giovedì 15 maggio 2014

Mohsen Lihidheb il postino di Zarzis e il suo museo Memoires de la mére

Nicolò Carnimeo nel suo Come è profondo il mare ha ben descritto la “velenosa zuppa di coriandoli” che sta avvelenando i mari. Una “zuppa” fatta di microframmenti di plastica multicolori bianchi, rossi, azzurri, palline o pezzetti sfrangiati come tentacoli, le loro dimensioni sono inferiori ai due millimetri, ce ne sono più di quanti se ne possa immaginare. “C’est officiel, la Méditerranée devient une mer artificielle…”, ha commentato il ricercatore francese Bruno Demontet (che ha trasformato la sua barca a vela, l’Halifax, in un laboratorio per monitorare l’intero Mediterraneo fino al 2015) quando ha constatato che al largo dell’isola d’Elba la concentrazione di plastica, forse per un gioco di correnti, è di 892mila frammenti per chilometro quadrato. Una densità superiore a quella dell’isola di plastica del Pacifico dove la media è di 334mila frammenti! Nel Mediterraneo non ci sono le “isole” come negli Oceani, ma immensi fiumi di plastica che risalgono dal fondo con le correnti dette “di densità”. Sono lunghi decine di miglia e sono stati avvistati al largo tra Sicilia e Sardegna o nel mar Egeo.
Sono definiti macrorifiuti, cioè le buste, le bottiglie non ancora decomposte che secondo la loro densità stazionano nella colonna d’acqua o giacciono nel fondo. La prova macroscopia la danno i pescatori che praticano lo strascico: il 30-40% di quello che si raccoglie nel sacco è immondizia, bitume, lattine, buste, pezzi di reti. I pochi pesci stritolati in questa melma devono essere accuratamente lavati prima di essere sistemati nelle cassette.
Molti di questi rifiuti il mare li rigetta a terra, sulle spiagge, anche le più incontaminate e sono in tanti, tutti volontari, che si adoperano per raccoglierli. Li chiamano beachcombers, sono coloro che cercano sulle spiagge oggetti abbandonati.
Il postino di Zarzis con il suo sacco
Nel Mediterraneo il loro guru, come racconta Carnimeo, è Mohsen Lihidheb, il postino che vive a Zarzis, una località turistica nel sud della Tunisia, a una trentina di chilometri dal confine con la Libia.
Dopo aver letto la sua storia in Come è profondo il mare, l’ho voluto conoscere approfittando della mia “vacanza” tunisina, così mi sono fatto quasi seicento chilometri, otto ore di macchina, per fotografarlo e intervistarlo. Mohsen ora è in pensione, ha sessant’anni, una ventina di anni fa ha sentito fortissimo il richiamo del mare, così ha abbandonato il fumo, l’alcol e la politica, come lui stesso racconta, per dedicarsi completamente a raccogliere gli oggetti che il mare portava a terra lungo 150 chilometri di spiagge. Ogni mattina all’alba con il sacco in spalla ha raccolto di tutto, quasi settecentomila oggetti, bottiglie di plastica, ma anche tavole da surf, canapi, testuggini, lampade al neon, elmetti, spugne, tronchi di legno, palloncini scoppiati.
Dopo averli selezionati li ha disposti nel giardino della sua casa, e ne ha creato un museo, il Museo della memoria del mare. Una memoria di plastica, di sole bottiglie ne ha raccolte più di cinquantamila, ben accatastate come in una cantina. Tra questa una cinquantina con dentro messaggi provenienti da ogni dove. Sono richieste d’aiuto, raccontano storie di amori non corrisposti. A molti ha risposto allacciando legami di amicizia. E poi anche lui, quando il vento soffia da terra, lancia messaggi in bottiglia. Questo è stato il primo mezzo di comunicazione attraverso il mare – afferma Mohsen – e non importa sapere quanto tempo ci mette il messaggio ad arrivare a destinazione. Qualcuno lo raccoglierà come le metafore di Neruda ne Il postino, con Massimo Troisi.
Al centro del giardino circondato da mura di bottiglie di plastica colorate, una montagna di scarpe. Sono le scarpe dei naufraghi. Mohsen le custodisce insieme a camicie, giacche, pantaloni, maglioni e magliette recuperati a riva, strappati dai corpi sepolti nel mare. Sono tutti lavati e appesi in modo ordinato sotto una tettoia. Un monumento che ricorda la strage dei tanti migranti che hanno perso la vita in mare.
