giovedì 29 novembre 2012

Catch&Release, cattura e rilascia. È il futuro della pesca sportiva?


Si misura la cattura prima del rilascio
In un’epoca dove tutto cambia a velocità impensabile, occorre adattarsi ad una nuova realtà del mare e della pesca sportiva e ricreativa. Cresce così l’importanza del catch&release, ma se oltre Atlantico questa pratica è quasi normale, da noi resta ancora un’eccezione, per altro non sempre ben praticata.
di Stefano Navarrini, direttore del mensile Pesca in Mare
Che la pesca sportiva e ricreativa sia in costante e decisa  evoluzione non è certo cosa nuova, e che a questa evoluzione non corrisponda un adeguamento culturale e responsabile dei pescatori è cosa, ahimè, altrettanto nota. Non staremo qui a rifare il consueto e antico tormentone sul confronto fra preda e predatore, sui valori del catch&release (d’ora in avanti C&R) nel restituire la libertà al nostro avversario dopo aver goduto delle emozioni che ci ha regalato, e via dicendo anche perché abbiamo seri dubbi sull’efficacia mediatica di certo esagerato buonismo. D’altro canto evitiamo di cadere nella trappola dell’altrui presunto senso di responsabilità ambientale, perché va detto che se per noi il C&R è una forma di approccio etico alla pesca, per altri si tratta solo di un sistema da imporre per proteggere risorse a proprio esclusivo vantaggio, nel senso che quando si chiede ai pescatori sportivi e ricreativi di rilasciare le proprie prede, è solo per consentire che le stesse vengano poi pescate dai professionisti con altri metodi.  A nostro parere, il catch&release è “…una sorta di filosofia di pesca responsabile indotta da un sempre più necessario rispetto dell’ambiente, ed è mirato ad una maggior protezione della risorsa ittica. Chiaro però che il catch&release non deve trasformarsi in un buonismo deformante che snaturi il senso stesso della pesca. La sua applicazione non deve essere sottoposta a nessun obbligo morale né meno che mai normativo, se non per il rispetto della legge sulle taglie minime e sulla quantità di pescato giornaliero. Deve in pratica restare una libera scelta del pescatore e del suo approccio culturale ad un’attività che non potrebbe esistere se non esistesse la sua materia prima, cioè i pesci. Non a caso negli Stati Uniti, dove il catch&release è nato ed è ampiamente praticato, hanno coniato un tormentone che racchiude perfettamente il senso della questione, là dove gli americani dicono che un pesce è un bene troppo prezioso per essere pescato una sola volta. Discorso che vale soprattutto quando l’esemplare è di piccole dimensioni, e può magari essere ripescato qualche chilo più in là, magari dopo essersi riprodotto”. Il virgolettato, per inciso, cita il pensiero di Pesca in Mare espresso nell’apertura di un convegno sul C&R organizzato dalla nostra rivista in occasione del Salone Nautico di Genova di due anni fa.

lunedì 26 novembre 2012

Vendée Globe: Samantha Davies, la nuova rotta



 25 novembre 2012, mentre scrivo la missione di Samantha Davies l’unica skipper donna iscritta al Vendée Globe 2012-2013 non è ancora finita. È ripartita ieri sera da Madeira (un arcipelago di isole portoghesi a quasi 300 miglia a nord ovest della costa africana), direzione Francia. Dal momento dell’incidente non ci sono mai stati dubbi sul divenire: niente soccorsi, nessuna alternativa, “l’uccello ferito” doveva tornare a casa tra le sue braccia. E così sarà.
La direzione degli eventi è cambiata all’improvviso giovedì 15 novembre. Alle 19:15 ora francese Sam contatta la Direction de Course del Vendée Globe per segnalare che la sua barca ha disalberato. 27,5 metri di albero affondati in pieno oceano. Lat. 34°20’ N e Long. 19°01’ W è il punto nave al momento della segnalazione. Samantha è in mezzo al mare, 130 miglia dalla costa nord ovest di Madeira, con vento a 260°, 40 nodi, e onde da nord ovest di 3/4 metri. Si concede il tempo di un video per chi è a casa, per il team, per la famiglia, per chi la segue, perché sa bene che è molto dura per chi parte, ma altrettanto per chi resta. 
E via, c’è la rotta da approntare per una nuova e personale sfida: portare la barca a terra e solo a motore o con un minimo di vele di fortuna. La capacità di prendere decisioni immediate in situazioni difficili è dote obbligata per ogni comandante, ma l’ottimismo energico di chi sa come non soccombere mai allo sconforto è talento di pochi. Sam è così. Ancora oggi non si spiega le ragioni dell’accaduto:  “j’aimerais savoir comment mon mât a pu tomber. Avec tout le boulot qu’on a fait, on avait tout vérifié, contrôlé et j’ai navigué safe”, ma la vita chiede nuove sfide, prima ancora di essere compresa. Arriva a Funchal (Madeira) il 17 novembre e il mattino del 19, dopo due giorni di lavoro, parte per fare il primo scalo a Cascais, 10 miglia più lontano, per caricare un albero di 7 metri.
L’avevamo già conosciuta allo scorso Vendée Globe, quando era arrivata quarta. Bionda, inglese, 38 anni.  Un nonno imbarcato sulla Royal Navy durante la seconda guerra mondiale e un bimbo di 14 mesi, Ruben, a casa ad aspettarla. Una donna, bella, simpatica e un bambino appena nato sulle spalle.

