Ross, la notte di capodanno. Dopo un’esplorazione infruttuosa di Capo Crozier sul lato orientale,  la nave fa rotta per il canale McMurdo.  Lo sbarco viene effettuato nella Penisola Skuary chiamata così per gli Skua, grandi uccelli simili ai gabbiani che li vi nidificavano. Scott la rinomina Capo Evans, intitolandola al tenente Teddy Evans, il secondo in comando della spedizione. Capo Evans si trova  nella parte occidentale dell’isola di Ross ed è qui che Scott decide di stabilire il campo base, dove avrebbero avuto un accesso più vicino alla Barriera, punto di partenza per la spedizione diretta al Polo Sud programmata per l’estate successiva.

Un libro eccezionale per celebare lo yachting fotografato dalla famiglia Beken

Beken of Cowes definirlo semplicemente libro, è sicuramente riduttivo. Già il formato, trentasei per quarantaquattro centimetri, lo collocano su un piano superiore. Centoquaranta pagine su carta speciale sulle quali sono applicate le fotografie, a mano una per una, e il tutto è racchiuso in un cofanetto cartonato ricoperto in tessuto di lino, ne fanno un’opera preziosa. Si tratta di un’eccezionale edizione di lusso limitata che giustifica anche il prezzo, settecento euro!
In questo modo le fotografie, rigorosamente in bianco e nero, della leggendaria famiglia Beken celebrano il meglio dello yachting del secolo scorso, le più straordinarie barche a vela, dal Walkyrie del 1891, in copertina, che collezionò ben 23 trofei vincendo anche l’America’s Cup del 1889, al Britannia, 1893, di Re George’s V.
La storia della famiglia Beken inizia nel 1888 quando il signor Alfred Beken, farmacista e chimico di Canterbury, appassionato alla nascente arte fotografica si trasferì con la famiglia a Cowe sull’isola di Wight, celebre per le grandi regate che vi si svolgevano in estate, e aprì una bottega di farmacista sulla Birmingham Road.
In realtà il suo obiettivo erano i grandi yacht di allora che vedeva sfilare maestosi di fronte alla sua bottega. Su un dinghy di 14 piedi caricò un apparecchio fotografico, un imponente mammut col quale era più facile scattare foto da terra che non su quel guscio di noce.
In quegli anni la “pellicola” erano lastre di vetro 20x25 centimetri, che lui stesso preparava, e il colore era ancora un sogno.
Il figlio Frank, che ereditò arte e passione dal padre, si ingegnò per costruire un apparecchio più maneggevole. Una scatola di trenta centimetri per trenta, all’incirca, dentro la quale ad ogni scatto doveva introdurre una lastra fotografica. La scatola era di legno verniciato a coppale proprio per resistere al clima salmastro; il visore per studiare l’inquadratura era sulla parte alta; dalla scatola partiva un tubo di gomma con una peretta che Frank si metteva tra i denti e che schiacciava al momento dello scatto. La macchina infatti, per quanto piccola e maneggevole all’epoca, era sempre talmente grande da dover essere impugnata saldamente con due mani e così non restava che la bocca per fare clic. Con questa scatola magica Frank Beken e poi suo figlio Keith e suo nipote Kenneth, hanno costruito un archivio di oltre 200 mila foto diverse, tutte di yacht diventati famosi nel tempo.
La messa a fuoco dell’obiettivo era rudimentale perché ci sarebbero volute altre due mani per ruotare una lente e rendere nitido il soggetto da fotografare. Così erano previste tre posizioni diverse a scelta: dinghy, yacht e liner, cioè piroscafi e navi.
Il Beken farmacista insieme a profumi e medicine vendeva anche le sue fotografie; per il fatto di trovarsi vicino alla residenza reale della regina Victoria,  in una sola volta ben cinque teste coronate hanno visitato i locali della farmacia!
Soltanto negli anni ’70  il nipote Kenneth mise in soffitta il mammut e passò all’Hasselblad e alla Rolleiflex. Ma l’archivio e la stampa su carta sono ancora frutto di un alto artigianato chimico, con il laboratorio, gli acidi, i rivelatori, i fissatori, la carta colore seppia, la carta perlinata che danno ad una foto di “Beken and sons” un sapore antico di alta qualità. Al giorno d’oggi con la rivalutazione di un immenso patrimonio di barche d’epoca senza l’archivio della famiglia Beken sarebbe quasi impossibile ritrovare foto di queste barche nei giorni del loro massimo splendore.
Una serie di quelle foto la nostra libreria le ha presentate con la mostra sui Beken organizzata in occasione della manifestazione Amor di Mare che si tenne nel 1996 a Roma in piazza del Popolo.