venerdì 31 maggio 2013

La bellezza... è importante la bellezza... da quella scende giù tutto il resto

Paesaggio del Vallo della Lucania
Il diritto alla bellezza e la tutela del paesaggio costituiscono il risultato di un’identità millenaria e riconosciuta nella nostra Costituzione, che all’articolo 9 afferma: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. 
La bellezza è una categoria dell’anima e riguarda la qualità delle cose percepite. L’Italia deve riappropriarsi di questa identità che le spetta.
Con questa premessa per la prima volta sul nostro blog affrontiamo l’attualissimo tema della Bellezza e del Paesaggio. E lo facciamo approfittando della disponibilità a collaborare del nostro grande amico Domenico Nicoletti, segretario generale dell’Osservatorio europeo del Paesaggio. Architetto e giornalista, Mimì, così lo chiamano gli amici, cilentano doc, è nato e vive con la sua famiglia a Vallo della Lucania. 
Copertina libro di G. Indelli
Si occupa della gestione del paesaggio e con la sua laurea in Scienze Ambientali è docente nell’Università di Salerno di  “Gestione e Salvaguardia delle Aree Protette”. 
È anche Presidente del Club Unesco Elea. Negli anni ’90 ha ottenuto il riconoscimento del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo dei Diano (di cui era il Direttore) con le emergenze archeologiche di Paestum, Velia e della Certosa di Padula nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, e nella rete delle Riserve della Biosfera dell’UNESCO.



Quello che segue è il primo intervento di Nicoletti (nella foto a destra), che ringraziamo per la sua collaborazione.

“La bellezza, è importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto” 
Definire cos’è la Bellezza è sempre una impresa difficile, disputa di filosofi e di critici da Platone a Zecchi. I greci l’avevano inventata perchè erano consapevoli della tragicità del vivere come aiuto a rendere sopportabile la vita. Questo è confermato anche dal mito della nascita di Venere, dea della bellezza, la quale nacque dalla schiuma del mare, prodottasi dall’evirazione di Urano da parte di Chrono.  Dunque la bellezza è “Qualcosa che per quanto vicina sia, mantiene sempre una lontananza“ (Walter Benjamin). 
Sicuramente uno dei più bei dialoghi sulla “bellezza” e quello tra Giovanni e Peppino Impastato nel film “I cento passi” :

Uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell'uomo...e invece non è così. In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere: fanno ‘ste case schifose con le finestre in alluminio e i muri di mattoni finti… I balconcini, la gente ci va a abitare e ci mette le tendine, i gerani, la televisione e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima, non ci vuole niente a distruggere la bellezza.”.
E ancora di più quando disvela l’essenza della bellezza e il suo valore universale: “E allora... allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e 'sctè fessarie, bisognerebbe ricordare alla gente che cos'è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla.
La bellezza... è importante la bellezza... da quella scende giù tutto il resto
”.
Ma anche le parole di una scrittrice contemporanea con Susanna Tamaro che afferma «La bellezza potrà cambiare il mondo, soltanto se gli uomini riusciranno di nuovo a percepirla e a gioire della sua gratuità. Ma per riuscire a farlo, bisogna compiere il lungo cammino che trasforma il cuore di pietra in cuore di carne. Quel cammino che permette alle orecchie di ascoltare, al cuore di sentire, di respingere il rumore e accogliere il silenzio. Di fare vuoto dentro di sé e intorno a sé per immaginarsi diversi, non più automi, ma figli», « Creature», dice la Tamaro, «capaci di scegliere e di vivere nella luce della responsabilità».
Marina di Camerota
In questi due approcci si comprende la necessità di un percorso  di consapevolezza e potenza del valore di questa qualità dell’anima,  concetti che oltre ad essere acquisiti e sostenuti devono rientrare in quella sfera complessa e articolata delle nostra responsabilità nei nostri confronti e verso gli altri.
La bellezza è una qualità delle cose percepite he suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell'universo osservato, che si sente istantaneamente durante l'esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale”.
Nel suo senso più profondo, la bellezza genera un senso di riflessione benevola sul significato della propria esistenza dentro il mondo naturale, e può diventare progetto di vita e politico.
Si sta molto dibattendo in Italia su questi valori e in sintonia con la “Bellezza”, sul nuovo approccio al “Paesaggio” come “una parte del territorio così come essa è percepita dalle popolazioni, il cui aspetto può essere determinato da influssi naturali, seminaturali e antropici”. La percezione è il prendere coscienza di una sensazione, il processo psichico mediante il quale possiamo ricevere e interpretare ciò che viene comunicato dai nostri sensi.
Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano 
Come per il Paesaggio, la Bellezza appartengono all’ambito dello spazio entro il quale cerchiamo sempre più frequentemente occasioni per immergerci, dove si percepisce un forte senso di appartenenza dell’uomo all’ambiente in cui vive. Emerge quindi un nuovo modo di concepire la responsabilità e la tutela che fa emergere il legame profondo tra i luoghi e chi li abita e, abitandoli, li costruisce e trasforma giorno per giorno, in un rapporto di sintonia e rispetto, che porta ogni abitante a svolgere un ruolo attivo di protezione e valorizzazione di ciò a cui riconosce un valore che gli appartiene.
Domenico Nicoletti

“Il nostro petrolio è la bellezza
La bellezza ci fa pensare alto
E noi la buttiamo via come se fosse danaro

dentro tasche bucate
La bellezza grida i suoi dolori in modo silenzioso.