domenica 25 novembre 2012

È nato un nuovo partito, Unione Mediterranea, ma i media lo ignorano

L’Assemblea vota Unione Mediterranea
Questa di cui parlo è una non notizia.
Eccola! Ieri sera, 24 novembre, a Napoli è nato un nuovo movimento politico si chiama Unione Mediterranea, il nome è stato scelto, tra un centinaio di proposte, da parte dell’Assemblea fondativa che riempiva una sala del Centro Congressi della Stazione Marittima, con oltre seicento partecipanti oltre alle migliaia che la seguivano in diretta nel web. Hanno votato la Carta dei principi e un Coordinamento che dovrà preparare il congresso costitutivo il prossimo gennaio, presieduto da Marco Esposito, assessore alle attività produttive del Comune di Napoli che ha ottenuto il maggior numero di preferenze. Perché è una non notizia? Semplice, perché è stata tenuta nascosta: a parte la cronaca napoletana de Il Mattino e del Corriere del Mezzogiorno, questa mattina nessuno, né quotidiano nazionale, né telegiornale ne ha parlato.
Pino Aprile e Marco Esposito
Eppure il tema è forte! Non è una cosa da niente, è nato un nuovo partito che si propone, come è scritto nella sua Carta dei Principi, di raccogliere sotto una unica bandiera tutte le anime meridionaliste purché non violente, non razziste e non mafiose, quindi l’obiettivo è chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. E lo persegue perché ama la politica nel suo senso alto, nel governo della Polis. Inoltre non sopporta il politicante che punta all’arricchimento personale o del suo clan. Perché Unione Mediterranea? Perché, è spiegato al punto 4, è un movimento senza un rigido confine geografico d’azione. La cultura mediterranea fatta di amore per la vita, rispetto per l’altro, accoglienza, millenaria creatività e innovazione nel pensiero e nel fare, grande tradizione di condivisione va rafforzata in Italia come in Europa. Nel penultimo dei dieci punti si spiega anche che l’unione si propone di prendere parte alle competizioni elettorali ogni volta che sia ritenuto utile presentando liste se possibile in autonomia… non escludendo intese anche tecniche…
E la prossima primavera si vota. A buon intenditor poche parole!
La registrazione dei partecipanti
Di quello che stava bollendo in questa grande “pentola” meridionalista l’abbiamo capito quando non più di nove mesi fa, esattamente il 27 marzo, Pino Aprile, districandosi tra le mille richieste, ha trovato lo spazio, consolidando la nostra amicizia, di venire in libreria per parlarci dei suoi libri, Terroni e Giù al Sud. Libri con un grandissimo e incredibile successo di vendite, che i più considerano “scatenanti” di quanto è successo a Napoli. “Mai ho viaggiato a Sud, ci disse in quell’occasione, come in questi ultimi due, tre anni, e ogni volta mi sorprendo a fare il conto di quanto ne so e di quanto si possa percepire di intenso e profondo senza riuscire a cogliere l'insieme. Ho pensato che fosse più onesto raccontare le tappe del mio viaggio, senza ricorrere ad artifici che le facessero diventare parte di una narrazione unica. Ma questo paesaggio narrativo comunque parla, e sapere di noi, chiunque noi siamo, ovunque siamo, è opera collettiva.”

