domenica 28 luglio 2013

In onda su Linea Blu, un mare di libri di mare con Folco Quilici

Un Mare di Libri di Mare, è il nome che Donatella Bianchi ha dato alla nuova rubrica che va in onda il sabato su Linea Blu, il tradizionale appuntamento di RaiUno con il mare. L’obiettivo è quello di promuovere la cultura del mare e la nostra libreria è stata scelta come la location ideale per parlare di libri di mare. A presentare le novità, ma anche i classici della letteratura di mare, è Folco Quilici che di volta in volta sceglie tra i tanti libri racchiusi negli scrigni, o meglio nell’oceano della Libreria il Mare, le sue proposte che presenta non con una didascalica recensione, ma con il suo stile, non a caso autore di più di un centinaio di libri che in un modo o nell’altro si sono occupati del Sesto Continente.
Il punto di partenza straordinario della letteratura di mare, diciamo moderna, perché fu pubblicato a metà dell’Ottocento è Moby Dick il grande romanzo dii Melville che narra della grande avventura dei balenieri e della caccia alla mitica balena bianca. In realtà il “mostro” che alla fine distrugge la nave dii capitan Achab, era un capodoglio. È un libro straordinario, ha sottolineato Quilici, che parla dei grandi mammiferi cacciati fino ai primi del novecento che hanno  rischiato l’estinzione. Fortunatamente i balenieri eredi di Moby Dick oggi sono rimasti pochi, le balene sono cacciate ancora, e speriamo ancora per poco in Giappone, Norvegia e Islanda. 


"In particolare, ha detto Folco, mi ha colpito il libro  “l’Oceano Dentro’ di Valerio Pandolfi, perché per un verso è di estrema attualità, combatte la tragedia di questi ultimi anni che si sta conducendo in tutti gli oceani del mondo contro gli squali, se ne uccidono migliaia ogni settimana. Lui è andato in una tana, per così dire, di squali nelle isole dove ce ne sono ancora migliaia nell’Oceano Pacifico a Sud della Bassa California e ha raccontato come vivono e come incontrarli. Un libro molto emozionante fatto con spirito avventuroso di chi li ha voluto vederli da vicino, quasi a toccarli.Quello che ha visto quello che ha raccontato lo ha anche documentato con alcune bellissime immagini e ci fa partecipi di questa lotta intrapresa per salvare questo re del mare.”

Valerio Pandolfi, napoletano, grande appassionato di immersioni subacquee, di mestiere è avvocato. Racconta l’oceano con libri, film e fotografie che si possono ammirare sul suo sito valeriopandolfi.com

domenica 21 luglio 2013

ArchEolie, un workshop per conoscere il mare e la sua storia

L’archeologia subacquea in Sicilia è di grande attualità grazie all’incessante lavoro della sua Soprintendenza del Mare. Per approfondire l’esame di uno dei siti archeologici subacquei più interessanti del Mediterraneo, quello del portico di Sotto Monastero a Lipari, a settembre, dall’otto al sedici, si terrà ArchEolie, il primo workshop di Archeologia Tecnica e Scienze Subacquee con una settimana di studi e di scavi.
La direzione scientifica è affidata a Sebastiano Tusa e a Claudio Mocchegiani Carpano. Il workshop, diviso in corsi, comprende anche l’acquisizione del brevetto subacqueo di primo livello (open water) e quello di secondo livello (advanced open water). Inoltre un corso teorico in aula di tecniche di base dell’archeosub oltre a quello pratico di metodologie e di scavo sul sito archeologico.
Alcuni anni fa in seguito a lavori di dragaggio del porto, fu individuata una struttura di cui si riconosceva il basamento e le basi in blocchi di tufo di alcune colonne. Da una prima analisi condotta sui resti ceramici ritrovati si capì subito che si trattava di una struttura di epoca romana databile dal II secolo a. C. al II d. C. Si tratta di un rilevamento eccezionale perché tutta la struttura si trova a circa 9 metri di profondità quindi è l’evidenza di un bradisismo macroscopico che ha determinato l’abbassamento dei livelli al disotto del mare di molti metri.
Lo scavo è molto interessante sia dal punto di vista scientifico che didattico ed è uno di quei rari esempi in cui si può realizzare uno scavo stratigrafico in mare in quanto i reperti sono ricoperti da uno strato di sedimenti alluvionali portati dal fiume dall’interno. Quindi il progetto in questo momento copre un po’ il vuoto lasciato dalla crisi delle strutture di formazione anche in considerazione del fatto che nelle università (per es. l’università napoletana Suor Orsola Benincasa per mancanza di fondi non può più fare il corso archeosub, né il Campo Scuola di Procida). L’ArcheoSub viene poco insegnata e in ogni caso la parte teorica ha un ruolo preponderante rispetto alla parte pratica svolta a mare su un sito archeologico. 
Altra valenza fondamentale del progetto è il ruolo di attrattore verso le isole Eolie di studenti, appassionati e studiosi dall’Italia e dall’estero in modo da creare un circuito virtuoso di comunicazione per lo sviluppo e la valorizzazione dei beni archeologici, paesaggistici e naturalistici dell’Arcipelago Eoliano. Inoltre lo scavo consentirà di delimitare l’area archeologica per consentire la convivenza tra la necessaria tutela cui va sottoposta l’area e la costruzione del nuovo porto, volano indispensabile per lo sviluppo delle isole Eolie.