Bisogna curare le orecchie di chi comanda
Perché riescano a sentirla
La bellezza è il nutrimento della mente
La bellezza in Italia puoi anche incontrarla per strada

e ti riempie subito di stupore
Ma nei piccoli mondi c’è tanta bellezza che sta morendo.
Se noi la salviamo, salviamo noi”.
Tonino Guerra

[…] Ma l’unico Boom che ci potrà salvare
è solo il Boom
il Boom della bellezza …
E la gente sarà felice perché? avrà qualcosa da amare
qualcosa che è dentro il proprio DNA… la bellezza.
La bellezza di un’Italia unita, dell’ambiente,
di come sono fatte le case, la bellezza della gente che si
incontra nelle piazze,
nei bar, nei piccoli negozi.
La bellezza delle cose fatte a misura d’uomo dove la
corruzione
e la violenza non possono attecchire, perché sarebbero
troppo esposte.
Brano tratto dalla canzone Il Mutuo di Adriano Celentano 

Peppino Impastato
I cento passi è un film del 2000 diretto da Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e all'omicidio di Peppino Impastato, impegnato nella lotta alla mafia nella sua terra, la Sicilia.
Cento sono i passi che occorre fare a Cinisi per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso Tano Badalamenti.
Peppino Impastato muore nel 1978, nel giorno del delitto Mooro . Oscurati dalla tragedia nazionale in atto in quei giorni, la sua storia e la sua tragica fine restarono ignoti alla massa per più di vent'anni, sino all'uscita del film.





lunedì 27 maggio 2013

Dimmi cosa mangi e ti farò l'impronta idrica. Un mare d’acqua nel nostro cibo.

In un mondo di risorse limitate porsi degli interrogativi riguardo i nostri stili di vita e i nostri consumi è non solo auspicabile, ma anche necessario. L’Italia è il terzo paese Importatore netto di acqua virtualeal mondo. Cosa significa? Perché è importante parlare di acqua e cibo? Per produrre un chilogrammo di caffè tostato sono necessari 18900 litri d’acqua, 15400 per un chilo di carne di manzo, per la pasta secca circa 1.924 litr. Poco minore è l’impronta idrica di una pizza da 725 grammi: 1.216 litri. Con acqua virtuale” si intende proprio questo: il quantitativo di acqua necessario a produrre cibi, beni e servizi che consumiamo quotidianamente. Applicando questo concetto, scopriremo che consumiamo molta più acqua di quella che vediamo effettivamente "scorrere" sotto i nostri occhi. Non riusciamo a percepirla come tale semplicemente perché è acqua che letteralmente “mangiamo”, contenuta in maniera invisibile nel cibo che consumiamo e che proviene da ogni parte del mondo. Il saggio  L’acqua che mangiamo, cos’è l’acqua virtuale e come la consumiamospiega, con un approccio multidisciplinare, la problematica idrica e le sue implicazioni economiche, sociali e politiche. È il risultato della ricerca svolta da Marta Antonelli e Francesca Greco, due giovani dottorande del professor Tony Alland presso il King’s College di Londra, e fanno parte del London Water Research Group. Il messaggio di questo lavoro è per chi vuole agire idealmente da ponte tra chi svolge ricerca accademica e scientifica e chi si interessa alle grandi questioni della sostenibilità ambientale. Offre molteplici chiavi di lettura attraverso il lavoro dei più grandi esperti italiani e mondiali. Tra questi segnaliamo, per la prima volta pubblicati in Italia, i contributi di Tony Allan, ideatore del concetto di “acqua virtuale” e vincitore dello Stockholm Water Prize 2008, e di Arjen Hoekstra, che ha elaborato il concetto di “impronta idrica” e fondato il Water Footprint Network.
“Nel cibo che mangiamo c’è una mare di acqua virtuale, spiegano le due dottorande, o racchiusa in un hamburger o bevuta in una tazzina di caffè. L’acqua che usiamo ogni giorno per uso domestico, quella che vediamo scorrere dai rubinetti è pari a 157 litri. Ne mangiamo invece 3500, il 90 per cento dell’acqua che usiamo è nascosta dietro al cibo. “In Italia c’è un buco informativo profondissimo, affermano le giovani curatrici del libro, all’estero si parla di acqua virtuale da una quindicina d’anni, lo sanno le casalinghe che fanno la spesa, e soprattutto le multinazionali che lavorano per abbattere gli sprechi nei processi produttivi. Nei paese nordici hanno mappato i loro cibi per spiegare quanta acqua c’è nel boccone che ingeriscono. L’acqua virtuale non è visibile, ma la cena tipo di un vegetariano vale 1500 litri d’acqua mentre quella di chi mangia carne vale ben oltre il doppio, 4100 litri, soprattutto se si tratta di carne rossa proveniente da animali allevati. Riappropriarsi del valore dell’acqua è l’unico modo per porre rimedio al costante aumento demografico e all’aumento della crisi idrica, si migliora facendone un uso consapevole, perché non tutta l’acqua è uguale.
È opportuno utilizzare soprattutto l’acqua “verde”, quella da fonte piovana e quella “blu” rinnovabile, da laghi, fiumi, falde. Con la politica si può gestire l’acqua pubblica, quella poi utilizzata nelle nostre case, sforzi maggiori però vanno fatti dalle multinazionali che dovrebbero aggiungere sulle etichette dei loro prodotti l’impronta idrica oltre alla quantità di grassi e proteine. Alcune aziende italiane come la Barilla per la pasta e la Mutti per le conserve di pomodoro lo stanno già facendo come è descritto nell’ultimo capitolo del saggio dedicato a come si è calcolata l’acqua virtuale proprio nelle produzione della pasta Barilla, delle conserve Mutti, di una bottiglia di vino e dei prodotti alimentari a marchio DOP, DOC e DOCG.
La sfida sta nel migliorare la qualità dell’acqua che consumiamo, perché mangiando l’acqua di altri rischiamo di creare povertà senza saperlo.”
Il concetto di “acqua” virtuale, alla base dell’elaborazione della cosìddetta “impronta idrica” è stato introdotto nel 2003 in analogia con quello di “impronta ecologica” sviluppato a metà degli anni ’90. L’impronta idrica di un individuo,, di una comunità o di una azienda è definita come il volume totale di acqua utilizzata per produrre beni e servizi. L’Italia ha un’impronta idrica del consumo pro capite annuo pari a 2330 metri cubi, contro una media di 1240 metri cubi ed è il terzo paese importatore netto di acqua virtuale al mondo dopo il Giappone e Messico.
“L’Acqua che mangiamo” viene pubblicato in occasione dell’anno internazionale 2013 dedicato alla Water Cooperation, importante appuntamento se si pensa che molte nazioni non potranno mai diventare autosufficienti nella produzione del proprio fabbisogno alimentare. Soltanto con la cooperazione internazionale si potranno raggiungere soddisfacenti obiettivi di sicurezza idrica, e quindi alimentare.