giovedì 22 novembre 2012

Una grande vittoria al Parlamento Europeo per contrastare il finning

Hong Kong, Pinne in vendita (Cram World / Shark Alliance)
Ieri mattina, 22 novembre, a Strasburgo con un voto inaspettato il Parlamento Europeo ha eliminato le scappatoie normative presenti sino ad oggi nel divieto sul finning, la pratica di tagliare le pinne degli squali e rigettarne il corpo in mare.
Ce ne siamo occupati il 6 ottobre con il servizio di Massimo Clementi
È stata una battaglia molto lunga che è durata sei anni, il risultato è una grandissima vittoria ottenuta con un numero schiacciante dei voti a favore 566 contro 47. L’Europa ha dato un segnale molto forte sulla direzione da prendere per la conservazione degli squali a livello globale non solo europeo. Finalmente sarà molto più facile fare controlli quando si sbarcano gli squali con le pinne attaccate al corpo. Un primo importantissimo passo per continuare la battaglia e assicurare ulteriori misure di tutela degli squali, come ad esempio l’applicazione di limiti di cattura nazionali e internazionali che affronti efficacemente la questione del sovrasfruttamento degli squali.
Il Regolamento dell’UE del 2003 prevedeva una deroga in base alla quale i pescatori, autorizzati attraverso permessi speciali, potevano asportare le pinne di squalo a bordo dei pescherecci e poi sbarcarle separatamente dalla carcasse. La conformità alla normativa avveniva attraverso un complicato sistema di corrispondenza tra il peso delle pinne e delle carcasse lasciando, di fatto, un  ampio margine alla possibilità di praticare il finning senza essere scoperti. La battaglia ha inizio nel 2006, quando  il Parlamento Europeo ha chiesto di rafforzare il divieto europeo sul finning e nel 2010 una Risoluzione ha invitato la Commissione a vietare la rimozione in mare delle pinne di squalo. Nel novembre del 2011 la proposta della Commissione è stata approvata dal Consiglio dei Ministri della pesca e nella primavera del 2012, dalla Commissione per l’Ambiente del Parlamento. I dibattiti in Commissione Pesca sono stati lunghi e a volte confusi e serrati, con diversi europarlamentari che spingevano affinché si mantenessero le scappatoie presenti nel Regolamento UE.

sabato 17 novembre 2012

Disastri ambientali: fermiamo le decisioni dissennate dei politici “petrolieri”


Piattaforma Horizon
La notizia è di questi giorni. La compagnia petrolifera BP è stata condannata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, a pagare una multa di 4,5 miliardi di dollari, oltre alle decine di miliardi di dollari che sta già pagando come risarcimento dei danni provocati dal disastro della piattaforma petrolifera DeepwaterHorizon nel Golfo del Messico.
Ma dell’altro grande disastro ambientale di cui ricorre il decimo anniversario, quello provocato dall’affondamento della petroliera Prestige che sversò in mare 77mila tonnellate di greggio, non solo nessuno ha pagato, e soltanto oggi, si è aperto il processo alla ricerca di un colpevole.
Una storia che ha dell’incredibile così come ce la racconta Massimo Serafini in questo suo articolo. Massimo si è sempre occupato di ambiente sia come parlamentare (è stato deputato dal 1983 al 1992) che lo ha visto protagonista della discussione sulle scelte energetiche del Paese, sia come giornalista e scrittore attivamente impegnato in Legambiente.
Naturalmente è un grande amico della libreria Il Mare.

Volontari puliscono le coste della Galizia
 Il 19 di novembre di 10 anni fa, tutta la costa che va dal Portogallo alla Francia, passando per l’intera Galizia, si colorò di nero.
Prestige fu l’autore di quella lunga e tragica pennellata di asfalto, che si incollò alle rocce e alla sabbia, da secoli modellate dal mare e dal vento. Non è il nome di un pittore pazzo e malvagio, ma più semplicemente di una petroliera, una delle tante carrette del mare, con cui si alimenta di energia il nostro assurdo modo di vivere e consumare, quella crescita, da tempo ormai senza benessere, che i politici di ogni colore invocano in questi giorni di crisi. 

mercoledì 14 novembre 2012

La Maremma in ginocchio. Un fiume in piena distrugge il porto canale della Marina di Montalto di Castro