Mappa dei siti e degli itinerari archeologici subacquei in Sicilia (a cura del Servizio Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali del Mare)

L’organizzazione del workshop è affidata all’Associazione Culturale ArchEolie (archeolie@hotmail.it); per le iscrizioni e conoscere i costi (stabiliti in base al numero dei partecipanti) telefonare ai numeri: 3389813203 e 3484551776.
Inoltre è possibile anche iscriversi presso la nostra libreria ilmare@ilmare.com tel. 063612155 – 063612091


giovedì 18 luglio 2013

Il successo del progetto Archeorete Egadi 2013

Ancora uno strepitoso successo per la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana diretta dall’archeologo subacqueo Sebastiano Tusa.  Alla già ricca collezione di rostri di bronzo se ne sono aggiunti altri due “pescati” a circa 80 metri di profondità anche questi nelle acque delle Isole Egadi, al largo di Capo Grosso dell’isola di Levanzo. Sale così a undici il totale di quelli recuperati nei luoghi teatro della battaglia navale delle Egadi che concluse la Prima Guerra Punica vinta dai romani il 10 marzo del 241 a. C. Non solo rostri, il “bottino” si è arricchito anche di un elmo romano di tipo Montefortino, l’ottavo della serie, e di quattro anfore greco italiche. Gli ultimi arrivati sono sicuramente romani, hanno le iscrizioni dei nomi dei questori Papelio e Pulicio e le decorazioni di vittoria alata e di elmo piumato. 
Anche un dodicesimo è stato individuato, fotografato, localizzato e georeferenziato: si trova, ancora oggi dall’aspetto minaccioso, su una distesa sabbiosa a circa 80 metri di profondità. Causa il maltempo non c’è stato il tempo per issarlo a bordo: bisognerà attendere ancora
un anno per aggiungerlo alla già ricca collezione. Quella appena conclusa, durata 45 giorni, è l’ottava campagna di ricerche del progetto Archeorete Egadi, realizzato grazie alla collaborazione della fondazione americana RPM Nautical diretta da George Robb jr che dal 2005 mette a disposizione la Hercules, la nave oceanografica a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica e visive di ultima generazione.
A sn Jeff Royal con Sebastiano Tusa
In questa ultima campagna, iniziata il 14 giugno 2013, è stato utilizzato, per la prima volta in Italia, un particolare sonar a scansione laterale montato su una particolare struttura metallica che permette di lavorare agevolmente in profondità per tracciare, con il suo esclusivo sistema di scansione a 360°, ancor meglio e con una precisione millimetrica i fondali. L’innovativo strumento è stato portato in Sicilia da John Henderson del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Nottingham con la collaborazione dell’Ingegnere Geofisico Brian Abbott della Nautilus Marine Group.
È un team italo americano che conduce le ricerche con la direzione di Tusa e di Jeff Royal e la consulenza di William Murray (University of South Florida), e dei coordinatori tecnici Stefano Zangara, Salvatore Palazzolo e Francesca Oliveri della Soprintendenza del Mare. 
Va dato merito a chi, e sono molti, collabora alle ricerche: la Capitaneria di Porto di Trapani, i sommozzatori della Guardia Costiera, la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani, l’Area Marina Protetta delle Egadi, la Shipping Agency di Luigi Morana, e la marineria locale, con i diving, i subacquei e l’Associazione Culturale Tempo Reale.
Fino ad oggi nelle otto campagne di ricerche iniziate nel 2005, è stato esplorato appena il 15% di quei fondali marini che ancora conservano chissà quanti e quali reperti, mute testimonianze di quell’epico scontro tra romani e cartaginesi. “C’è ancora molto da esplorare  – commenta Sebastiano Tusa a cui si devono questi risultati – e, ne siamo certi, solo facendo una semplice proporzione incrociando le dita, tanto da recuperare. Diamo tempo al tempo, e poi dobbiamo pur lasciare qualcosa a chi continuerà le ricerche dopo di noi! 
Anche perché con la convezione che abbiamo stipulato con la fondazione americana, la Hercules è a disposizione circa 45 giorni per stagione. E poi ci tengo a sottolineare che tutto ciò per noi è a costo zero! In cambio delle loro collaborazione la RPM Nautical ha soltanto il diritto a pubblicare, e sempre insieme a noi, i risultati delle ricerche. Hanno la loro base a Malta, dove svolgono la manutenzione di routine della nave, e sono impegnati in altre campagne simili alla nostra nell’Adriatico, in Albania, Montenegro e Croazia.”
“Considerando e studiando i materiali che abbiamo già recuperato – aggiunge Sebastiano – ci siamo chiesti come mai abbiamo trovato in uno spazio molto ristretto un solo rostro punico e mentre tutti gli altri sono romani? 
L’ipotesi, tutta da verificare con ulteriori ricerche, è che probabilmente in quel caso i romani le abbiano prese! In questo piccolo spazio ci fu una sorta di scaramuccia, visto che le battaglie navali di quei tempi avvenivano quasi come duelli, dei corpo a corpo come nelle battaglie terrestri. Potremmo essere incappati in una zona che in quel preciso momento è stata favorevole ai cartaginesi e che un piccolo gruppo di triremi romane si sia trovato in difficoltà per un repentino cambio di venti. Oppure, molto più semplicemente, la circostanza si può spiegare immaginando che le triremi cartaginesi, pur colpite, siano andate alla deriva affondando poi in un luogo più lontano.”
A conclusione di questo breve incontro telefonico con il quale ci ha descritto i risultati dell’ultima campagna di ricerche, l’amico Sebastiano Tusa, nella sua veste di insegnante oltre che di direttore dell’unica in Italia Soprintendenza per il Mare si è lasciato andare a un piccolo sfogo a proposito del suo lavoro e della situazione in cui versano i Beni Culturali nel nostro Paese. Ci sentiamo in obbligo di riportarlo.
“Sto creando una scuola di archeologia subacquea con l’Università di Palermo. Quando ho insegnato a Trapani ho formato tanti giovani archeologi che ora sono in giro per il mondo. Ma il vero problema è che in Italia c’è un blocco, una cesura generazionale perché nella pubblica amministrazione non si fanno più concorsi per il ricambio, non si formano più i quadri. 
Noi formiamo dei giovani ma le PA non li assorbono ed è un dramma in tutti i campi non solo nell’archeologia. Non abbiamo i ricambi che dovrebbe avvenire almeno ogni 5 o 6 anni mentre sono 20 anni che non entra più nessuno. Quando i quadri della mia generazione andranno in pensione, da chi saranno sostituiti? La responsabilità è della politica: abbiamo fatto autostrade inutili, opere inutili, sperperato soldi che invece andavano investiti nell’unica e grande risorsa che abbiamo: i beni culturali, la nostra storia.
Per il secondo semestre del 2013 è stato stabilito e scritto che ci assegnano la metà dei finanziamenti destinati alla manutenzione delle aree archeologiche e così via. Come facciamo? è stata la domanda. Arrangiatevi, la risposta! Alle Soprintendenze, come quella che ho il peso di dirigere, sono addossate enormi responsabilità. Con quali mezzi potremo gestire il nostro immenso patrimonio?”
A cura di Maurizio Bizziccari