I corpi dei naufraghi che il mare riconsegna alle spiagge sono sepolti nei cimiteri di Zarzis ma quando sono diventati troppi, per loro esiste addirittura una specie di cimitero segreto lontano dalla città, tra le dune.
Al dramma dei migranti Mohsen ha dedicato un libro di testimonianze e poesie dal titolo Mamadou et le silence de la mer. Mamadou e il nome che ha dato al primo corpo che lui stesso ha recuperato nell’agosto del 2002.  “L’avevo visto da lontano, racconta ancora con emozione. All’inizio sembrava una tartaruga rivolta sul guscio.
Quando mi sono accorto che era un essere umano mi sono sentito mancare. Era coperto dalle alghe fino al ginocchio e sopra la testa.” Ecco come lo descrive nel libro: “…de taille moyenne, un corps bien proportionné et musclé, le vagues et le soleil avaient bien tanné sa peau qui avait une couleur noire beige, dans une beauté dont seul Dieu est capable. Très ému, mai lucide, j’ai lu sur lui plusieurs versés de Coran, en bon musulman, j’ai formulés de prières à Moise, au Christ et aux Dieux animistes, afin que Mamadou soit béni par son apôtre et son âme.” Non ha fatto foto, perché – afferma – il suo corpo, il suo spirito e la sua bellezza appartengono soltanto a Dio.
Zarzis fino alla rivoluzione dei Gelsomini del 2011 era una delle basi per le partenze dei barconi e Mohsen ne è stato testimone di come avveniva quella moderna forma di schiavismo, come la definisce. Migliaia di neri ammassati sulla spiaggia ai quali era impedito con violenze ogni forma di contatto con i locali. La polizia interveniva semplicemente per controllare se i barconi erano in gradi di tenere il mare e se avessero imbarcato il carburante sufficiente per la traversata. Quando cercava di aiutare qualcuno di quei disgraziati dandogli del pane o dell’acqua, veniva allontanato con minacce dagli scafisti, veri e propri mercanti di schiavi.
L’esperienza ecologica di Mohsen in questo momento è in uno stadio evolutivo, vuole fare della sua azione un “prodotto”, così lo chiama,  turistico, ecologico, culturale e pedagogico per la memoria del mare e dell’uomo. Per questo sta trasferendo il museo in un luogo ai bordi del mare più facilmente raggiungibile, dove ha creato delle grandi installazioni artistiche con gli oggetti che ha trovato. Per svolgere la sua attività non ha mai avuto finanziamenti o aiuti. Nè dalle migliaia di visitatori, né da chi ha girato diversi documentari, né dagli uffici responsabili dell’ambiente. Ha fatto tutto grazie al suo salario di postino e a quello della moglie anche lei impiegata alle poste, sacrificando il benessere economico e il tempo che avrebbe potuto dedicare alla famiglia – ha tre figli –, che nonostante tutto hanno lo hanno accettato e supportato. I figli sono grandi, uno solo vive all’estero il più piccolo, il maggiore si sposa questa estate, e per questo è un po’ occupato coi preparativi, la figlia invece è già sposata.
“La mia, continua nel suo racconto, è una occupazione costosa, ci ho rimesso tre macchine e molti soldi. Davanti a queste difficoltà mi son chiesto se effettivamente ne valeva la pena, soprattutto per la famiglia. Ogni volta mi sono motivato grazie alla reazione dei bambini, che ogni volta vedevo in loro meraviglia di fronte al mio museo, appassionati al mio lavoro sparso per miglia di terreno, immersi in questo spazio di creazione, di memoria, di prospettiva, di colore, di valori quali il rispetto agli oggetti, alla natura, al mare, a Dio, alla cultura… Ripensando mi dispiace – racconta – di aver consumato gran parte delle risorse economiche della famiglia per investirlo nell’ecologia, che mi da piacere e fierezza al tempo stesso, oltre che essere un dovere. Un dovere che mi è costato caro, ma che cominciai a suo tempo con la prospettiva di essere assistito e supportato da qualche ente, aiuto che non è arrivato sennò avrei potuto fare di più, soprattutto per far conoscere la mia attività e le mie pubblicazioni, per ora ferme a un solo libro sull’immigrazione clandestina, altri sono in attesa, perché non ho i fondi.”