Anche pensando ai paradossi del cibo: 36 milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di cibo, mentre 29 ne muoiono per eccesso, per problemi legati all’obesità. 148 milioni sono i bambini denutriti e 155 quelli in sovrappeso. Un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e altrettante sono sotto alimentate, mentre ci sono tre miliardi di bestiame da allevamento responsabili del 50 per cento delle emissioni di CO2 legate all’agricoltura. Un terzo della produzione globale di cibo serve per alimentare il bestiame e il loro fabbisogno di acqua cresce a ritmi vertiginosi ogni anno.

venerdì 24 maggio 2013

Un mondo di insetti ci salverà. Prepariamoci a riceverli e a non aver paura di loro

Crostino con scorpione saltato in padella
Una nuova moda, un modo di vivere che fa tendenza, insomma stili di vita che si affermano negli States, normalmente dopo un anno, più o meno, arrivano anche nel vecchio continente e quindi anche da noi. Prepariamoci allora a vedere a breve anche nella patria della dieta mediterranea e della pizza, ristoranti che avranno nei loro menu gustosi piatti a base di insetti. Un primo esempio ce lo dà un ristorante californiano, il Thjphoon di Santa Monica, che presenta un menù tipico di tanti paesi asiatici. 
Tra le sue specialità ha inserito larve, scorpioni, grilli saltati in padella e formiche fritte. Gli scorpioni saltati in padella e serviti su crostini con gamberetti, specialità di Singapore, rappresentano una vera e propria sfida culinaria di grande successo. I grilli fritti sostituiscono alla grande le patatine, paragonabili nel gusto addirittura ai gamberetti. La cucina con gli insetti è sicuramente una dieta ricca di proteine. 
Già oggi sono oltre duemila le specie commestibili e raccomandate anche dalla FAO: una dieta a base di cavallette, cicale, grilli e formiche contiene gli stessi valori proteici e minerali della carne di allevamento e garantisce una nutrizione oltretutto più sostenibile.
Il tema dell’impatto che hanno gli allevamenti industriali di bestiame e lo sfruttamento delle terre coltivabili con l’uso intensivo di monocolture e conseguentemente sulla possibilità o meno di nutrire il mondo è sottolineato dal direttore esecutivo dell’International Water Institute di Stoccolma, che recentemente ha dichiarato “Gli animali vengono nutriti a cereali, e anche quelli allevati a pascolo richiedono molta più acqua rispetto alla produzione diretta di grano per il consumo umano. Ma nei paesi sviluppati, e in parte in quelli in via di sviluppo, i consumatori richiedono ancora più carne [...]. Ma sarà quasi impossibile nutrire le future generazioni con una dieta sul genere di quella che oggi seguiamo in Europa occidentale e nel Nord America”.
Le organizzazioni internazionali, vedi l’OMS e la FAO, sono sempre di più preoccupate per l’impatto che hanno gli allevamenti industriali di bestiame e lo sfruttamento delle terre coltivabili con l’uso intensivo di monocolture e conseguentemente sulla possibilità o meno di nutrire il mondo. La popolazione mondiale avviata a toccare i nove miliardi di persone nel 2050, e si calcola che già entro il 2025 oltre il 60% vivrà in condizioni di carenza idrica. È il settore zootecnico che contribuisce significativamente al consumo di acqua principalmente allo scopo di irrigare i campi coltivati per produrre mangimi. Per ottenere 1 kg di manzo servono 15 mila litri d'acqua! Per 1 kg di pollo, 3.500 litri, mentre per la produzione di cereali di acqua ne serve di meno, 3400 litri per il riso, 2 mila per la soia, 1400 per il grano, 900 per il mais, 500 per le patate…
Ma quello dell’allevamento degli animali risulta anche tra i primi responsabili dei numerosi cambiamenti ambientali che negli ultimi decenni si stanno registrando sia a livello locale che globale. La domanda di prodotti d’allevamento è in aumento, a causa della crescita demografica e dei cambiamenti nelle preferenze alimentari: le previsioni, infatti, parlano di una produzione di carne e latte raddoppiata dal 2000 al 2050. Per la salute dell’ambiente questo rappresenta un pericolo, perché comporterà un ulteriore peggioramento delle condizioni ambientali con conseguenti profonde implicazioni nella produzione di alimenti. Già oggi ci sono 1 miliardo di persone cronicamente affamate in tutto il mondo, è evidente che va rivalutato quello che mangiamo e trovare nuovi modi di produrre cibo.
È quello che decine di ricercatori, agronomi e entomologi, stanno studiando da tempo, il risultato di questo lavoro è stato oggetto di una conferenza organizzata il mese scorso a Roma dalla FAO con la presentazione  del rapporto “Edible insects. Future prospects for food and feed security”. Il messaggio è chiaro: il cibo ideale del futuro per salvare il nostro ecosistema è rappresentato dagli insetti, anche se la scienza che studia gli insetti commestibili è ancora in una fase relativamente pionieristica, sono sempre stati una parte della dieta umana, ma nel mondo occidentale è forte il disgusto per il loro consumo. Sebbene la maggioranza insetti usati nell’alimentazione sono raccolti in habitat forestali, in molti paesi si stanno sviluppando sistemi di allevamenti intensivi. Gli insetti offrono una significativa opportunità di fondere le conoscenze tradizionali e la scienza moderna per migliorare la sicurezza alimentare in tutto il mondo.
L’argomento copre un vasta gamma di aree tematiche, dalla conservazione degli habitat all’ecologia, dall’allevamento artificiale di particolari specie, alla manipolazione nei prodotti alimentari e nei mangimi, e per finire alla commercializzazione, con i problemi legati all’etichettatura e alla tracciabilità  di alimenti e mangimi a base di insetti.
Il rapporto, presentando numerosi casi di studio ed esempi, descrive il contributo dato degli insetti alla sicurezza alimentare ed esamina le prospettive future per la loro diffusione commerciale e per diversificare le diete e sottolinea la necessità di sviluppare un quadro normativo per la disciplina della sicurezza alimentare. In conclusione sottolinea come gli insetti commestibili siano una promettente alternativa alla produzione convenzionale di carne, sia per il consumo diretto che per l'uso indiretto come materia prima per ottenere mangimi. Per realizzare pienamente l’enorme potenzialità offerta dai miliardi di insetti che popolano la terra, “il mondo è popolato da insetti più che dagli umani”, molto lavoro deve essere fatto. Queste ricerche e gli studi sicuramente aumenteranno la consapevolezza nel comprendere la molteplicità degli importanti e fondamentali ruoli che gli insetti hanno nel sostenere la natura e di conseguenza la vita umana.
Le fotografie sono tratte dal rapporto FAO Edible insects. Future prospects for food and feed security