Ringraziamo Salvo Emma per le fotografie
Ufficio Relazioni con il Pubblico









Consigliamo la lettura di Archeologia e storia nei mari di Sicilia, di Sebastiano Tusa

Il contesto storico-archeologico della battaglia delle Egadi

a cura del Servizio Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali del Mare Regione Siciliana

Delle grandi battaglie dell’antichità quella che più di ogni altra ha avuto l’onore della cronaca per le interessanti scoperte archeologiche subacquee a essa attribuibili è quella delle Egadi. Il 10 marzo 241 a.C. un forte libeccio soffia sulla cuspide occidentale della Sicilia foriero di un epocale cambiamento politico per l’isola e per l’intero Mediterraneo facendo intravedere austera e vincente la fisionomia di Roma. La battaglia delle Egadi descritta da Polibio e da molti altri storici antichi conclude la lunga prima guerra punica grazie ad una svolta impressa dall’audace ammiraglio Lutazio Catulo che sblocca una situazione di stallo nella quale i due contendenti si erano trovati da tempo. I luoghi d’interesse archeologico pertinenti la battaglia si trovano lungo la costa rocciosa orientale dell’isola di Levanzo che si presenta ripida e omogenea tra la Cala Calcara e Capo Grosso fornendo un prezioso rifugio alla flotta romana invisibile a quella cartaginese che proveniva da Occidente (Marettimo). L’omogeneità costiera si trasferisce anche ai fondali che si presentano degradanti e rocciosi fino a raggiungere la spianata sabbiosa intorno ai cinquanta metri. Tuttavia, in prossimità del limite meridionale e settentrionale di questa scogliera il fondale si articola ed è lì che ancora resistono le vestigia romane in parte attribuibili alla battaglia delle Egadi e in particolare alla zona di ancoraggio della flotta romana di Lutazio Catulo che sconfisse i Cartaginesi. Vi sono, infatti, numerosi ceppi d’ancora in piombo, localizzati sui fondali rocciosi degradanti verso Nord, compresi tra i 20 ed i 30 metri (in un’area di oltre 500 metri quadri), a circa 100 metri dalla costa nello spazio di mare a ridosso della punta più settentrionale di Levanzo, caratterizzata dall’incombente mole di Capo Grosso a picco sul mare. I veri protagonisti di quel mortale attacco dovettero essere i rostri applicati alle trireme, nave da guerra tra le più diffuse nell’antichità dall’epoca greca arcaica, di probabile derivazione dalla pentecontera e progenitrice delle galere medievali e moderne. Si diffuse tra i Greci, i Fenici, i Cartaginesi e infine anche presso i Romani. Tre file di rematori sovrapposte, con i remi leggermente sfalsati tra loro, le davano una formidabile propulsione in battaglia agevolata anche dallo scafo filante con un rapporto lunghezza /larghezza ottimale che poteva raggiungere anche i 40 x 6 metri. Poteva navigare anche sospinta da una vela rettangolare. L’equipaggio nelle trireme più grandi poteva raggiungere i 200 uomini, di cui la maggior parte rematori e il resto fanti, arcieri e addetti la governo della nave. Era molto manovrabile e veloce raggiungendo anche gli 8 nodi. La sua arma letale era il rostro a tre fendenti taglienti e contundenti che si allungava a prua sul pelo dell’acqua. La trireme, lanciata a velocità sulle navi nemiche, determinava con il colpo del rostro squarci letale nelle navi nemiche o ne annullava la forza distruggendo le file di remi e le relative fiancate. Da quando la Soprintendenza del Mare ha intensificato le ricerche nell’area della battaglia sono venuti fuori ben dodici rostri a tridente diversi da quelli descritti dall’archeologa inglese Honor Frost, che hanno offerto la prova dell’esattezza del luogo dello scontro indicato nell’area a Nord di Capo Grosso di Levanzo. I rostri s’inserivano, coprendola, sull’intersezione di alcuni elementi lignei convergenti che erano il dritto di prua, la chiglia e le cinte basse. Erano assicurati alla parte lignea dello scafo mediante chiodi. La parte anteriore del rostro era costituita da ben tre fendenti laminari orizzontali rinforzati da un possente fendente verticale. Con questo micidiale multiplo fendente, scagliato con forza sulle fiancate delle navi nemiche, la nave da guerra dotata del rostro determinava l’ingovernabilità e l’affondamento di quella nemica grazie alle falle che generava.

giovedì 11 luglio 2013

Mesoplodonte, zifio, balenottere, stenelle, tursiopi, straordinari incontri ravvicinati nel mare della Sardegna

Delfino mesoplodonte 
Ancora lui. Il fotografo, pittore e scrittore istriano di nascita ma sardo di adozione, che non finisce di meravigliarci. 
È l’eclettico Paolo Curto. Nella sua veste di autore del romanzo I portali del tempo non più di in anno fa lo abbiamo presentato nella nostra libreria, a intervistarlo, oltre a Giulia, c’era il grande Folco Quilici.
Subito dopo l’abbiamo avuto in veste di pittore di mare organizzando una mostra dei suoi quadri. Nell’occasione scrivemmo: “Tutto ciò che è acqua, mare, trasparenze, pesci, onde e riflessi marini lo coinvolge. Dategli una conchiglia, un’onda o un mare intero e lui lo interpreterà coinvolgendovi completamente nella sua espressione artistica: un quadro.”
Oggi invece l’ospitiamo come fotoreporter del mare con il suo racconto di una forma di turismo sostenibile poco diffusa in Italia, il whale watching, al largo della costa nord-orientale della Sardegna, fra le venti e le trenta miglia fuori Caprera. 
Queste particolari escursioni in mare aperto di avvistamento cetacei lungo il fiordo situato fra la Costa Smeralda e Baja Sardinia, sono organizzate da Corrado Azzali, il titolare dell’Orso Diving di Poltu Quatu. Ecco il resoconto della sua escursione:

