giovedì 24 maggio 2012

Se trecento metri vi sembrano pochi…

È tutto ok! stiamo a -130 con una buona visibilità
In attività ce ne sono esattamente centodiciotto. Fanno un mestiere parecchio rischioso che in Italia nemmeno è riconosciuto, hanno infatti il contratto di metalmeccanici, per ottenere il brevetto internazionale IMCA devono andare in Inghilterra. Sono i sommozzatori d’alto fondale e li impiegano soprattutto nelle piattaforme petrolifere a connettere tubi, serrare flange, giacchette di trivellazione, saldare e tagliare come se fossero di burro lamiere anche di dieci centimetri con il cannello a ossigeno. Lavorano a profondità fino a trecento metri, respirando miscele di ossigeno con elio. Rimangono pressurizzati nelle campane sul fondo una ventina di giorni, fanno turni di otto ore. Per la decompressione ci vogliono cinque o sei giorni chiusi nella navicella chiamata habitat, anche se confortevole e guai a soffrire di claustrofobia!
In un sol colpo, di fortuna, ne abbiamo incontrati due in quel di Favignana, isole Egadi, padre e figlio, Salvatore e Davide Marcantonio che ci hanno parlato delle loro esperienze.
A -190 in una nuvola di pesci
La storia di Salvatore, che ha 59 anni, inizia con il servizio di leva con la marina militare al Comsubin, il Comando Subacqueo Incursori.
“Non ero ancora congedato, ricorda, che mi presentai vestito da marinaio alla Saipen del Gruppo Eni per un colloquio, cercavano sommozzatori era il 1974 e lavoro si trovava facilmente.
A La Spezia feci il corso d’alto fondale e subito dopo partii per il mio primo lavoro in Scozia, senza nemmeno avere gli abiti adatti, si scendeva con la tuta stagna, la unisuite, indossando pesanti maglioni di lana, a -130 faceva un freddo boia! A quelle profondità la temperatura dell’acqua è intorno ai cinque gradi e non si riesce a resistere per più di cinque minuti.
A sinistra, preparativi per passare nella campana

Nel 1975 ci  fu la grande invenzione: l’acqua calda! Si usa quella del mare che in superficie viene riscaldata in una calderina e spedita con una tubazione, l’ombelicale, nella campana che in questo modo la riscalda come se fosse un termosifone. La stessa acqua poi alimenta una linea dedicata per mantenere i sommozzatori chiusi nella muta a una temperatura confortevole. Soltanto così si riesce a lavorare fuori dalla campana anche otto ore per eseguire lavori complessi e non semplici ispezioni di controllo.”
L’ombelicale oltre all’acqua calda porta la miscela di elio e ossigeno collegamenti per la comunicazione, l’illuminazione e per le riprese video. Ma non solo, serve anche per rispedire l’elio in superficie perché, dato il costo, viene prima purificato e poi riciclato.


Padre e figlio Marcantonio, Salvatore a sinistra Davide a destra

A descriverlo sembra un lavoro semplice. In superficie i sommozzatori, in media nove, entrano in un modulo chiamato habitat dove vanno in saturazione in ambiente pressurizzato senza nessuna conseguenza sul fisico; con loro c’è un supervisore e tre assistenti.
L’intera squadra del diving è composta da ben 24 persone, dall’ingegnere che sovrintende il cantiere ai tecnici che controllano il gas, la temperatura dell’acqua e tutti i circuiti di collegamento, al segretario che registra ogni informazione nel datalog per finire ai tre aiutanti che assicurano il rifornimento dei cibi che vengono trasferiti in vaschette alluminio.

A destra, una discesa a -179 metri

Le norme internazionali di sicurezza stabilite dall’IMCA (attestato di qualifica professionale, con allegato brevetto, di operatore tecnico subacqueo di alto fondale, sommozzatore) sono molto severe. La sicurezza prima di tutto, tanto che L’IMCA impone che una campagna di lavoro in immersione non possa durare più di 27 giorni compreso il tempo necessario, non meno di 5 o 6 giorni, per la decompressione ad evitare ogni pericolo di embolia. Lo spazio dell’habitat è sufficiente per soddisfare le esigenze di vita essenziali, comprese la toilette completa di doccia e quattro cuccette dove ci si riposa a turno. La nave appoggio costa circa 150mila euro al giorno e mantiene sempre lo stesso identico punto via GPS posizionandosi con 4 eliche, non sono ammessi scostamenti anche con il mare forza 5/6.
A sinistra, l’ora del pranzo. Il cibo viene passato nell’habitat attravreso il Food Lock