martedì 14 maggio 2013

Storia del mondo dei semafori e delle telecomunicazioni della Marina Militare


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Alfa, alfa – zulu, zulu” non si tratta del ritmo di una misteriosa danza africana, ma di una segnalazione del codice internazionale dei segnali. “Alfa, alfa” è il segnale che viene dato ad una nave in avvicinamento “ Nave sconosciuta, identificatevi”; mentre la segnalazione in codice “Zulu, Zulu” sta ad indicare la chiamata al semaforo da una nave mercantile che vuole farsi identificare “Ho traffico per voi”.
Se non fosse per il libro dell’Ammiraglio Salvatore Grillo – presentato sulla Nave Scuola Giorgio Cini della GdF durante lo Yacht Med Festival di Gaeta – “Alfa, alfa – zulu, zulu, il Semaforo, per una storia delle telecomunicazioni della Marina Militare”, una profana come me, non addetta ai lavori, non avrebbe saputo nulla del mondo dei semafori e delle telecomunicazioni della Marina Militare, mettendo nello stesso calderone torri saraceni, fari, e semafori. Grillo, ripercorrendo le tappe della propria carriera, descrive la storia conclusa del mondo delle stazioni semaforiche  e delle comunicazioni classiche, sostituito oramai dalle nuove tecnologie. Il libro è stato concepito e realizzato proprio con l’intenzione di non fare dimenticare quello che è stato “il mondo, per molti aspetti fantastico, delle telecomunicazioni della Marina Militare” del quale l’autore è “onorato di aver potuto fare attivamente parte nella sua quarantennale carriera”.
Ad un primo approccio, il libro potrebbe apparire arido e di scarso interesse. In realtà, l’Ammiraglio con un sapiente dosaggio di informazioni storiche e tecniche, vicende di vita quotidiana, riflessioni personali e storie di uomini, riesce a farci penetrare nella storia della telegrafia (dal greco scrittura a distanza) che si perde nella notte dei tempi. Fino al XVII secolo i sistemi usati erano ottici e acustici, andavano dal fuoco durante la notte, o dal fumo o specchi riflettenti di giorno. 

A ds. L’Ammiraglio Salvatore Grillo mostra il primo volume – Ottico – un’edizione storica del 1931, del Codice Internazionale dei Segnali.

La velocità della trasmissione delle notizie era, quindi, molto lenta. Un gran balzo in avanti fu fatto nel XVII secolo con il “telegrafo ottico” ideato dal francese Claude Chappe, con il quale si potevano trasmettere ben 8500 parole. L’invenzione della corrente elettrica, della pila di Alessandro Volta  e gli studi di André Marie Ampère rivoluzionarono l’antico sistema della telegrafia. A Samuel Morse si deve la realizzazione del telegrafo elettrico su filo che costituì un ulteriore progresso. Gli studi sul comportamento delle onde elettromagnetiche portarono alla propagazione dei segnali elettromagnetici attraverso l’etere (telegrafia senza fili), fino alla geniale invenzione di Guglielmo Marconi che riuscì ad inviare segnali radioelettrici a distanze notevoli rivoluzionando  totalmente la tecnica della trasmissione a distanza. 
Salvatore Grillo e Monica Ardemagni
Oggigiorno non ci rendiamo conto dell’importanza di tali segnalazioni non solo per motivi militari, commerciali, di navigazione, ma di assistenza medica. Quante vite umane sono state salvate grazie all’introduzione nel Codice Internazionale dei Segnali di un capitolo medico, comprensibile in tutte le lingue.
Le tappe della carriera professionale si alternano con episodi di vita che mettono in risalto l’umanità di Salvatore Grillo. Si descrivono i primi anni di addestramento e di formazione professionale per la carriera del “semaforista”, la rigida disciplina, il rancio, le libere uscite, le esercitazioni, lo studio e tutto l’impegno necessario per raggiungere la meta finale. Non mancano episodi divertenti, riflessioni, ricordi, descrizioni di paesaggi incantevoli. L’autore apprezza la vita in tutte le sue manifestazioni: gli sconfinati paesaggi marini, la semplicità delle trattorie di Ischia,  la famiglia che è parte fondamentale del suo essere. Non c’è solo il militare, ma l’essere umano con i suoi affetti (tenerissime le parole che rivolge alla moglie Paola e alle figlie Angela e Valeria), il suo entusiasmo e la fede nei suoi ideali. Dalle righe traspare forte il senso del servizio, della Patria, valori quasi scomparsi fra i giovani che sembrano privi di motivazioni e di fiducia nel futuro. Questa constatazione mi riempie di malinconia, realizzo come si è incattivito il mondo, quasi avesse perso la propria giovinezza. Salvatore Grillo, attraverso una prosa semplice e diretta, riesce a comunicarci un senso di energia incredibile, l’energia di un uomo che sapeva dove arrivare e che ci è riuscito mediante l’impegno e il sacrificio.  