Quella mattina di fine maggio è stata sorprendentemente fortunata: abbiamo visto un rarissimo esemplare di delfino mesoplodonte tra i 4 e i 6 metri di lunghezza, il primo avvistamento di un esemplare vivo per le acque italiane e io sono riuscito a fotografarlo. La scoperta è avvenuta nell’ambito del progetto di ricerca in corso dal 2009 ‘Cetacei pelagici dei mari della Sardegna: una biorisorsa prioritaria’ del Dipartimento di Scienze della Natura e del Territorio (DIPNET) dell’Università di Sassari. 
Stenelle in primo piano, balenottera sullo sfondo
Finora gli studiosi del DIPNET erano soliti incontrare il pur raro zifio (Ziphius cavirostris), un grosso delfino elusivo e molto localizzato, conosciuto comunemente come “balene dal becco” (beaked whales) per la tipica forma del muso. Sono tra i cetacei meno conosciuti e vengono considerati “specie criptiche”, al punto che alcuni di essi non sono mai stati osservati vivi, ma studiati esclusivamente sulla base di esemplari spiaggiati. Il mesoplodonte appartiene a questa famiglia di odontoceti (cetacei con denti). Rispetto ai pur elusivi zifi, i misteriosi mesoplodonti hanno dimensioni simili (4-6m) si distinguono per il rostro più lungo e due soli denti presenti ai margini laterali della mandibola, a parte rare eccezioni. Alcune specie vivono in Atlantico, prediligendo acque fredde.  I ricercatori hanno così potuto raccogliere dati su un evento rarissimo, dal momento che le segnalazioni ufficiali di mesoplodonte nella storia del Mediterraneo sono 4, di cui 3 ascrivibili ad esemplari morti nel corso di eventi di spiaggiamento. In poche ore abbiamo avvistato anche sei balenottere, due mante, diverse tartarughe, parecchi pesci luna e centinaia di delfini. Tutta questa inaspettata ricchezza di fauna in mare aperto, mi ha piacevolmente sorpreso ed entusiasmato. 
Balenottera
L’area più promettente per questi incontri segue la batimetrica dei 6-800 metri e si sviluppa in canyon lunghi parecchi chilometri e che raggiungono i mille metri di profondità. Praticamente si naviga per tutta la giornata (dalle 10 di mattina fino alle 5 del pomeriggio) a bassa velocità fra l’Arcipelago della Maddalena e le Bocche di Bonifacio, sempre molto al largo, tanto che la terra non si vede quasi mai. Questa straordinaria esperienza è alla portata di tutti, anche dei bambini, basta prenotarsi in tempo. Il prezzo dell’escursione, effettuabile solo in giornate di mare assolutamente calmo, verrebbe rimborsato nel malaugurato caso che non si incontrassero cetacei. Ma finora, nelle venti o trenta uscite che si riescono ad effettuare da maggio a ottobre, non è mai successo. Certo, nulla è garantito in mare: ci sono giornate eccezionali in cui si riesce a vedere di tutto ed altre più fiacche dove gli avvistamenti sono avari e i cetacei timidi. Però ne vale sempre la pena e, comunque, l’incontro ravvicinato con i delfini c’è sempre. È compresa anche una sosta per il pranzo. In questo caso, l’imbarcazione si ferma e ci si può anche rinfrescare con un salutare bagno nel blu profondo. Il mare, spesso uno specchio, lascia intravvedere i cetacei e gli altri pesci fino a profondità notevoli. 
Zifio
Luca Bittau, un biologo marino, spesso esce con i turisti e spiega loro che cosa potranno incontrare e, quando questo avviene, si dilunga in dettagliate descrizioni. In queste occasioni, imbarcati insieme ai villeggianti, c’è sempre qualche studente che fa parte dello staff di ricerca del professore e che ne approfitta per documentare gli avvistamenti.Insomma, chiunque ha l’occasione di fare un’esperienza davvero eccitante, degna di mari più ricchi del nostro, che potrebbe rendere assai più stimolante la solita vacanza estiva. Fra i cetacei si possono dunque incontrare la balenottera comune (Balaenoptera physalus), lunga più di quindici metri, che si fa vedere spesso in coppia, e che prima di riemergere