Le alluvioni che in questi giorni hanno colpito il grossetano e la Maremma non hanno risparmiato la marina di Montalto di Castro.
Domenica 11 novembre, Montalto Marina si è svegliata sotto l'onda di piena del fiume Fiora che ha letteralmente devastato il piazzale dei Pescatori. La sede della cooperativa Harmine, i casotti per i ripari delle barche dei pescatori, lo scivolo in cemento armato per l'alaggio e il varo delle barche, reti e attrezzature da pesca, oltre agli uffici, gli impianti frigoriferi e il magazzino: di tutto questo, oggi non rimane più nulla. Tredici barche da pesca ormeggiate lungo il porto canale sono stati strappate via dalla furia della piena e scaraventate in mare su un mortale letto di fango. Nonostante l’impegno delle Capitanerie di Porto nessuna imbarcazione è stata recuperata ad oggi in mare.
Delle barche, una sola si è salvata, per uno scherzo che nasceva bonario ed è diventato provvidenziale: per burla questa barca era stata tirata in secco di nascosto dagli amici del proprietario che volevano bardarla a festa e divertirsi un po’ a scapito dell’amico che sarebbe impazzito nella ricerca. Oggi è il solo dei quattordici pescatori di Montalto che può contare su un mezzo che non è di trasporto ma di lavoro e sostentamento per la sua famiglia.
Si calcola che i danni ammontino a circa un milione di euro, un valore che rapportato a quello di altre catastrofi può apparire esiguo ma che significa il collasso per una categoria già duramente provata dalla crisi e dai danni che il mare ha subito negli ultimi anni. La cooperativa Piccola pesca Harmine, (che aderisce all’Agci Agrital), un pezzo importante della storia di Montalto, è uno degli esempi piccoli ma significativi di un’Italia del fare.
Uomini che, in controtendenza con l'attualità recessiva, hanno voluto vedere il bicchiere mezzo pieno e affrontato le difficoltà con spirito imprenditoriale. Dopo anni particolarmente difficili come quando l'alluvione del 1987 portò via le barche da pesca, dopo la distruzione dei fondali avvenuta a cause della paranze non locali che attuavano la pesca a strascico, dopo un’ordinanza di sgombro del 2008, i pescatori di Harmine, cui evidentemente la tenacia non fa difetto, riuscirono insieme a ripartire e a costruire un’attività di cui andare orgogliosi e con cui mantenere le proprie famiglie. Non solo. Avevano realizzato un vero e proprio piano aziendale per ottimizzare lo spazio a disposizione e diversificare le attività, tra cui per esempio la possibilità di creare un ricovero per barche da diporto.
Martedì 13 mattina – solo due giorni dopo l’evento – i pescatori sono riusciti a raggiungere il Piazzale e si sono trovati davanti a un disastro annunciato vista la mancanza di prevenzione dovuta a decenni di incuria per l’assesto idrogeologico del territorio.
Danni che non hanno nessuna possibilità di copertura assicurativa. A differenza di altri paesi, da noi le compagnie non assicurano le barche da pesca perché giudicano il rischio troppo alto. Comunque sperano negli aiuti che potranno arrivare dal fondo di solidarietà visto che il Comune di Montalto ha già dichiarato lo stato di calamità naturale.
Inoltre il presidente dell’AGCI (Associazione Generale delle Cooperative Italiane, settore Agro Ittico Alimentare) ha già assicurato il suo impegno per la ricostruzione delle strutture della Cooperativa Harmine sollecitando le Istituzioni competenti a contribuire concretamente alla soluzione dei problemi.
Il porto canale com’era prima dell’esondazione del Fiora
I pescatori di Montalto hanno bisogno di sostentamento economico per ripartire. Il coraggio, la tenacia, il cuore per farlo lo hanno già.

martedì 13 novembre 2012

Chist’ è o paese d’o mare, o no?

Francesca Carignani
Francesca Carignani la sa lunga e la sa anche raccontare…, non a caso ha alle spalle vent’anni come manager nell’area comunicazione prima nell’agenzia di Armando Testa e poi nella direzione pubblicità di Ferrovie dello Stato. Da due anni, con suo marito Giovanni Rinaldi, fotografo professionista di reportage geografico e architettura, ha scelto di fare downshifting lo stile di vita, il vivere in semplicità, di cui si parla da circa 15 anni. Dedica così i soli mesi invernali all’attività di libera consulenza per poi navigare 4-6 mesi l'anno. La loro barca è un Grand Soleil 45 del 2006 (progetto Jude &Vrolick), attrezzata con pannelli solari e dissalatore, ideali per navigare in autonomia. Una barca sportiva e veloce che dà grandi soddisfazioni sotto regime di meltemi e che hanno ribattezzato P'acá y p'allá, che è il titolo di una poesia di Pablo Neruda. Il suo significato è quello che gli inglesi definiscono con here, there and ewrywhere. Questo modo di essere lo hanno anche ben descritto nel libro P’acà y P’allà, Navigare 6 mesi in Egeo. Perché il modo migliore di trovare un altrove è di cercarlo per mare.
Allora, visto che la sa raccontare, le abbiamo chiesto di scrivere per noi le impressioni di una diportista a proposito dell’accoglienza nei porti italiani.