Monica Ardemagni

domenica 12 maggio 2013

Cozzecari imprenditori: un’eccellenza del mare nostrum

Ancora una corrispondenza di Roberto Soldatini, nostro collaboratore, dalla sua nuova residenza, il Borgo Marinari di Napoli dove ha ormeggiato il suo Denecia II. Questa volta ci parla di due grandi famiglie che gestiscono il porto di Santa Lucia e l’allevamento dei mitili, i cozzecari in dialetto napoletano.

A sn. Lo specchio d’acqua ad ovest del Borgo Marinari adibito alla mitilicoltura, in concessione alle due famiglie, che insieme a quello ad est, incornicia il Castel dell’Ovo. Da entrambi, quasi ogni mattina, da maggio a settembre le barche dei cozzecari prelevano filari di mitili e li trasportano sulla barca appoggio. A settembre, quando le cozze sono esaurite, si semina l’allevamento, con le cozze piccole che crescono da sole sui filari vuoti e con altre prese sugli scogli.
Si sbarcano a terra le cozze appena raccolte


Prima di partire per una nuova lunga rotta di cinque mesi, vi racconto ancora una volta di Napoli, la città dove ho deciso di svernare, anzi di trasferirmi, come avrete forse letto nel precedente articolo. 
Complice della mia decisione di restare qui è stata anche la gentilezza e l’amicizia con cui mi ha accolto la grande famiglia che gestisce i posti barca della Coop. Servizi Nautici S. Lucia al Borgo Marinari. Inoltre in nessuno degli oltre cento porti del Mediterraneo dove sono passato in undici mesi di navigazione mi è capitata una tale professionalità: ogni volta che un’imbarcazione entra in porto, in un batter d’occhio si ritrova due ormeggiatori sulla coperta, uno su una lancia di legno, un altro sul molo, e non bisogna più pensare a niente, fanno tutto loro. Meraviglia. 



A ds.  Le cozze allevate dagli Scognamillo e dai Presutto superano brillantemente tutti i test e hanno tutte le certificazioni necessarie, inoltre l’acqua del Golfo di Napoli risulta balneabile, infatti si vede molta gente fare il bagno sul lungomare, anche d'inverno...

A sn. Una grande famiglia; seduti sulla dritta della lancia il trio degli ormeggiatori, Fasano, Michele, Ciro, Carlo, sulla poppa Gennaro Presutto, sulla sinistra Carlo (con il genero) e Luciano Scognamillo, il cuore della Coop Servizi Nautici S.Lucia.

Sempre informati sulle previsioni del vento, aggiustano, rinforzano, spostano le cime d’ormeggio di tutte le barche in anticipo. Sono sempre presenti e disponibili, ventiquattr’ore al giorno, e c’è anche un servizio di telecamere che inquadra tutte le imbarcazioni, più per controllare gli ormeggi che eventuali furti, anche perché qui non se ne verificano mai, come mi raccontano Paolo e Francesca, due simpaticissimi romani che, innamoratisi come me di questo luogo, tengono qui la loro barca da dieci anni. Ma non è tutto. Gli Scognamillo non fanno solo questo. 

A ds. Uno dei due specchi d’acqua in concessione alla famiglia Scognamillo e alla famiglia Presutti, quello ad est di Castel dell’Ovo, prospiciente all’ingresso del porticciolo del Borgo Marinari, entrandovi bisogna prestare attenzione alle mede che delimitano l’allevamento. I filari sono ancorati al fondo con dei corpi morti (pesi di cemento) e vengono tenuti alla giusta distanza dalla superficie mediante delle boe di galleggiamento, che vengono aumentate o sostituite con l’aumentare del peso dei mitili.

La loro è una delle famiglie storiche di mitilicoltori del Borgo Marinari, cozzecari come si chiamano a Napoli, il papà Antonio lo è stato fino al 1973, quando a causa del colera vennero sequestrati e distrutti tutti i vivai di mitili. In realtà, come venne a galla da indagini successive, i mitili o l’igiene dei napoletani non c’entravano a niente, responsabile dell’epidemia fu infatti una partita di cozze provenienti dalla Tunisia. Cozze non allevate nel Golfo di Napoli che crearono l’ennesimo caso di stigmatizzazione di un Popolo straordinario che non trova pace all’ombra di un Paese marcio dalla testa ai piedi, ma che individua sempre nel sud il capro espiatorio dei suoi problemi.   



A sn. La barca appoggio ormeggiata al frangiflutti sulla quale vengono trasportati i filari di cozze all’interno del porticciolo del Borgo Marinari. Qui le cozze vengono messe in cassette di plastica color rosso, poi tramite una lancia di legno vengono trasportate fino al molo vicino al ristorante Transatlantico.

Perse le concessioni, il porticciolo si svuotò delle barche da pesca che servivano per trasportare le cozze dagli allevamenti fino alla terraferma, così arrivarono i famosi contrabbandieri di S.Lucia, inaugurando un periodo buio per il Borgo Marinari, che si degradò al punto di non essere più un posto raccomandabile per i turisti. 
 
A ds. La lancia ormeggiata al molo del ristorante Transatlantico e vicino alle banchine dove la famiglia Scognamillo gestisce i posti barca. Le casse vengono caricate tramite un nastro trasportatore sul camion che le porta direttamente al mercato.

Ciò durò fino a dopo il terremoto del 1980, quando i contrabbandieri furono sconfitti dalla Guardia di Finanza alla fine di una lunga lotta (altra storia molto interessante). Resisi di nuovo liberi i posti barca all’interno del porto, gli Scognamillo, insieme ai Presutto, chiesero e ottennero la concessione demaniale per attività da diporto: posti barca, charter, affitto di gozzi e motoscafi, intermediazione per la vendita di imbarcazioni. 