fa aspettare qualche volta anche venti minuti, durante i quali tutti si divertono a scrutare l’acqua per essere i primi a scorgere il soffio.Durante un’escursione, sono stati sorpresi ben sette capodogli (Physeter macrocephalus), compreso un piccolo, che se ne stavano tranquilli in superficie, al punto che diversi turisti, indossate maschere e pinne (a bordo sono sempre a disposizione) si sono immersi senza timore ad osservarli sott’acqua. Diverse specie di delfini incrociano in questi mari, come il rarissimo, nonostante il nome, delfino comune (Delphinus delphis) e i tursiopi. Ma i più simpatici e giocherelloni sono le stenelle striate (Stenella coeruleoalba), che in branchi numerosi, anche di centinaia di esemplari, come vedono la barca, le si fanno incontro e si mettono a gareggiare con essa e a fare salti spettacolari. 
Tursiope
A volte, se ci sono i cuccioli, si comportano con più timidezza. Ma sono sempre un bell’incontro.Anche i grampi (Grampus grisou) sono cetacei socievoli e si lasciano volentieri avvicinare, mentre il globicefalo (Globicephalus melas) è in genere più riservato. Non mancano le specie pelagiche come la tartaruga marina comune (Caretta caretta), il timido pesce luna (Mola mola), la manta mediterranea, col caratteristico collare scuro dietro le “corna”, il tonno rosso (Thunnus thynnus) e qualche volta la verdesca (Prionace glauca), affusolato squalo d’alto mare.È dal 2009 che il DIPNET ha formato un gruppo di ricerca (Renata Manconi, responsabile scientifico, e Luca Bittau, coordinatore della ricerca) col compito di monitorare la presenza nelle acque sarde di cetacei e pesci pelagici. È importante al riguardo la raccolta di dati foto-identificativi, per cui, da particolari segni sul dorso e sulle pinne, si può riconoscere un esemplare avvistato altrove o anche in zona.        Dall’esperienza triennale emerge che questo tratto di mare, nella Sardegna nord-orientale, è uno dei più frequentati dai cetacei, di tutto il Mediterraneo. 
Manta
L’area di studio pelagica, oggetto della ricerca, è inoltre candidata a diventare una ASPIM di mare aperto (Area Specialmente Protetta di Importanza Mediterranea) ed inclusa nella recente ZPE (Zona di Protezione Ecologica) recentemente istituita con D.P.R. del 27 ottobre 2011, n. 209, che ha tra gli obiettivi primari la protezione della biodiversità e degli ecosistemi marini, con particolare riferimento alla protezione dei mammiferi marini.
Stenelle
Il progetto nato in collaborazione del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena e il Parco Marino Internazionale delle Bocche di Bonifacio ha lo scopo di:
(a) studio della diversità, presenza, abbondanza e uso dell’habitat da parte dei cetacei pelagici in un’area off shore al largo della costa nord orientale della Sardegna dove sono presenti canyon e rilievi sommersi, ritenuta essere un hot spot di cetacei;
(b) studio delle Bocche di Bonifacio e delle aree contigue per verificare se costituiscono zona di transito di cetacei pelagici durante i loro spostamenti attraverso il Mar Mediterraneo
 o eventuale area di alimentazione nel tardo inverno-primavera;
(c) studio delle relazioni tra le caratteristiche fisio-oceanografiche (clorofilla, correnti e batimetria) e la presenza e distribuzione di cetacei; 
(d) focalizzazione su specie di cetacei rare ed elusive, quale Ziphius cavirostris, della quale l’area pelagica, oggetto di studio, è ritenuta essere un habitat favorevole;
(e) contributo per la realizzazione di piani futuri di gestione e conservazione dei cetacei pelagici e delle aree d'interesse per gli stessi, anche in relazione alle minacce e ai disturbi antropici presenti.
Tali attività, in ultima analisi, sono mirate sia alla conservazione e protezione dell’habitat (proposta di riserva off shore) sia dello sviluppo di un turismo sostenibile e del suo indotto. 
Caretta caretta