“L’attività di beachcombers non mi è nata improvvisamente ma è frutto di maturità nata in base al contatto con l’ambiente, le oasi, il mare, così a 40 anni ho pensato che fosse il caso di dare buna svolta alla mia vita: smettere di fumare, di fare politica, di leggere, al fine di praticare, vivere la vita direttamente.
Sono quindi tornato al mare dove sono cresciuto, ho cominciato senza pretesa alcuna questa attività, una azione spontanea; ho cominciato  a raccogliere tutti gli oggetti provenienti dal mare, a collezionarli e a dargli un ordine in quello che poi è diventato il museo. Oggetti che sono per me come dei “regali”, regali di Dio, regali del mare,  regali che vengono con le onde e le maree, che raccoglievo con la mia borsa (facendo anche un po’ di sport perché gli oggetti erano tanti e pesanti), la maggior parte degli oggetti è venuta dall’Italia, come le bottiglie contenenti messaggi.
Una volta a casa, ho avuto l’ispirazione del “riciclaggio artistico”, appassionandomi a fare delle installazioni, che piano piano hanno cominciato interessare i visitatori soprattutto gli studenti.
Per me gli oggetti che ho raccolto dal mare sono come le “lettere dell’alfabeto della natura”, e io li ho raccolti per farne delle parole, delle frasi, e dei testi.
E questo è riuscito perché mi sono basato sin dall’inizio sull’azione, sul movimento, che mi hanno donato delle idee, mi hanno donato dell’arte, delle parole, non vuote, bensì ricche di idee, parole messe in poesia e testi, nelle interviste radio, ovunque. Un ciclo continuo e cumulativo in tutti i sensi, non ho mai bruciato tappe o idee, o utilizzato mezzi inappropriati.
Quindi questa idea nata come ecologica ha dei sotto-temi: arte, riciclaggio artistico, pedagogia, filosofia sperimentale, bottiglie del mare coi messaggi, l’immigrazione clandestina e i naufraghi. Perché quando ho dato alla mia opera il nome memoria del mare mi son detto che nello stesso tempo si tratta della “memoria dell’uomo”. pertanto ho cominciato ad approfondire la storia dell’uomo primitivo, ci ho lavorato molto ed è una aggiunta che trovo straordinaria di continuità nel movimento.
Sono i bambini, i tantissimi che mi hanno fatto visita, che mi hanno permesso di resistere e continuare. Più che loro sono io che mi nutro di loro, con la loro spontaneità e freschezza nell’approcciarsi a queste tematiche, questa predisposizione di accogliere il mondo e la vita in maniera spontanea e bella, senza preconcetti culturali o concettuali. 
Mohsen mostra la bottiglia di Badolato
Alcuni nelle loro scuole hanno aperto a loro volta piccoli musei con reperti che gli ho donato e io stesso sono andato a fare delle installazioni nelle scuole.
Tutto quello che io faccio con la mia attività esula dagli approcci tradizionali e abituali.  Ogni oggetto è molto importante, pur sembrando ordinario. Quando trovo un oggetto che galleggia mi immergo nell’acqua per recuperarlo e sono felice, come se avessi trovato un tesoro. Per questo non posso dire se un oggetto ritrovato mi faccia piacere o meno, perché è sempre un piacere. Tutto è importante, e li sta il segreto di questa azione.
Per quello che riguarda le bottiglie trovate in mare, credo che l’impatto più forte sia stato con la prima bottiglia, proveniente dall’Italia, un paesino di nome Badolato, credo sul mare Adriatico, una bottiglia in vetro che ci ha messo del tempo forse un anno per arrivare, era il 1986.
L’uomo che ha spedito quella bottiglia in mare volere fare conoscere e rivivere il suo paese sulle onde del mare e della poesia. Questo messaggio mi è molto piaciuto e mi ha commosso, un grido di vita, come a dire bisogna che partecipo alla vita, un messaggio positivo. Gli ho scritto tramite posta, ma non ho mai ricevuto risposta. Poi il caso volle che ascoltai delle notizie delle emigrazioni dalla Albania verso l’Italia e arrivarono delle barche proprio in questo paesino, Badolato e voilà è divenuto famoso e conosciuto come lui desiderava.
Un altro messaggio in bottiglia proveniva da un giovane ragazzo abitante a nord della Tunisia, a Houaria, gli ho scritto per lettera ed è venuto qua a trovarmi e insieme abbiamo festeggiato, e poi mi ha invitato al suo matrimonio.”
Le ultime fotografie mostrano Mohsen con le sue installazioni.
Maurizio Bizziccari