La campana pronta per l’immersione
Dall’habitat i sommozzatori passano nella campana, tre alla volta, che scende, passando per il Moon Pool come fosse un ascensore alla profondità voluta, due escono con turni di otto ore, mentre il terzo, il bell men (l’uomo della campana) rimane a bordo con il compito di controllare che tutto sia in ordine, pronto per ogni emergenza anche per il recupero dell’uomo, per questo viene chiamato tender. Il sommozzatore può svenire a causa dell’inquinamento del gas o per l’interruzione del circuito dell’acqua calda; il “tender” deve preparare la campana con le giuste manovre, chiudere il gas che viene dalla superficie e mettere in linea quello che viene dai pacchi (bombole) di emergenza posizionati all’esterno della campana. Finito il turno si torna all’habitat per riposare, sostituiti, si lavora H24, da altri tre colleghi, e così via per quasi un mese.
Anche la paga risente della crisi, ora non supera i duecento euro al giorno e il lavoro si trova con difficoltà.
Mastrantonio padre ha partecipato a lavori anche molto rischiosi come nel 1977 al recupero dei novecentosei fusti di piombo tetraetile trasportati dal cargo Jugoslavo Cavtat, affondato il 14 luglio del 1974 a 3,5 miglia da Capo Otranto, la nave dei veleni che minacciò di morte l’Adriatico, titolavano i giornali. “Il relitto non era molto profondo, -98, ricorda Salvatore, però non sapevi a cosa andavi incontro, era un relitto carico di misteri…” Infatti  ancora oggi quel recupero, è definito la più grande operazione ecologica di ogni tempo, come strenuo e eroico il difficile e pericoloso lavoro portato a termine dai sommozzatori impegnati nell’impresa condotta al meglio dello stato dell’arte che, negli anni ’70, fu anche di assoluta avanguardia.

A ds. la zona notte nell’habitat

Ha lavorato per 27 anni in alto fondale sulle piattaforme petrolifere in giro per il mondo, dall’Indonesia al Mare del Nord, anche recuperandolo il petrolio, come nel 1991 con la Haven.
“In questi anni la tecnica non è cambiata molto, continua nel suo racconto, ora c’è molta più attenzione alla sicurezza, l’elettronica delle strumentazioni si è evoluta in maniera incredibile, e gli attrezzi che si usano sono tutti idraulici e si fatica meno. Se prima uno spool (inserto per collegare due tubazioni) si faceva in 20 giorni ora lo stesso lavoro si fa in due massimo tre giorni! Le immersioni per me sono un ricordo, ho passato il testimone a mio figlio. Da dieci anni sono passato a fare il capocantiere, organizzo e comando l’intera squadra del diving e curo i contatti con la compagnia. L’ultima parola nelle decisioni da prendere è sempre la mia anche se di concerto con il comandante della nave!”


A ds. La Rescue Chamber, camera di abbandono in condizioni meteo sfavorevoli. Quando il comandante ordina l’abbandono nave per tutti si passa in questo modulo completamente autonomo. Non è per niente facile perché le operazioni da compiere sono molte (scollegarsi, aprire i pacchi di emergenza, sganciare le slitte abbandonare i modulo che verrà intercettato con il radar. Molto più sicure sono le camere posizionate sulle scialuppe di salvataggio.

Davide di anni invece ne ha 31, da poco è papà. Anche lui vive a Favignana e fa il nomade, Egitto, Nigeria, Libia, Bali. In Messico ha lavorato al recupero delle piattaforme devastate dall’uragano Katrina del 2005, uno dei cinque più gravi uragani nella storia degli Stati Uniti. È sempre in attesa di una nuova destinazione, il lavoro è saltuario, sei mesi l’anno, ma anche meno specie ora con la crisi.

Il passaggio del cibo attraverso il Food Lock


Si è diplomato all’Istituto Nautico, ha fatto il servizio di leva come Allievo Ufficiale, poi il corso di sommozzatore a Palermo. Il primo lavoro a 23 anni in Libia, a Zabrata, come assistente “Guadagnai duemilaottocento euro, ricorda ancora, una cifra enorme per me! Invece il 29 giugno 2007 la prima esperienza in saturazione a -130 e la prima uscita dalla campana: fu un’esperienza unica, mi sembrava di cadere nel vuoto. Indosso la muta stagna non aderente, è una veste larga con ricircolo dell’acqua calda che arriva dalla superficie conl’ombelicale. Se lavoro sul fondo indosso gli stivali e mi infilo dei pesi in tasca per mantenermi in posizione eretta se invece sono sospeso uso le pinne. In certe situazioni non riesci a vedere nemmeno le mani, si lavora con gli occhi chiusi al tatto poi ti abitui piano piano con l’esperienza. Quando invece c’è visibilità è straordinario, vedi passare pesci di tutti i tipi, cernie gigantesche, tonni, ricciole certe volte capita anche di prenderne uno con gli arpioni che facciamo noi stessi!”

“In questa foto sto uscendo dalla campana a -130, si vede l’elmetto Kirbj Morgan, racconta Davide, il mio max è -200 in Angola con visibilità zero assoluto, paesaggio quasi lunare, sabbia nera, visione solo raggio della lampada, acqua freddissima 4 gradi. Mi è successo che mi si è chiusa l’acqua calda e sono dovuto scappare in campana in dieci secondi. Con quel freddo si resiste pochi minuti, si va subito in ipotermia. Sono rientrato in campana avvisando il supervisore dell’emergenza senza aspettare il suo ok, mi sono ripreso subito.
Una volta si è interrotta la linea dell’elio e con molto controllo ho subito aperto i bomboloni di emergenza e sono rientrato nella campana. Nel corso ti insegnano soprattutto la sicurezza. Si può svenire a causa dell’inquinamento del gas o per chiusura dell’acqua calda. Il diver che rimane nella campana è pronto per ogni emergenza anche per il recupero dell’uomo: deve preparare la campana con le giuste manovre, chiudere il gas che viene dalla superficie e si mette in linea quello che viene dai pacchi di emergenza posizionati nella campana. Si ha la coscienza, conclude, di fare un lavoro pericoloso, ma c’è la passione oltre alla fiducia nei compagni e nei colleghi che sono sopra.”



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