Le opportunità di studio e formazione in corso hanno consentito ai giovani del gruppo di ricerca di acquisire capacità e conoscenze spendibili sia nel campo del monitoraggio dei mammiferi marini, che nel settore applicativo del whale watching, attività che nel mondo ha un notevole valore economico e che può svolgere un ruolo di volano per lo sviluppo di attività mirate sia alla conservazione e protezione dell’habitat marino che alla promozione del turismo sostenibile e del suo indotto.
Testo e fotografie (eccezionali) di Paolo Curto


Per chi voglia approfondire l’argomento
Dipartimento di scienze della natura e del territorio, Università di Sassari
Via Muroni, 25 – 07100 Sassari (Italy) tel. 0039079228629 
renata.manconi@uniss.it; lukebit@inwind.it 

mercoledì 3 luglio 2013

Un futuro Green per l’Italia. Bisogna esserne convinti

La notizia non ha avuto un grande risalto sulla stampa nazionale, tantomeno in TV. Eppure quello che si è tenuto una settimana fa a Roma all’auditorium del MAXXI è stato il battesimo in piena regola di un nuovo movimento politico. Il neo-nato si chiama Green Italia: nelle intenzioni dei suoi promotori è un movimento che vuole l’ecologia nel cuore della politica con un progetto fondato sull’idea di un “green new deal”, un nuovo corso per guarire l’Italia dalla sua “depressione”. 
Fabio Granata