P'acá y p'allá in navigazione
Chist’ è o paese d’o mare…

8.000 chilometri di costa – e che costa… – fanno dell’Italia un Paese apparentemente ideale per la navigazione da diporto. Apparentemente. Le riviste di nautica da mesi lanciano allarmi: gli armatori italiani stanno abbandonando il BelPaese, preferendogli l’accoglienza delle coste limitrofe. Francia, Spagna, Croazia, Tunisia, Grecia. Lì, le richieste di posti barca annuali da parte degli italiani pare siano decisamente aumentate nell’ultimo anno. Colpa della nuova tassa nautica? Non credo, o comunque diciamo che la nuova tassa – inizialmente pronosticata come elevatissima, poi ridimensionata a valori equi e paragonabili alla vecchia tassa di stazionamento – può essere considerata solo la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un vaso che, per chi il mare lo vive come passione irrinunciabile e non come una delle tante esibizioni di ricchezza, era già abbondantemente colmo.
L’assioma armatore=ricco evasore è, a quanto pare, un pregiudizio radicato nell’opinione pubblica italiana, cavalcato dai governanti come azione punitiva per generare consenso e strumentalizzato dai media in tempi di crisi. Pensateci. Quando si parla di evasione fiscale, i telegiornali scelgono come immagine simbolica quella del megayacht. Peccato poi che quel megayacht sarà sempre esente da controlli e tasse in quanto intestato a società con sede all’estero. Mai che si usi come immagine simbolo un Hallberg Rassy di 20 anni il cui proprietario fa sacrifici incommensurabili per l’insana follia di mantenerlo.
Non accade in Francia, né in Spagna, né tantomeno in Nord Europa, dove il proprietario di barca è semplicemente un appassionato, come il collezionista di francobolli o l’appassionato di libri d’arte o di orologi. Accade da noi. Dove, inevitabilmente, se hai la barca sei pieno di soldi. Ne hai tanti, ne hai troppi.

Ancora tesori dal mare di Gela, per il suo Museo della Navigazione Antica

Antefissa di Gela
La storia del relitto della nave greca del VI secolo a. C. inizia nel 1988 quando fu individuato a 800 metri  dalla costa al largo di Gela, il cerchio si chiude il 28 luglio del 2008 quando è stato completato il recupero, iniziato nel 2003, furono “pescati” la chiglia, un unico pezzo di oltre 11 metri e la ruota di poppa. Mentre la stiva ha restituito molti “cocci”, tra cui vasellame attico a vernice nera e due rarissimi askoi a figure rosse. La nave, un vero e proprio mercantile se paragonato all’oggi, lunga circa 20 metri, aveva lo scafo “cucito”, tenuto assieme, con fibre vegetali come si usava per le imbarcazioni dell’epoca.
Il metodo di costruzione con tavole cucite è molto antico ed attestato già nella nave di Cheope; ma anche Omero, nell’Iliade (II,135), accenna alla chiglia, alle coste ed alle tavole giuntate insieme con il sistema della cucitura; il poeta ricorda che le funi delle navi dei Greci, rimaste in secco per anni sui lidi di Troia ed esposte alla calura del solleone, si erano allentate […]”
S. Tusa e R. Crocetta
La storia continua l’otto novembre scorso quando Sebastiano Tusa il nostro “Maigret” della Soprintendenza del Mare siciliana annuncia in una conferenza stampa presente il neo eletto presidente Rosario Crocetta, che sempre in quel di Gela nelle acque antistanti la contrada Bùlala, sono stati ritrovati alcuni reperti di notevole interesse. Tra questi uno degli oggetti più antichi ritrovati finora nelle acque siciliane,  un’antefissa, della prima metà del VI secolo a. C., in terracotta, elemento della copertura dei tetti posto sulla testata delle travi o dei coppi di gronda. Rappresenta, ha spiegato Tusa, l'immagine della Gorgone realizzata in bassorilievo. La ben nota figura della mitologia greca è realizzata secondo i canoni dell'arte arcaica, a stampo, con un arco di capelli ondulati che incorniciano in alto il volto contratto in atteggiamento ghignante che riempie le gote. Presenta, come di consueto, la bocca semiaperta con la lingua di fuori spinta verso il basso. La presenza di tale figura terrifica aveva un carattere apotropaico, cioè di difesa dal malocchio e dalle forze negative e veniva posta generalmente sui frontoni dei templi e sul colmo dei tetti a protezione simbolica degli edifici. L’antefissa e gli altri reperti recuperati sarebbero, pertanto, oggetti pertinenti al carico del relitto di nave greca già recuperato.. È per questo che, grazie ad un’ordinanza della Capitaneria di Porto, la zona è parzialmente interdetta alle immersioni per proteggere i reperti che certamente ancora i fondali custodiscono. 
La sequenza di date che vede protagonista il numero otto sembra ben augurante per la città di Gela: in un futuro prossimo vorremmo ricordarla non per il suo Polo Petrolchimico che l’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato come “ad alto rischio di crisi ambientale”, ma per il suo Museo della Navigazione Antica di prossima costruzione, luogo ideale dove esporre tesori recuperati e del quale, finalmente, nell’ottavo (ancora otto!) mese di quest’anno sono stati reperiti i finanziamenti, esattamente 5milioni49mila804,77 Euro e avviate tutte le procedure per l’inizio dei lavori. L’avventura che porterà alla realizzazione del Museo è esemplare, tutta italiana. I lavori dovevano iniziare  nel 2004 quando i primi legni furono affidati per il restauro alle amorevoli cure (durata prevista 5 anni) del laboratorio inglese Mary Rose Archeological Services di Portsmouth.  Si disse che quei 5 anni sarebbero serviti a creare il museo della navigazione, i fondi c’erano, venivano dai fondi del gioco del lotto.
Ma in tempi della burocrazia uccidono le migliori previsioni e intenzioni. Sicché i primi trecento legni delle navi sono ritornati nel 2009, nei termini previsti, restaurati in Sicilia, chiusi ermeticamente in 14 casse, altre 20 sono in dirittura d’arrivo, saranno conservate insieme alle altre a Caltanissetta, proibito aprirle! Si apriranno per rimettere insieme tutti i “pezzi” e ricostruire la nave, quando ci sarà il museo per la loro esposizione insieme al carico della nave. Museo che assumerebbe un significato rilevante per lo sviluppo sostenibile di Gela legato ai suoi beni archeologici e culturali. Insomma, c’è voluto meno tempo per effettuare in terre lontane un restauro complicatissimo, che per costruire un museo! Intanto però però abbiamo il suo rendering, chi si contenta gode…