 A sn. Dal pozzetto di Denecia, stando ormeggiati alla Coop Servizi Nautici S.Lucia si può godere della vista del Vesuvio a dritta, del Castel dell’Ovo a poppa e del ristorante Transatlantico a sinistra, dove soprattutto il fine settimana si svolgono veri banchetti luculliani (è il caso di dirli, dal momento che la villa del console romano era proprio qui), che si possono anche gustare facendosi portare i piatti direttamente in barca.

Soltanto molto più tardi, nel 2001, quindi dopo quasi trent’anni dal disastro del colera causato dalle cozze tunisine, le due famiglie sono riuscite ad ottenere una nuova concessione per la mitilicoltura: 90.000 mq, suddivisi in due specchi d’acqua, ora segnalati sulle carte nautiche, uno ad est ed uno ad ovest del Castel dell’Ovo. Un duro lavoro che si somma quotidianamente a quello dei servizi nautici: a settembre si semina, da maggio a settembre il raccolto e la vendita al mercato, eccetto una parte di cozze che da qualche anno finisce direttamente nei piatti degli avventori del ristorante Transatlantico, rilevato dagli Scognamillo. 


A ds. Il Borgo Marinari visto entrando, dopo essersi lasciati l’allevamento di cozze a sinistra. Al centro il ristorante Transatlantico, d’angolo, e sulla sinistra tutti i posti barca offerti dalla Coop Servizi  Nautici S.Lucia.

Non poteva che andare così: oltre ad avere la migliore posizione del Borgo, perché si affaccia sul Golfo con vista Vesuvio, ha i tavolini che lambiscono i moli dei loro ormeggi. Pranzare nel pozzetto della propria barca-casa serviti dal ristorante difronte al quale si è ormeggiati non ha prezzo. 


A sn. La lancia che trasporta le cassette piene di cozze dalla barca appoggio al molo si allontana alla fine della giornata. L’allegria dei napoletani è contagiosa, e non si smorza neanche dopo ore di duro lavoro. C’è molto da imparare dalla loro filosofia di vita. E' ora d'imparare ad avere rispetto del sud. Capito nord?!


Successivamente, gli Scognamillo hanno ricavato un albergo dal piano sopra al ristorante, hanno rilevato qualche bar all’interno del Borgo Marinari e recentemente, nel 2010, l’impresa si è allargata ulteriormente con un cantiere nautico a Torre Annunziata: duemila mq coperti e duemila mq scoperti dove si fa rimessaggio e manutenzione specialmente alle imbarcazioni a vela perché è uno dei pochi cantieri nella zona a disporre di alaggio e varo sul mare. Le due famiglie, quella degli Scognamillo (Carlo, Franco, Luciano, Luigi e Rosario) e quella dei Presutto (Gennaro e Salvatore) hanno quindi settori diversi da seguire, anche se poi di fatto li vedi sempre uniti. Ciro, Fasano e Michele è il trio dei fantastici ormeggiatori alle dipendenze di Carlo e Luciano, ma sembrano fare parte anche loro di questa grande famiglia. 
In pochi anni gli Scognamillo hanno messo in piedi un’attività imprenditoriale che sfrutta le ricchezze del mare nostrum e dà lavoro a una cinquantina di persone, otto membri delle due famiglie, una ventina di dipendenti per il ristorante albergo, quattro per l’attività nautica, cinque per la mitilicoltura, cinque per i bar nel Borgo, quattro per il cantiere. Le istituzioni invece di incoraggiare, incrementare queste nostre eccellenze gli mettono sempre mille bastoni fra le ruote, come non concedere lavori per migliorare l’attività ed i servizi offerti, oppure aumentando il prelievo fiscale, che attualmente sta mettendo in difficoltà questa straordinaria famiglia di instancabili e volenterosi lavoratori. Com’era la storiella che quelli del nord lavorano per quelli del sud?...

Testo e fotografie di Roberto Soldatini



 

sabato 11 maggio 2013

Carlo Borlenghi e i suoi WaterColours. Ancora una volta ci stupisce

Carlo Borlengi e Giuia D’Angelo, alle loro spalle “Vento”
Carlo Borlenghi, “Carletto" come ama chiamarlo Giulia, è riuscito, tra l’America’s Cup a Napoli e la regata Pirelli di Santa Margherita Ligure, a deviare il suo trasferimento per fermarsi qualche ora a Gaeta.
Lo aspettavano quelli del Premio Internazionale per l’Editoria del Mare, gli hanno consegnato il riconoscimento nella sezione Fotografia “per la qualità della sua produzione fotografica e la capacità di cogliere l’ebbrezza della competizione velica mettendo in rilievo il gioco delle vele, gli spruzzi delle onde e la forza del vento che sferza la superficie del mare”.



A ds. nella foto: Gaeta, a bordo della Nave Scuola Giorgio Cini della GdF, Giulia con il Comandante Alessio Sannino, presenta il “trittico” WaterColours di C. Borlenghi.

A sn. Borlenghi riceve il premio (Pagine Salate una realizzazione di Paolo Barnacca)

Ma è stata anche l’occasione per far conoscere il suo ultimo lavoro. Non un libro o un calendario, ma un trittico di particolarissime fotografie della serie “WaterColours" nel formato 64x44 cm, stampate con inchiostri per litografia in una tiratura limitata a 300 copie ognuna, su carta Natural Evolution White della cartiere Cordenos.
“La tecnica di ripresa usata è vecchissima, è quella del mosso, spiega Carlo.
Fremito (Barcolana Trieste)
Durante le regate capitano lunghi momenti di pausa, così, quasi per ingannare il tempo, ho iniziato a sperimentare la tecnica del mosso con lunghi tempi posa giocando sulle aperture o chiusure dei diaframmi, sui movimenti della macchina. Ci vuole molta pazienza e infiniti tentativi prima di cogliere lo “scatto” giusto. Per esempio in quella che ho chiamato Fremito (l’ho fatta durante una Barcolana a Trieste) ho ottenuto quel risultato focalizzando i punti del controluce muovendo la macchina verticalmente.
Vento
Vento, invece, la macchina l’ho mossa orizzontalmente seguendo le evoluzioni della barca. L’ho fatta durante La Rolex Ilhabela Sailing Week in Brasile nel 2011. La terza invece,  che ho chiamato Illusione, l’ho fatta in occasione de Les Voiles des Saint Tropez, mi sono limitato a seguire l’andamento della regata.”