Con i Verdi sostanzialmente ai margini della scena politica visti gli insignificanti risultati elettorali, il Movimento 5 Stelle che ancora non esprime le sue potenzialità sul versante ambientalista, il PD e SEL che di fatto non hanno tra le proprie priorità i temi dell’essere green, “l'Italia non può rimanere l’unico grande Paese europeo dove non c’è nessuna forza politica che metta l’ambiente al centro del suo programma e della sua identità”. Con la convinzione che esista uno spazio‚ da riempire di contenuti “green”, si sono dati appuntamento ecologisti, politici bipartisan di diversa provenienza, associazioni e imprenditori. Folto e di qualità il gruppo dei promotori, tra gli altri, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante (già parlamentari del Pd), la presidente dei Verdi europei Monica Frassoni, esponenti politici provenienti dalla destra come Fabio Granata, il presidente dei Verdi italiani Angelo Bonelli, Anna Donati già parlamentare verde e dirigente del Wwf, Francesco Fiore tra gli animatori del progetto civico “Padova 20/20” e Giuseppe Gamba presidente di “Azzero CO2“. 
Angelo Bonelli
Il comitato promotore avrà prima di tutto il compito di raccogliere idee e contribuiti per elaborare statuto e programma da presentare all’assemblea costituente fissata entro la fine dell’anno. Dovrà nascere un soggetto politico, leggero e innovativo, ma deciso a pesare nelle prossime competizioni elettorali a partire dalle europee del luglio 2014 o alle politiche se la situazione dovesse precipitare prima.
“Una sorta di partito della bellezza, della green economy, ma anche un partito dell’identità nazionale – ha affermato nel suo intervento Fabio Granata – declinata secondo quei valori e in base a quel patrimonio materiale e immateriale che essendo non riproducibile è l’unica chances che l’Italia ha per il futuro.”
Occorre dare una risposta alla celebre invettiva lanciata nel 1776 nel suo Viaggio in Italia da Alphonse de Sade quando si trovò davanti alle rovine di Pompei: “Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?”
Eppure il marchio Italia è il primo tra i sogni dei visitatori stranieri, primo nella tabella del patrimonio culturale, ma nella graduatoria della competitività turistica siamo al 26° posto. Non basta avere il Colosseo o Segesta, il Satiro Danzante o i bronzi di Riace, se non si garantiscono trasporti, una rete Web alla pari con gli altri paesi, alberghi e ristoranti decorosi, sicurezza. Dal 2001 ad oggi, gli investimenti sulla cultura sono calati dal 39% al 19% del nostro Pil.
Sebastiano Tusa
A partire da questa denuncia è la relazione, dai forti contenuti polemici, presentata da Sebastiano Tusa, direttore della Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali del Mare della Regione Siciliana che volentieri riportiamo per intero. Nei suoi contenuti si legge chiaramente cosa significa per un Soprintendente, che vive dentro l’Istituzione Pubblica, una corretta gestione del nostro patrimonio culturale. E non solo.