lunedì 12 novembre 2012

Come colmare la nostra disinformazione…

Più di centocinquanta migranti, la loro vita aggrappata a un vecchio camion, nel viaggio della speranza lungo l’antico percorso carovaniero che attraversa il Niger e congiunge l’Africa centrale e occidentale alla Libia. Quella che apre il servizio è una fotografia, forse la più d’impatto, del reportage Trasmigazioni realizzato del giovane fotoreporter, 37 anni, Alfredo Bini, pubblicato e diffuso dai principali media internazionali oltre che essere premiatissimo in diversi concorsi internazionali di fotogiornalismo.
L’ha scattata nel 2009 nel deserto dei deserti, il Teneré, nei pressi dell’oasi nigeriana di Dirkou, da dove hanno luogo le partenze per la Libia. Non tutti riusciranno a partire, molti, quelli rimasti senza un soldo nelle tasche resteranno “stranded”, intrappolati, ridotti praticamente in schiavitù, sperando di racimolare quel tanto che serve a proseguire il viaggio.
Alfredo non è conosciuto al grande pubblico anche perché non è legato ad alcun  giornale. Va dove lo porta la sua passione per la fotografia, peraltro recente. È rappresentato da una agenzia abbastanza consolidata e i suoi clienti sono i principali magazine e giornali internazionali. È vero che sono pochi anni che “vive’ solo di fotografia ma la passione c'è fin da quando era bambino ed è sfociata nel fotogiornalismo grazie all’aver incontrato Tiziano Terzani che viveva in un paese dove passava molto tempo. È così che dopo Trasmigazioni, leggendo un articolo sulla situazione dell’agricoltura in Etiopia e sul fenomeno, ancora adesso pochissimo conosciuto, del land grabbing, ne abbiamo parlato a fine ottobre con il servizio Land Grabbing, una nuova forma di colonialismo?  è andato in Etiopia per rendersi conto di come i contadini vengono espropriati delle loro terre. Il reportage che ha realizzato con un portfolio di venti fotografie, è il primo di un vasto progetto per documentare l’accaparramento da parte di multinazionali o addirittura di stati di terreni agricoli, i più fertili nel mondo oggetto di una vasta pianificazione di sviluppo esclusivamente di monocolture, con la conseguente radicale distruzione di ogni pratica agricola tradizionale.

Pratiche che riducono le risorse dell’acqua, stravolgono le tecniche della lavorazione dei terreni, impoveriscono i contadini con la conseguenza che sopravvivono soltanto grazie agli aiuti dei programmi alimentari internazionali. A causa della crisi delle derrate alimentari del 2007 e 2008, gli stati della penisola araba, hanno volto il loro sguardo verso l’Etiopia, il paese più sfruttato negli “affitti ” dei terreni agricoli, approfittando delle concessioni garantite dal governo e dai programmi d’aiuto e di finanziamenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. In questo modo lo stesso governo etiope e numerosi investitori si sono lanciati investendo in agricoltura. “L’argomento mi era sconosciuto, spiega Alfredo, me ne sono interessato leggendo un articolo sul problema degli aiuti umanitari che riceve l’Etiopia e al contempo dell’esportazione di derrate agricole destinate ala produzione di biofuel.