Illusione
Il trittico è racchiuso in una cartella rigida che contiene anche un documento che certifica il numero della copie stampate. La serie completa viene venduta a € 250,00, mentre una singola costa € 100,00.
Sono vendute solo ed esclusivamente presso la Libreria Internazionale il Mare di Roma.











A sn. Il certificato di autenticità



mercoledì 8 maggio 2013

Brion Toss finalmente tradotto in italiano

Rigging, Il manuale completo Tecniche e strumenti per il rigging tradizionale e moderno

Il più famoso e completo libro mai pubblicato sull’attrezzatura delle barche è stato finalmente tradotto in italiano. Scritto da Brion Toss, uno dei maggiori esperti al mondo, il libro coniuga la modernità dei nuovi materiali e della tecnologia più
recente con i principi e la pratica del rigging tradizionale.
È molto più che un libro sui nodi: è un libro per i velisti che
cercano la soddisfazione e il risparmio di poter armare da soli il proprio albero, di poter ispezionare e mantenere le manovre
e di poter preparare da sé tutte le impiombature; è un libro per gli armatori che vogliono poter sostituire da sé il sartiame; è un libro per progettisti e costruttori che devono dimensionare armi e attrezzature di coperta; è un libro per i navigatori di largo raggio che hanno la necessità di saper riparare una sartia in qualunque parte del mondo; è un libro per tutti gli appassionati di barche che vogliano capire le complesse interazioni tra scafo, albero e vele; infine è un libro per tutti i marinai che usano cime e nodi. L’unico libro che spiega in maniera completa, semplice e divertente:
– sette modi diversi per eseguire una gassa d'amante il turbante turco, il piè di pollo e molti altri nodi indispensabili o solo decorativi;
– come scegliere la cima giusta per le vostre scotte, drizze, cime d’ormeggio e ancoraggio;
– i principi della progettazione dell’armo velico in modo finalmente comprensibile;
– come dimensionare, armare e regolare perfettamente un albero sia tradizionale che moderno;
– come progettare, scegliere e installare tutta l'attrezzatura di coperta;
– come impiombare i cavi metallici, le cime ritorte, quelle intrecciate [a singola o doppia treccia
e le fibre esotiche);
– come eseguire le impiombature miste acciaio-tessile e cima-catena, alcuni affascinanti trucchi con le corde per sorprendere i meno esperti;
– come preparare un armo di fortuna se una sartia cede e l'albero si rompe;
– come lavorare in sicurezza in testa d'albero.
Brion Toss, rigger-scrittore, ha sviluppato una vera ossessione per nodi e corde sul finire degli anni ’60, una passione che lo portò alla navigazione e all’attrezzatura delle barche. Ha lavorato su qualunque cosa galleggi, dal più piccolo daysailer alle più grandi imbarcazioni a vele quadre. Si trova a suo agio sia con armi moderni che classici. Non ha mai smesso di perseguire la sfida nel trovare l’armo perfetto. È  considerato non solo uno dei più esperti rigger al mondo, ma soprattutto uno straordinario insegnante. Quando non scrive o tiene seminari è al lavoro nella sua officina a  Port Townsend (Washington)

formato 17x24, pagine 520 in brossura, con una prefazione di Danilo Fabbroni.
Illustrazioni di Robert Shetterly

lunedì 6 maggio 2013

Il Mito nel Mito, 170 anni di storia di un Cantiere insuperabile

1842 – 2012 Riva 170 Anniversary Un raffinato libro fotografico di 344 pagine celebra lo storico traguardo raggiunto dal più famoso cantiere nautico del mondo. Grazie a 170 immagini e 170 testimonianze di chi ha contribuito a costruire il Mito Riva si entra all’interno di un mondo magico e unico. Sapientemente costruito da maestri dell’allestimento, brossurato in tela è scritto da Riccardo Sassòli, editore e direttore del mensile Arte Navale. Tutte le fotografie sono dell’archivio Riva.
Il libro è stato presentato con l’importante mostra “Riva 170” organizzata nell’area Forum
dello Yacht Med Festival di Gaeta.



Associare la parola mito a Riva è fin troppo facile; molto più difficile è invece descrivere l’insieme di elementi attraverso i quali il mito si alimenta. Nelle primissime pagine del volume sono stampate 170 parole estratte dalle testimonianze, ciascuna delle quali può essere considerata un piccolo mattone di un grande castello in continua evoluzione e ampliamento. 
Il libro nel suo astuccio
Provate a leggerle in sequenza e vedrete come facilmente le assocerete sentimentalmente e visivamente a Riva. In occasione dei 170 anni dalla fondazione del Cantiere, vi proponiamo questa raccolta di 170 testimonianze e di altrettante immagini scattate nell’arco di oltre sessant’anni. Le abbiamo volute armonizzare dal punto di vista cromatico proprio per consentire di guardarle, una dopo l’altra, senza sequenza logica, e senza successione di data, ma affidandoci al caso dell’ordine alfabetico delle persone chiamate a raccontare la loro visione, il loro ricordo, il loro sentimento nei confronti di Riva e dei suoi motoscafi. 
Aquarama super
Troverete nomi famosi di armatori e utilizzatori, troverete personaggi di grande fama, ma soprattutto avrete la possibilità di capire quanto e come questo cantiere è radicato nelle persone chiamate tutti i giorni a progettare e a costruire quei prodotti, definiti da molti, veri gioielli della nautica mondiale. Fra i tantissimi libri scritti su Riva, mancava un volume all’interno del quale le voci si mischiassero, le immagini si fondessero, i colori sparissero così da far emergere la vera essenza del mito Riva. 
La famiglia Grimaldi a bordo di Aquarama
Due cose vorrei sottolineare invitandovi a condividerle: la prima è la comune soddisfazione sia di chi lavora in Riva sia di chi i Riva li possiede e li utilizza. La seconda, è l’identità del rapporto fra barca e armatore, si tratti del grande Mythos o di una barca degli anni Trenta, ognuno, infatti, vede il suo yacht come una parte di sé, quasi fosse una estensione del proprio io. La parte del leone la fa l’Aquarama, del resto la migliore definizione di questo oggetto perfetto è proprio quella di “Mito nel Mito”. Da tutti giudicata la più bella barca del mondo, l’Aquarama è l’icona di un marchio in continua evoluzione. Senza mai sedersi sugli allori, Riva ha saputo continuamente proporre nuovi modelli e nuove forme in continuità fra loro, ma con una propria specifica identità. 
Riccardo Sassoli con Carlo Riva
Da quando nel 2000, il Gruppo Ferretti ha rilevato l’azienda, sono oltre quindici i modelli presentati al mercato: dal più piccolo Iseo di 27 piedi al più grande Mythos di 122, ognuno rappresenta un riferimento per il mondo della nautica. Da Carlo Riva a Norberto Ferretti, da Giorgio Barilani a Mauro Micheli, c’è una continuità di visione di prodotto, capace di far sognare generazioni e generazioni di armatori ai quali vanno i nostri ringraziamenti per la fedeltà, l’affetto e la stima verso chi, ogni giorno, è chiamato a rinnovare e ad accrescere il Mito Riva.      