Tra i consueti ritornelli della politica vi è quello ormai lungamente ripetuto che ripone nei beni culturali, nella cultura, nel paesaggio e nell’ambiente le basi dello sviluppo futuro della fase postindustriale del nostro Paese. Ritornello ampiamente ripetuto da tutti, ma praticato da nessuno salvo qualche rare eccezioni. Lo dimostrano le cifre poste in bilancio per tali settori e la scarsa attenzione politica che ha comportato assenza di pianificazione, formazione e innovazione. Eppure il settore è veramente vitale per il futuro della nostra economia disastrata. Il settore in questione rappresenta, infatti, una fonte inesauribile di attrattività per il turismo interno ed internazionale e, quindi, di economia a tutti i livelli.
Siamo di fronte ad un patrimonio inestimabile che per essere tale deve essere adeguatamente custodito, curato e valorizzato non soltanto per le potenzialità enormi che ha per lo sviluppo economico della nostra regione, ma anche per il valore che esso rappresenta per la dignità e l'identità di un popolo.
Agrigento, Tempio della Concordia
Un patrimonio che non si difende promulgando continui condoni edilizi!
Tanto è stato fatto in questo settore soprattuto negli ultimi decenni del millennio scorso. Da qualche anno assistiamo ad una controtendenza che relega il settore della cultura agli ultimi posti dell'agenda della politica. Gli investimenti sono diminuiti ed addirittura azzerati in taluni settori. Non vi è alcuna politica di reclutamento professionale. L’unico afflusso di personale è stato quello prodotto in seguito  alle varie immissioni di personale non qualificato o diversamente qualificato proveniente da enti e imprese estinte o fallite che l’amministrazione pubblica ha accolto a vario titolo. 
L’omologazione dei ruoli in seguito all'introduzione della ben nota “riforma della pubblica amministrazione” ha annullato l'identità professionale del precedente ruolo tecnico dei beni culturali aumentando la burocratizzazione del settore a scapito dei contenuti tecnico-professionali.
A questa oggettiva deriva verso la eccessiva burocratizzazione del settore che snatura l’originale e prestigioso carattere culturale che le soprintendenze ed i musei avevano si aggiunge una volontà precisa della politica e dei vertici amministrativo-burocratici a relegare i suddetti istituti a meri uffici amministrativi dal forte carattere di addomesticato “permessificio”. 
I centri decisionali nel settore dei BB CC non sono più gestiti dai tecnici, bensì da quadri indicati per logiche di appartenenza e non per merito. Le decisioni tecniche inerenti la tutela e la conservazione dei beni culturali che, per legge, sono di competenza dei curatori dei musei e delle soprintendenze, sono oggi espropriate e detenute illegittimamente dai vertici politici e burocratici. Gli spazi d’azione dei tecnici sono stati quasi del tutto annullati. 
Museo Agrigento: efebo
In quest’ottica di snaturamento del patrimonio culturale si è inserita la politica del commissariamento che ha prodotto effetti disastrosi per il nostro patrimonio e per le nostre tasche (Pompei docet). 
La conseguenza è la  desolante situazione in cui versano musei e zone archeologiche pressoché prive del tutto di alcunché si avvicini ai moderni sistemi di comunicazione culturale presenti ormai diffusamente nel mondo. Il nostro sistema museale è vecchio, obsoleto e risulta spesso noioso e non attraente. 
Il sistema si regge su quanti (tanti) nel settore operano con passione,  professionalità e grande spirito di servizio, a tutti i livelli, ovviando alle carenze dell’Amministrazione:
Bisogna operare nel segno della valorizzazione delle risorse umane esistenti che sono tante e professionalmente valide ma attualmente sottovalutate e spesso mortificate da irrituali ed illegittime marginalizzazione verticistiche che nulla hanno di professionale ma sono dettate da interessi clientelari e meramente politico-elettoralistici. Bisogna dare lavoro ai tanti laureati del settore che oggi trovano sempre più spesso occupazione all'estero.
Siracusa, duomo di Ortigia
La corretta gestione del patrimonio culturale si collega strettamente ad una altrettanto valida, corretta ed equilibrata gestione del territorio. Le attuali misure di incentivazione in agricoltura favoriscono solo parzialmente lo sviluppo di un’agricoltura ecocompatibile da un lato e una valida gestione sia morfologica che estetica del paesaggio agricolo. Ho visto piangere i contadini panteschi di fronte alle vendemmie bianche. È necessario che all’Italia dai mille campanili dove ogni angolo trasuda cultura e storia si associ un territorio dove le colture tradizionali siano modernizzate non nel senso dello smantellamento degli originali sistemi di organizzazione topografica e dei cultivar identitari, ma agevolando i sistemi di trasformazione del prodotto biocompatibili, di commercializzazione e collegamento con il variegato mondo del consumo, il tutto basato su bassi ed alternativi consumi energetici.
Bisogna uscire dalla logica purtroppo ancora in vita che le grandi opere che sconvolgono il territorio siano opportune per modernizzare il paese e rilanciare l’economia. Quelle risorse ingenti per le grandi opere darebbero più risultati anche in occupazione se investiti nella corretta gestione del territorio basata sulla incentivazione delle colture tradizionali che da sole un tempo bastavano per evitare frane, alluvioni e disastri ambientali. Darebbero più risultati se rivolte al mantenimento dell'ingente patrimonio culturale monumentale, artistico ed archeologico che non solo produce nuova occupazione, reddito nel campo del turismo culturale, ma anche sviluppo delle piccole e medie imprese nel settore del restauro e conservazione, grande patrimonio di tecnologie e conoscenze che l’Italia ha tutti i numeri per esportare nel mondo intero.   
Per concludere perché aderire all’appello di GreenItalia.  Affinchè al di là delle tradizionali ed ormai superate logiche di appartenenza politica si possa creare in Italia una nuova forza politica che metta in primo piano i veri temi dello sviluppo del nostro paese. 
Che dia ascolto e risonanza a tutte quelle ecocellule costituite da tanti cittadini desiderosi di cibo sano, di aria respirabile e di un ambiente incontaminato dai veleni.
Sebastiano Tusa

Quindi l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio culturale e l’agricoltura non come valori estetizzanti di un mondo che fu, ma come reale base per un’economia realmente verde/bruno dove il verde sia anche economia basata sullo sviluppo della cosiddetta green economy ed il colore bruno sta per storia, cultura e lavoro millenario dell'uomo che ha saputo gestire con sapienza ed equilibrio il nostro paese che tutti vogliamo ritorni ad essere il bel paese. 
Questo è, per me, il futuro di Green Italia.
Sebastiano Tusa

Le fotografie “siciliane” sono per gentile concessione di Roberto Soldatini.