martedì 6 novembre 2012

Top Books on the Sea: perle della Sicilia

Nel sito ilmare.com una finestra di dialogo permette di fare la ricerca del libro che si intende ordinare.
Se ricordate il titolo esatto lo scrivete nella casella cerca e vi appaiono le notizie sul libro, autore, anno di edizione, pagine e prezzo. Se invece non lo ricordate dovete affinare la ricerca servendovi della ricerca avanzata con le sue tre finestre: la prima “contengono le seguenti parole”, la seconda “che hanno per autore”, la terza “che hanno per genere”. La ricerca avanzata che proponiamo per la terza puntata della rubrica Top Books on the Sea, è dedicata alla Sicilia.
Così il database ha estratto dal suo catalogo ben 35 pagine da 12 titoli ciascuna con l’argomento Sicilia. Tra questi proponiamo alcune vere e proprie “perle”.
Le prime due sono volumi di grande formato, 30x30 centimetri, rilegati e contenuti in cofanetti che ne esaltano il loro valore.
Il primo, Imago Aetnae, raccoglie in 350 pagine l’iconografia storica dell'Etna dal 1544 al 1892.
Gli autori sono Franz Riccobono e Antonio Tempio che hanno raccolto una vasta raccolta di stampe, disegni e olii raffiguranti l'Etna, simbolo dell'eterna dualità della Sicilia: inferno e paradiso, aridità e fertilità, fuoco e neve, nero di lava e verde di boschi.

L’Etna viene chiamato, puramente e semplicemente, “la Montagna”, perché non ha bisogno di aggiungere altro, perché è questa la montagna per antonomasia. Una montagna del tutto particolarechenon si limita, come tutte le montagne ad essere imponente e solenne ma, a differenza di tutte le altre, è viva di una sua vita. In questa inseparabile unione tra grazia e orrore, nel loro incontro e scontro, sta il segreto e la ricchezza della storia dell’isola. Ed è per questa inseparabile unione tra grazia e orrore che ogni catanese ha sempre nutrito per l’Etna un sentimento di definitiva appartenenza. Ogni volta che l’Etna ha distrutto Catania, i catanesi l’hanno ricostruita esattamente nello stesso posto. Essere sicuri lontano dall'Etna ha contato per i catanesi molto meno del vivere pericolosamente vicino all’Etna.


A ds. J.H. Frezza. Aci e Galatea inseguiti da Polifemo. Incisione su rame acquerellata Roma 1704  cm 54x27,5

A ds. Anonimo, Piano di cassettone in legno di noce intarsiato, Catania 1835

Un libro sull'Etna scritto da siciliani e pubblicato da un editore catanese è, quindi, innanzitutto un atto d'amore verso questo monte e anche un atto d’amore per quella gente che ha fatto dell’Etna il suo simbolo e che dal rapporto con l’Etna ha tratto il suo modo d’essere, la sua forza, il suo carattere. Scrive lo storico Giuseppe Giarrizzo nell’introduzione: “il destinatario privilegiato di quelle carte è il viaggiatore che vuol fermare nel disegno le emozioni che la memoria dell’ascesa ridesta in lui o nella curiosità di chi è aperto al suo racconto”.



A ds. J. Andran. Triofo di Galatea Incisione su rame acquerellata 1770 Parigi






venerdì 2 novembre 2012

Coordinamenti dei comitati dei fuochi della provincia a nord di Napoli

Don Maurizio Patriciello, parroco di Calvano
Voi mi direte, ma che c’azzecca questa storia dei fuochi con il mare?
Potrei rispondere che quei rifiuti tossici abbandonati ovunque e lasciati bruciare hanno un tremendo impatto anche sulle acque di falda. Le stesse che poi si usano per irrigare i campi, e che vanno anche a finire nei fossi di scolo, che a loro volta si infilano in qualche torrente, che poi va in qualche fiume e alla fine della storia tutto finisce nel mare.
Sono stato convincente? E poi ne parlo perché il mio grande amico e collega Paolo Brogi nel suo ultimo libro da un paio di giorni in libreria (Imprimatur Editore) Uomini e Donne del Sud, racconta tante storie come questa dei rifiuti con “Ritratti di vite Straordinarie e dell’orgoglio meridionale”, come è ben spiegato nel sottotitolo e nella quarta di copertina.
Inoltre mi piace palarne perché tra i tanti ha anche parlato con il parroco di Calvano don Maurizio Patriciello, testimone oculare diretto del disastro rifiuti e del genocidio che si sta consumando nella Terra dei fuochi o meglio nella  “Campania infelix”. Paolo non poteva certo immaginare che di lì a poco tempo dopo, don Maurizio diventasse celebre per l’attacco in diretta TV ricevuto dal Signor Prefetto di Napoli!
Paolo ha compiuto un nuovo viaggio nel profondo, sconcertante, eccitante Sud.
Un viaggio tra le donne coraggio che fanno il sindaco sotto scorta in Calabria e le ragazze di Fimmina Tv nella Locride. Tra gli autonomisti che sognano la separazione dal Nord, ma anche con il sindaco Mimmo il curdo che a Riace accoglie immigrati venuti dal mare. E poi i “forconi” che vogliono giustizia per le campagne siciliane contro i pomodori di Pechino. Il Calabria Day, il movimento per l’acqua in Sicilia, l’invenzione della festa della Taranta nel Salento, i supermercati di CompraSud nel catanese e il sogno di prodotti Dom, il lancio del caciocavallo Pallone nelle Murge e i neolaureati glocal, i “bollenti spiriti” di Puglia, le palme salvate a Valenzano dal punteruolo rosso (ma quasi nessuno lo sa), le banconote Napo a Napoli e la scoperta che nella città partenopea non era mai stato fatto un piano di Protezione Civile.