domenica 5 maggio 2013

Un gentiluomo napoletano: Federico Garolla fotografo. In scena a Roma

In scena e fuori scena. È una bellissima e esauriente mostra quella che si è aperta il 4 maggio presso il Centro Commerciale di Cinecittà a Roma. Una antologica del fotografo Federico Garolla (nato a Napoli nel 1925 e morto a Milano nel maggio del 2012), sono esposte un centinaio di fotografie in formato 30x40 in un rigoroso bianco e  nero che ci raccontano il percorso umano e professionale di questo giornalista fotografo che negli anni d’oro del nostro rotocalco, sono gli anni ’60 quando la diffusione dei settimanali arrivava a più di venti milioni di copie. Collaboratore prezioso per decenni a settimanali come l’Europeo, Epoca di Enzo Biagi, la colta Illustrazione Italiana, Gente e Oggi, lo straordinario Le Ore di Pasquale Prunas.
Un fotografo colto, ironico capace di sintetizzare in poche immagini storie complesse come la vita degli scugnizzi napoletani alla fine degli anni ’50 o i lunghi reportage di sentita partecipazione come il viaggio che compie nel centenario dell’Unità d’Italia, è il 1960, sui luoghi percorsi da Garibaldi e i suoi Mille.
Il voto di scambio. Napoli 1967
Immagini struggenti di una Sicilia sospesa tra un mondo arcaico ancora misterioso e sfuggente e una modernità incombente. Garolla che proveniva professionalmente dal giornalismo di penna, inizia a usare la macchina fotografica negli anni ’50 nella sua città d’origine, Napoli, dove collaborava al Mattino.
Chiamato a Milano da Arrigo Benedetti prestigioso direttore dell’Europeo e poi dell’Espresso, verrà inviato a Parigi a formarsi nel nuovo mezzo. Frequenta i fotografi francesi di Paris Match, e studierà attentamente la fotografia angloamericana.
Anita Ekberg. Fregene 1959
Nella sua lunga carriera ha fotografato grandi e piccoli avvenimenti, foto di cronaca, di personaggi della cultura e dello spettacolo con cui spesso ha intrattenuto rapporti di stima e di amicizia. Ed ecco come una lunga carrellata apparirci nella mostra volti e situazioni che si collegano alla storia e al costume del nostro paese, alcune immagini diventate icone, pubblicate nelle antologie e nelle storie della fotografia italiana. Vediamo e ci riconosciamo nel Pasolini che gioca a pallone in un campetto della periferia romana, negli intensi ritratti di Elsa Morante, di Alberto Moravia, i pittori Guttuso e Campigli, il volto intenso di Anna Magnani il corpo scultoreo di Anita Ekberg e via via altri volti di personaggi indimenticabili del nostro cinema. Lea Massari, Eleonora Rossi Drago, Alberto Lattuada, e un De Sica ripreso nella galleria Chiatamone a Napoli nel 1961 mentre si accende l’ennesima sigaretta durante la lavorazione del film L’Oro di Napoli.
Una decina di immagini ci ricordano anche il suo impegno nella fotografia di moda. La singolarità di portare negli anni ’50 le modelle per la strada fotografarle alla luce naturale in mezzo alla gente e ai luoghi. I modelli dell’alta sartoria ambientati nel neorealismo della strada.
Istituto Don Bosco. Napoli 1959
Dicevamo tante storie nelle storie, negativi recuperati dagli archivi del fotografo curati dalla figlia Isabella e reinseriti in un percorso colto e intelligente curato da Tatiana Agliani a cui si deve anche un brillante saggio sull’opera e la vita del fotografo, un libro edito da Politi, dal titolo In scena e fuori scena che dà anche il titolo della mostra itinerante.
Uno scorrere di immagini che sarà per molti una piacevole scoperta per altri che già conoscevano l’opera di Garolla, un momento di riflessione sull’opera del fotografo.
Negli anni ’80 il cambiamento dell’editoria in Italia la fine di quel ciclo durato trent’anni del fotogiornalismo vede Garolla lasciare la professione e dedicarsi all’editoria fondando una piccola casa editrice che editerà preziose guide su diversi musei italiani.
La fotografia di Garolla è un racconto complesso, intrigante e pieno di rimandi a un’Italia del secolo scorso in bianco e nero, l’Italia del dopoguerra del miracolo economico che ci riserva sempre forti emozioni.


Alberto Sordi sul set del film I due nemici, Roma 1961

















Totò sul set del film I soliti ignoti, Napoli 1958

















Scena e fuori scena, particolare della sala d’esposizione. Isabella Garolla, Roma 4 maggio 2013