P.S. Consiglio la lettura del suo libro di testimonianze e poesie dedicata a Mamadou. Ovviamente non è distribuito in Italia, però potete scrivergli, sicuramente ve lo spedirà. Costa quindici dinari, immagino venti con la spedizione. Equivalenti a circa nove euro.

Il suo indirizzo mail è zarzis21@yahoo.fr, oppure per posta scrivendo a Mohsen Lihidheb  Zarzis  4170  Tunisie
oppure scrivetegli un messaggio e lanciate, con il vento che soffia da terra, una bottiglia in mare, tempo un anno o più e forse sarà lui stesso a raccoglierla sulla sua spiaggia. Inshallah…
Ringrazio per l’assistenza e le traduzioni Federica Matteini e suo marito Akid Rabaaoui

alcuni link dove potete approfondire la sua conoscenza
www.seamemory.org
http://art.artistes-sf.org/mohsen
http://zarziszitazarzis.blogspot.com
http://azizi-bouazizi.skyrock.com
http://boughmiga.skyblog.com
http://zarzissea.skyblog.com
http://www.webtunisiens.com/boughmiga

martedì 6 maggio 2014

Nel nostro Mediterraneo 290miliardi di coriandoli di plastica

Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare

Chi non le mai ascoltate? sono le parole che chiudono la canzone di Lucio Dalla, Come è profondo il mare, scritta nel 1977.
Come è profondo il mare è anche il titolo del libro di Nicolò Carnimeo, il nostro inviato nella più grande discarica del pianeta. La prefazione è di Predrag Matvejevic.
Un libro inchiesta che è denuncia e racconto nello stesso tempo. Poco meno di duecento pagine che si leggono d’un fiato, sono un pugno nello stomaco che lasciano sconcertati. È diviso in tre reportage che parlano di plastica, di mercurio e di tritolo e del modo in cui abbiamo scelto di vivere.
Carnimeo, giornalista e docente di Diritto della Navigazione presso l’Università di Bari e nello stesso tempo è anche un navigatore e scrittore. Nel febbraio del 2011 ve lo abbiamo presentato come scrittore parlando del suo libro Nei mari dei pirati, un’inchiesta sui pirati moderni che popolano i mari mettendo in pericolo il commercio marittimo; il libro ha fornito una chiave di lettura della attuale situazione geopolitica della moderna pirateria che ogni anno colpisce più di 17mila navi dal SudEst asiatico al golfo di Aden.
Nicolò Carnimeo
La capacità di Carnimeo di traguardare l’orizzonte, come scrive Predrag nella prefazione al libro, si trova anche in Come è profondo il mare, nel suo respiro planetario, nell’analisi lucida di uno scenario reale. Scenario che il nostro “navigatore” descrive dopo aver fatto un lungo viaggio, che lo ha portato dagli oceani al nostro Mediterraneo, alla scoperta “della più grande discarica del pianeta” lanciando un preoccupante allarme sul livello di inquinamento dei nostri mari. Il lungo viaggio è iniziato a Londra quando ha incontrato Charles Moore lo scopritore del Great Pacific Garbage Patch, l’immensa isola fluttuante negli oceani formata da tutti i rifiuti di plastica che abbiamo gettato negli ultimi 50 anni. Il merito di Moore è di avere mostrato al mondo ciò che era evidente, ma nessuno riusciva o voleva ancora recepire.
I vortici creati dalle correnti negli Oceani
L’isola di plastica l’ha scoperta per caso nel 1996, quando l’elica del motore del suo catamarano Alguita rimane impigliata in un groviglio di reti. L’isola non è segnata sulle carte nautiche, né si può avvistare dall’alto. Eppure è grande quanto un continente.
Gli oceani, con un gioco di correnti raccolgono le migliaia di tonnellate di plastica e le compattano in giganteschi ammassi e li fa convergere in alcuni punti e lì restano e forse resteranno per sempre. Sono miliardi di pezzetti di plastica, minuscoli frammenti multicolori, – che Moore ha chiamato coriandoli – risultato della plastica che si degrada, che si aggregano e si disgregano. Funzionano come una spugna: si caricano di veleni e si infilano nella catena alimentare, giungendo fino all’uomo. Ancora poco o nulla si sa su come questo nuovo continente muterà le regole della vita nel mare oltre che la nostra. Ma di isole ce ne sono altre, due nell’Atlantico, una nell’Oceano Indiano, due nel Pacifico. Ma sono soltanto le principali.