giovedì 1 novembre 2012

Un bel progetto. Certo, è il Progetto Donna!

Anna Sardone, presidente della cooperativa Progetto Donna
Metti che in questi momenti di crisi nera sia il caso di far conoscere con una mirata operazione di marketing quello che è definito il pesce povero. Costa veramente poco ed è altrettanto nutriente e saporito come l’orata o le spigole. Una risposta?
Per esempio “Spadellando, solo nostro, solo fresco” una saporita occasione per promuoverlo riempiendo, gratuitamente, i “cartoccetti” con una frittura di paranza sbarcata poche ore prima dai pescherecci ormeggiati nella darsena del porto di Civitavecchia di fronte ai fornelli dove alcune simpatiche signore con le mani bianche di farina (ne hanno consumati più di venti chili) hanno spadellato qualcosa come due quintali e mezzo tra calamari, alici, argentine, pannocchie, spatole, seppioline, merluzzetti e triglie.
Si riempono i cartoccetti
Senza far mancare un buon bicchiere di vino bianco doc. È lo stesso pesce “povero” che quel giorno è stato venduto all’asta. “Le alici a 1,50 euro al chilo, le argentine a due, le sciabole a tre, i gamberi di prima scelta a 6  e le spannocchie a due” informa una di quelle signore.
Metti anche che alcuni pescatori avvertano la necessità di vedere gestito al meglio l’aspetto commerciale della loro attività per far crescere oltre agli incassi, la qualità del loro servizio.
Le cassette pronte per lo scarico
La risposta nell’uno e nell’altro caso la dà “Progetto Donna” una cooperativa creata tre anni fa da otto “scatenatissime” signore: Anna, Rita, Pina, Angela, Serena, Rossella, Mina, Margherita. La più giovane ha 42 anni, la meno giovane, che di anni ne ha 50, si è meritata i galloni di presidente, si chiama Anna Sardone.
L’armatore della barca Crescenzo I
Otto donne, massaie per definizione, che si trasformano di punto in bianco, non senza trepidazione, in donne di successo dentro un mondo per definizione di uomini per gestire l’asta del mercato del pesce di Civitavecchia. Luogo simbolo, dove fino a ieri non aveva mai messo piede una rappresentante del gentil sesso, a parte qualche sporadica commerciante con partita iva…
Il nome dato alla cooperativa risponde alla esigenza di guardare al futuro, nel gettare avanti (che è poi la traduzione letterale di proiectum, il nome latino di progetto) le proprie idee. E quali siano queste idee ce le spiega la Presidente di Progetto Donna.
A. Sardone predispone la dichiarazione di sbarco
“Siamo tutte mogli e figlie di pescatori. In un certo momento della nostra vita abbiamo maturato la convinzione e la necessità di aiutare i nostri mariti, per cercare di aumentare la redditività delle barche da pesca, chi meglio di noi può gestire il loro portafoglio? Allora ci siamo costituite in cooperativa per riorganizzare il settore amministrativo dell’asta del pesce che si tiene tutte le sere qui a Civitavecchia. Tradotto in soldoni per noi significa rappresentare le paranze, quelle barche che pescano esclusivamente con lo strascico, e operano qui a Civitavecchia. Curiamo la vendita del loro pescato conferito all’asta, sottolinea Anna con enfasi, ci occupiamo della gestione dei locali, delle vendite, delle fatturazioni, delle riscossioni, tutta la parte amministrativa è nelle nostre mani. Per questo ci viene riconosciuta una percentuale sulle vendite dell’otto per cento che ci permette di far fronte alle spese e pagare i nostri stipendi.