Quella nel Pacifico settentrionale pare sia grande quanto l’Europa! Nel Mediterraneo il problema è più grave, perché la plastica, nel mare chiuso, rimane intrappolata. Anche dove l’acqua sembra cristallina, limpidissima, soltanto se si cala una rete che filtra il mare, ci si rende conto della quantità di plastica. È una cosa devastante, nel nostro Mediterraneo ci sono miliardi e miliardi di microframmenti. In media il loro numero per chilometro quadrato è 115mila, il che vuol dire che in tutto il Mediterraneo, nei primi 15 centimetri d’acqua ce ne sono 290miliardi! La stessa sabbia dove camminiamo, ormai è di plastica. Ma da dove viene? Sono i milioni di oggetti di plastica usa e getta, di polietilene, che utilizziamo ogni giorno, bicchieri, piatti, bottiglie.
La plastica non è l’unico elemento che sta devastando i nostri mari, sono i veleni ancora più pericolosi: pesticidi, metalli pesanti come piombo, arsenico, cadmio e soprattutto mercurio. Nel 2009 nel Gargano l’incomprensibile spiaggiamento di sette giovani capodogli fece impressione. Dall’esame degli stomaci venne fuori una montagna di plastica, sacchetti, bottiglie, contenitori vari, attrezzi da pesca, fili di nylon, ami. Addirittura da un esofago fu estratta una rete lunga centocinquanta metri del peso di 80 chili!
Ma ad uccidere i sette capodogli è stato qualcosa presente nei loro tessuti, nei muscoli, nel cervello, è stata l’alta concentrazione di mercurio etilico, altamente tossico che una volta assunto è in grado di attraversare le membrane cellulari. Risulta ineliminabile e si accumula. Questo veleno entra rapidamente nell’organismo principalmente attraverso l’assunzione di cibo. Più cibo contaminato si ingerisce, maggiore è il bioaccumulo. E come i veleni contenuti nella plastica, il metallo si trasmette da un essere vivente a un altro della catena alimentare insieme agli altri inquinanti.
Infine il nostro inviato sottolinea quanto poco si parli dell’inquinamento radiottavivo del mare; la prima a parlarne fu la scienziata Rachel Carson negli anni cinquanta. È l’inquinamento più pericoloso e ineliminabile tra i rifiuti tossici. I materiali usati per la fissione nucleare mantengono il loro potenziale contaminante per moltissimo tempo. Al plutonio servono 24mila anni per perdere la metà della sua carica radioattiva, per estinguerla completamente ce ne vogliono tre milioni di anni e mezzo. Se vi sembrano pochi…
E tanto per non farsi mancare nulla Carnimeo chiude la sua inchiesta parlandoci degli esplosivi, residuati bellici di ogni tipo sversati in mare, capaci di provare malattie e forme tumorali. La bonifica di residuati bellici immersi o chi si trovano sulla battigia è uno dei principali compiti dei palombari della marina militare che ancora oggi ripuliscono il mare da circa quattromila ordigni l’anno.
Il Mediterraneo è la culla dell’Europa, ha scritto Matvejevic, ma diciamo noi, non la sua discarica…
Carnimeo con il suo libro ci incita “a fare qualcosa: ogni comportamento individuale è importante perché il mondo cambia per l’agire dei singoli. Ognuno di noi deve fare la sua parte. Non bisogna più usare la plastica usa e getta, dobbiamo sostenere il riciclo. È stato calcolato che nella sola UE nel solo 2010 sono stati utilizzati 99,5 bilioni di buste di plastica e il loro utilizzo è durato al massimo un’ora. E le bottiglie? Dobbiamo neutralizzare un’abitudine sociale che ci spinge a consumare tonnellate di prodotti che nascono già come rifiuti.”
Maurizio Bizziccari